I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Se Il primo viaggio, esordio discografico di Mattia Delmoro, ci aveva rivelato il talento compositivo dell’artista friulano, capace di muoversi tra Battisti, Dalla, Colapesce, in una rilettura originale della tradizione e con un utilizzo non banale delle parole, al servizio di un concept sui rapporti famigliari, il successivo ep Balìa ne ha certificato la mutazione genetica, con l’approdo ad un’Italo Disco colorata e accattivante, valorizzata dalla produzione di Matteo Cantaluppi. Livello qualitativo sempre altissimo, adesso si guarda più dalle parti di Alan Sorrenti, una virata che potrebbe risultare spiazzante ma che a conoscere bene i gusti musicali di Mattia, non sorprende poi più di tanto.
A questo si aggiunge l’incontro con i Tiger’s Resort, la band milanese dove alla chitarra milita l’ex Green Like July Marco Verna e che comprende anche Andrea Dissimile (72h, Leute, Nadar Solo) al basso e Stefano Rescaldani alle chitarre e alle percussioni; quest’estate lo hanno accompagnato nelle prime date dal vivo, donando al suo sound quella dinamicità e quella sfumatura Disco Funk che ancora gli mancava. Il live è anche il punto di partenza per questa nostra chiacchierata, che arriva all’indomani di Complesso, il suo nuovo singolo, che come lato B sfoggia una meravigliosa rilettura di Gli parlerò di te dei Righeira, con tanto di featuring di Johnson in persona. Sono andato all’Ohibò, per sentire le prove che la band al completo stava portando avanti in vista dei concerti invernali (partiti nel frattempo da Pordenone il 15 novembre, approderanno a Milano, proprio all’Ohibò, il 19 dicembre). È stata l’occasione per testare con mano l’affiatamento di questa formazione a quattro, che punta moltissimo sul binomio batteria/percussioni e che saprà certamente far muovere a dovere il pubblico.

Saranno date da non perdere. Nell’attesa, ci siamo detti più o meno quello che segue.

È interessante il salto che c’è stato da “Il primo viaggio” a “Balìa”: più che a livello di scrittura (che comunque si mantiene sempre alto), come sonorità, arrangiamenti. Il primo è senza dubbio più intimo, anche più psichedelico, se vogliamo. Nell’ep e anche in questo tuo nuovo singolo hai invece dato sfogo ad una vena Pop Disco…
C’è stato un cambiamento nella scrittura, volevo essere più incisivo, asciugare molto. “Il primo viaggio” infatti aveva diverse digressioni armoniche: a me piacciono ma vedevo che facevo fatica a coniugarle con l’incisività della voce, sia nella melodia che nelle parole. Da quando ho iniziato a scrivere in italiano il problema, essendo molto verboso nei testi, è stato quello di trovare un incastro ritmico, melodico e armonico con la voce, che alla fine è l’elemento principale. Da musicista io la considero come uno strumento qualsiasi invece in Italia è un po’ quello che regola tutto quanto. Un po’ ci dobbiamo anche adeguare a questa scuola…

Non ne usciremo mai, mi sa…
Non ne usciremo mai, è vero (ride NDA)! Io per un po’ ho cercato di andare controcorrente, poi a malincuore sono dovuto rientrare nei ranghi…

In effetti ne “Il primo viaggio” l’avevi tenuta molto dentro il mix…
Era molto più bassa, molto più effettata, ma perché avevo ancora questa memoria inglese, essendo stato lì a lavorare per quattro anni e lì la tengono molto dentro. Poi comunque, essendoci stato questo cambiamento nella scrittura, anche grazie al lavoro con Matteo Cantaluppi, ha messo questi tappeti elettronici, queste belle armonie, per cui il suono si è “incicciosito”, si è asciugato anche, in termini di melodie, e così sono uscite le canzoni di “Balìa”. La dimensione Disco è sempre stata la mia passione, la sfida adesso semmai è quella di mantenere comunque una certa intimità, che però non è una intimità che vuole piangersi addosso ma che deve darsi un po’ una mossa, diciamo. E siccome c’è anche una marea di Disco malinconica, che tocca diverse atmosfere, mi piaceva realizzare questo tipo di connubio: la Disco ma allo stesso tempo dire anche altre cose attraverso i testi.

Da questo punto di vista, già che siamo sull’argomento, la cover di “Gli parlerò di te” dei Righeira è una mossa perfetta, no? È anche interessante questa idea di fare un singolo con un lato B, anche se ormai funziona tutto in digitale…
Beh, tra poco uscirà anche in vinile, in realtà. È nata in maniera piuttosto personale: Johnson mi scrisse all’epoca di “Filippiche”, il primo singolo di “Balìa”, perché gli piacque il pezzo. Mi scrisse su Facebook, ponendosi in maniera anche molto umile (“Ciao, sono Johnson, quello dei Righeira, non so se ti ricordi…”) e in questo messaggio mi ha messo un link di “Gli parlerò di te”, che fa anch’esso parte del primo disco dei Righeira, quello con tutti i successi, ma siccome era sul lato B, verso la fine, non è stato molto cagato…

Io in effetti non l’avevo mai sentito…
Lui è molto legato a questo brano e siccome ha capito che mi interessava anche questo lato malinconico della Disco, ha pensato che avrei avuto piacere ad ascoltarlo. Io, che non la conoscevo, me ne sono innamorato, è veramente un pezzo bellissimo, l’arrangiatore poi era un tipo bavarese che l’ha scritto proprio su pentagramma e si sente, che è particolare… comunque l’idea inizialmente era quella di farne una cover, visto che stavamo partendo per il tour. Abbiamo fatto una session al Lido di Milano e ne abbiamo ricavato un video, lui l’ha visto e gli è piaciuta. A quel punto gli ho proposto di fare una sorta di riedit, di remix e gli ho chiesto di venire a cantare. Si è preso bene ed è venuta fuori così.

Infatti è davvero una gran bella versione! Che poi loro mi paiono il classico gruppo che all’epoca tutti snobbavano ma che poi, con questa retromania imperante, sono stati molto rivalutati…
Sono d’accordo. Secondo me sono il classico esempio in Italia di un gruppo che a causa delle hit che hanno avuto sono stati presi un po’ sottogamba. L’idea era quella di fare Pop ma era un Pop d’avanguardia, con influenze estere ma anche con questo marchio di Italo Disco che in quel periodo stavamo esportando e che è poi diventato caratteristico, un marchio conosciuto forse più all’estero che da noi. Ed è una cosa bella perché, se ci pensi, le cose che siamo riusciti ad esportare in ambito musicale sono pochissime: c’è il Prog, le colonne sonore e poi questa roba qui, che poi negli anni Novanta diventa House, diventa un po’ Balearic, ma sempre con l’idea di non prendersi troppo sul serio, un po’ “Spaghetti”, per dire. È stato un po’ sottovalutato, secondo me, proprio perché viene da associarlo al trash ma se poi lo ascolti bene scopri che è molto più raffinato di quello che si può pensare, pur arrivando nella maggior parte dei casi ad un pubblico molto poco preparato.

Anche perché noi abbiamo un po’ questo limite per cui le cose o sono impegnate, e allora di valore, oppure sono “commerciali”, e quindi fanno schifo…
Esatto! O fai il cantautore o fai robetta…

I tuoi testi mi piacciono molto, sia quelli più intimi del primo disco, che questi ultimi, più diretti ma non per questo poco profondi. In “Dove siamo finiti” ad esempio, dici che abbiamo perso l’idea che un verso possa avere più significati: che è un modo, mi pare, di denunciare tutta questa superficialità che sembra un po’ la cifra della nostra epoca, no?
La sfida infatti è quella di cercare di scalfire un po’ la complessità dei testi. È come se ci stessimo rendendo conto che non possiamo mettere troppe cose all’interno di una canzone da tre minuti! Hai colto un aspetto bellissimo di quel verso perché io sono cresciuto con degli autori per cui ogni tanto mi chiedevo: “Ma cosa vuole dire qui?”. Non è che per forza ogni cosa che uno scrive debba avere un senso, no? Sì certo, non deve essere insensato ma può avere più significati! Soprattutto se è poi l’ascoltatore che finisce di immaginare, che completa la suggestione. Oggi invece sembra che bisogna imboccare la gente per stuzzicare la sua attenzione, con frasi ad effetto che non vogliono dire niente, con giochi di parole… invece se cerchi un rapporto botta e risposta con l’ascoltatore è più difficile ma sarebbe bello che si potesse tornare ad un discorso di questo livello…

Che poi è la solita storia per cui ciò che è evocativo ha la sua bellezza anche se al momento non si afferra del tutto…
Esatto! La storia del “non detto” della poesia: la poesia che a me piace leggere non è quella che mi chiude le porte, per citare un altro verso della canzone, ma quella che me ne apre altre…

Che poi è una cosa che dici anche in “Complesso”, che mi pare abbia anche dentro un gioco di parole nel titolo, giusto?
Sì.

Ecco, questa cosa per cui oggi bisogna essere semplici e diretti a tutti i costi mentre le cose, come tu stesso canti, sono sempre più complesse di come appaiono…
È un pezzo in cui mi prendo anche in giro perché questa frase: “Guarda che le cose sono un po’ più complesse di così…” io la dico spesso (ride NDA); anche in “Filippiche” faccio dell’autoironia, sopratutto sul fatto che a volte sono retromaniaco. Però sì, il senso di quella canzone è quello. Anche nelle storie d’amore, no? Le storie d’amore sono complesse per cui accettiamole per quello che sono…

Anche il discorso di “Filippiche” in effetti è interessante: io, devo dirti la verità, ultimamente ne ho davvero le palle piene di tutti i nostalgici che dicono che la musica è morta. Tu stesso, tra l’altro, fai musica che potrebbe tranquillamente essere considerata retro, eppure suona molto fresca…
Torno sempre all’Inghilterra perché è un paese che mi ha formato molto musicalmente. Lì hanno proprio la tendenza ad andare avanti, perché hanno un patrimonio musicale enorme e quindi non hanno bisogno di tirartelo fuori ogni due per tre. Voglio dire, i Beatles in giro li senti all’80% delle volte, parlando coi musicisti locali è naturale nominare tonnellate di dischi e farlo con una passione enorme e naturale. Noi facciamo lo stesso col cibo: non ci sogneremmo mai di reinventare lo spaghetto col pomodoro. Quello è! In Italia siamo più legati ad un discorso estemporaneo per cui una cosa è figa, poi smette di esserlo e ce ne si dimentica. A me questo processo non piace perché la storia è un qualcosa che va avanti ininterrottamente e quindi se tu ti dimentichi il passato, a cosa ti puoi collegare? Se sei un artista visivo e non conosci nulla, magari fai una cosa che è stata fatta sessant’anni prima ma tu non lo sai perché non conosci nulla! Con la musica è lo stesso. È meglio portarsi in giro un bagaglio, amarlo, capire ciò che è davvero tuo… prendi i Tame Impala, per esempio: possono sicuramente essere considerati passatisti però il lavoro che fa Kevin Parker sulle produzioni, sul suono, sulla scrittura… il modo in cui mischia le influenze: copia i Beatles? Ok, ma poi li mette insieme con la Motown! Non sono certo operazioni facili e immediate… io sono più per quell’approccio lì: vedo delle linee rosse che collegano cose tra loro distanti e mi viene da metterle insieme.

Beh, la cifra della contemporaneità è questa, adesso. Basta sentire FKA Twigs: volendo è tutto già sentito ma è come la fa, quella roba già sentita…
Certo! È composizione, dopotutto.

Concludendo mi pare giusto parlare dei live, visto che vi state preparando per quelli. Io vi ho visti al Mi Ami quest’estate ed è stato proprio bello…
Beh, era il primo, dovevamo ancora scaldarci, dai!

Intendi il primo con questa band, vero? Perché prima avevi già suonato…
Sì certo. Però dall’incontro coi Tigers Resort, questo collettivo di ragazzi milanesi, è nato proprio un amore personale, siamo molto contenti di suonare insieme, c’è un bell’amalgama, non sono per niente dei turnisti anche perché a me non piace quel tipo di approccio. Loro hanno sposato benissimo la causa ed è stato proprio lo sbocciare di una cosa bella. Sai, tu puoi stare anche tanto in casa a scrivere ma poi quando vai in sala prove e suoni, certe cose nascono da sole. E così è nata proprio la sezione ritmica, che va ad enfatizzare ancora di più questo aspetto Disco, con le percussioni, la batteria e il basso, e con loro siamo proprio decollati, anche nel fare tutte quelle parti strumentali in mezzo. Vogliamo fare un live che accompagni l’ascoltatore e lo faccia ballare.

Prima, mentre parlavamo, mi citavi Cosmo, come esempio di un live che unisca due anime…
Sì, perché la forza sua secondo me è che ha scardinato questa idea dei compartimenti stagni per cui se sei un cantautore devi avere la chitarrina, se sei uno che fa bordello non devi avere testi fighi. Siamo in Italia, siamo fortissimi nei testi e dunque possiamo inglobarli all’interno di qualunque proposta musicale. Noi abbiamo un approccio più suonato, abbiamo l’elemento elettronico ma ci piace molto anche avere la batteria e le percussioni. Poi ci sarà la chitarra, il piano…

Recupererai anche alcuni brani del primo disco?
Ce ne saranno due: “Fuji” e “Il primo viaggio”, che sono ovviamente riarrangiate, visto che i ragazzi hanno dato il loro contributo. “Fuji” in particolare sarà molto Funk, che è un po’ la loro passione…

E poi c’è un pezzo inedito, giusto? L’ultima che hai fatto non la conoscevo…
È un pezzo nuovo, infatti. Si chiama “In fondo”. Poi ci saranno venti minuti con una tirata unica in cui la cassa non smette mai…

Non vedo l’ora! Senti, ma ci sarà un nuovo disco, prima o poi?
Io scrivo sempre. Devo capire la dinamica da qui a qualche mese ma mi piacerebbe fermarmi un attimo e pensare ad un disco vero e proprio…

Anche perché adesso va molto il formato singolo, sembra che stiano uscendo solo quelli ultimamente…
È anche bello, ti dirò. Concentrarsi su un brano alla volta, anche dal punto di vista grafico, visivo, aspetti che curo sempre io in prima persona. Potere fare tutto questo per un pezzo alla volta è figo, è esaltante: è un pezzo solo ma ci sono duecento cose ed è bellissimo farle tutte quante. Però è vero, è anche bello che non si perda il formato disco…