R E C E N S I O N E


Articolo di Letizia Grassi

Quando esce l’album di un grande artista di solito è accompagnato da un non so che di riverenziale. Ma, se l’album in questione rappresenta una raccolta delle ultime registrazioni di Leonard Cohen, beh, non rimane che sedersi e, in rispettoso silenzio, lasciarsi invadere dalla poeticità della sua musica.
Ebbene, a distanza di tre anni dalla morte del grande artista, ecco spuntare Thanks For The Dance. L’album, curato dal figlio Adam Cohen, rappresenta una prosecuzione di You Want It Darker, uscito nel 2016, qualche settimana prima della scomparsa di Leonard. E, infatti, Thanks For The Dance ha proprio tutte le caratteristiche di un congedo, quello dell’artista canadese che, serenamente accettando la fine della sua vita, compone i suoi ultimi versi.

Appena pochi secondi dopo aver cliccato “play” si viene accolti dalla meravigliosa voce profonda, calda e rauca di Cohen. In effetti, la profondità è tale da dare l’idea di una melodia proveniente dall’aldilà, o da terre molto lontane. I testi, poi, sono il segno inconfondibile di qualcuno che, avendo vissuto veramente, sia capace di offrire quel grado di saggezza che tanto basta da farlo diventare eterno.
Talmente è intimo il tono della voce e talmente interiore è il significato dei brani, che Thanks For The Dance può tranquillamente essere considerata una magnifica raccolta di poesie e di confessioni, narrate, a volte sussurrate, direttamente all’orecchio degli ascoltatori.
Infatti, la maggior parte dei brani di Cohen non è solamente cantata. Dopo un intro parlata, le tracce diventano una melodia a mano a mano che si prosegue con la canzone. La voce assume un ruolo sempre più raffinato nella cura della pronuncia, oltre che nell’umiltà nascosta nelle storie che racconta.

Ed ecco che già con le prime parole del disco si cade in uno stato di perenne commozione e di intensa riflessione, che solamente l’ultima canzone dell’album ne determinerà la fine. «I was always working steady, but I never called it art. I got my shit together, meeting Christ and reading Marx» sanciscono l’inizio di Happens To The Heart, una considerazione sulla vita ed un’autoaffermazione di uomo mortale. Piano e chitarra accompagnano i versi dell’artista, le cui riflessioni spaziano dalla religione, alla politica, alla sfera personale.
Il flamenco è il protagonista di Moving On, il secondo singolo dell’album. Questo è, forse, il brano tramite cui Cohen si mette un po’ più a nudo e dà voce ai sentimenti che agitano la sua anima. Infatti, il cantante canadese parla con solenne malinconia della scomparsa di una persona cara, probabilmente di una donna tanto amata. Il tema amoroso, ma con differente lettura, lo ritroviamo in The Night Of Santiago, brano ispirato ad una poesia di Lorca. È il racconto di una notte d’amore e di passione, in cui il gioco della seduzione vince su qualsiasi virtù morale: «and yes she lied about her life, her children and her husband. You were born to judge the world, forgive me but I wasn’t.». Una melodia spagnoleggiante fa da sfondo a questa magica notte di Santiago, con piano e chitarra che regalano un ritmo coinvolgente.

 

La soundtrack Thanks For The Dance è senza dubbio la più bella dell’intero album. Cohen utilizza questa meravigliosa metafora per dire addio alla vita e per salutare in maniera rispettosa la sua compagna di sempre, la musica. Come lo stesso cantante sostiene, si tratta di un ballo che per certi versi è stato un po’ faticoso, ma magnifico ed inevitabile. Tutto il brano è costruito intorno all’idea di ballo, dai vari “la-la-la” del ritornello, ai passi di valzer “one two three, one two three, one” pronunciati da Cohen. E, ascoltando la sua voce, sembra proprio di vederlo ballare il valzer in un girotondo infinito, fino a scomparire nell’oscurità.
Ma, anche se la canzone di addio è posta al centro dell’album, Leonard ha ancora qualcosa da dirci. Ed ecco che, quindi, prendono vita It’s Torn e The Goal, dedicata all’amore non corrisposto ed alla ricerca della religione. Con Puppets, invece, sembra che Cohen voglia metterci in guardia dai vari fantocci politici che, con il loro agire, compromettono la libertà umana. Un coro di sottofondo, una chitarra elettrica ed un timpano si scagliano in un’invettiva contro un mondo popolato da marionette.

Gli ultimi due brani del disco rappresentano il vero e proprio momento di congedo. «I’m living on pills, for which I thank God», risuona la voce di Cohen in The Hills, un tripudio di corni, batteria e candide voci. Listen To The Hummingbird, invece, è la dimostrazione della profonda saggezza e del grande senso di umiltà che da sempre hanno contraddistinto Leonard Cohen. In questa traccia, che in realtà è una poesia più che un brano musicale, il cantante lascia un ultimo, grande insegnamento: “Listen to the hummingbird, whose wings you cannot see. Listen to the hummingbird, don`t listen to me.”

Si chiude così, con queste parole, Thanks For The Dance. Ma, in un certo senso, dovremmo essere noi a ringraziare Cohen per questo ultimo, maestoso, passo di danza. Per ciò che il grande cantante canadese rappresenta: un vero e proprio tesoro della musica, un poeta raro e un danzatore in tutti i sensi. Letteratura, poesia e musica si racchiudono nell’ultimo album firmato Leonard Cohen, il quale, con infallibile eleganza, lascia in eredità un lavoro unico e di inestimabile valore.

Tracklist:
1. Happens to the Heart
2. Moving On
3. The Night of Santiago
4. Thanks for the Dance
5. It’s Torn
6. The Goal
7. Puppets
8. The Hills
9. Listen to the Hummingbird