A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Ci sono luoghi che sembrano costruire l’opera. Che figura farebbero le statue di Lorenzo il Magnifico, quella di Giuliano de’ Medici, quella del Giorno, della Notte, del Crepuscolo e dell’Aurora fuori dalla Sagrestia Nuova di San Lorenzo? Certo conserverebbero il loro pregio, ma ci sembrerebbero “fuori contesto”. Anche le ciclopiche installazioni di tubi al neon di Cerith Wyn Evans, fuori dal mistico spazio del Pirelli HangarBicocca, non sarebbero la stessa cosa.
Scultura allo stato gassoso, se vogliamo, la grandiosa installazione di Evans, che dopo le scorribande nella cultura underground e post-punk, della seconda metà degli anni Ottanta, nel corso dei quali il suo interesse è rivolto alla sperimentazione video, oggi sembra puntare verso le installazioni, utilizzando materiali più vari quali specchi, neon, piante, fuochi d’artificio, proiettori, strobosfere che gli consentono di intraprendere un lungo viaggio di natura sinestesica, attraverso luce, suono, tempo, materia/e.

Un viaggio tutto costellato di supporti ideali e citazioni, come quelle del Teatro Nō giapponese o di Marcel Duchamp. Certo, anche senza aggrapparsi a citazioni e rimandi spesso pretestuosi, davanti a “StarStarStar/Steer” c’è da rimanere esterrefatti per la suggestività ed l’imponenza dell’opera che occupa tutta la cosiddetta “Piazza” dell’Hangar; si tratta di sette gigantesche torri di led sostenute da una armatura di acciaio. Certo in esse si può anche vedere l’omaggio di Cerith Wyn Evans all’architettura classica e in particolare alle scanalature della colonna dorica e al titolo di una poesia di Hamilton Finlay, ma, se si è maturato un gusto per l’estetica contemporanea, queste stampelle di supporto non servono più e le opere in sé dicono molto di più di qualsiasi riferimento o citazione, per esempio al solito Duchamp a cui si sono genuflessi più o meno tutti gli artisti contemporanei. Eppure in questa mostra una citazione a chiare lettere di Duchamp c’è e non si può non notare; si tratta di “Radiant Flot (….the illuminating gas), dove alcuni elementi de “La Mariée mise à nu par ses célibateires même”, una delle opere più enigmatiche del XX secolo, i famosi “Témoins oculistes”, sono ripresi nella loro forma e scorporati dall’opera. Appesi là, nel cielo artificiale dell’Hangar, sembrano essersi riappropriati della loro funzione di oggetti oculistici e di studio della luce.


Anche il resto del titolo dell’opera (e della mostra) fa riferimento al ”gaz d’éclarage” del Grande Vetro duchampiano. Ma è sotto a “Neon Forms (after Noh)” del 2015-2019 che Evans sembra dare il meglio: un inestricabile insieme di linee rette e curve, forme geometriche irregolari, il tutto in un groviglio al neon. Qui, del teatro Nō, Evans coglie il senso della “sospensione”, così come il movimento di forme astratte, spesso riprodotte nel teatro tradizionale giapponese.
Non solo luce ma anche suono nella geniale opera di Evans, intitolata “Composition for 37 Flutes (in two parts)”; si tratta di una scultura trasparente dalla quale, attraverso due coppie di tubi circolari, si irradiano 37 flauti di vetro che producono una continua ed aleatroia composizione musicale, vincitrice del “Hepworth Priz of Sculpture” nel 2018. Con l’aiuto di un disegno proveniente dall’archivio storico del maestro vetraio Galliano Ferro di Murano, ecco due coppie di lampadari, “Mantra” del 2016 e “S=U=T=R=A” del 2017 che si accendono a intermittenza seguendo i ritmi di una partitura musicale. “Still life (in course of arrangement)”, come precisa l’artista, non è un’opera definitiva, semplicemente perché nessuna opera fatta di luce può essere definitiva (sbaglio o lo avevano già decretato gli Impressionisti?): si tratta di due proiettori che illuminano alcune piante sistemate su supporti rotanti, il cui impercettibile movimento, e la relativa proiezione su uno schermo, danno luogo ad una sorta di film in presa diretta (e anche qui i rimandi possono essere fecondi come quello a “Retour a la raison” film di Man Ray, girato senza cinepresa).


Sembra proprio destino che il neon, da Dan Flavin a Bruce Nauman fino a Cerith Wyn Evans, con la parentesi della Pop-Art, sia un gas molto “concettuale”.  Lasciatevi tentare dall’Hangar delle meraviglie e da quel monello dell’arte che è Cerith Wyn Evans che, saprà anche un po’ di naftalina, ma è la stessa che conserva i pantaloni di Sid Vicious.

La mostra è visitabile fino al 23 febbraio 2020.
Per informazioni Pirelli HangarBicocca