L I V E – R E P O R T


Articolo di Iolanda Raffaele, immagini di Floriana Cofone

Passa il tempo, ma non l’appuntamento con la buona musica, quella che spinge ancora a riempire i teatri e ad invadere le piazze, quella che rapisce il cuore senza che te ne accorgi e ti fa viaggiare anche se vivi a sud, lontano dal boato e dai riflettori.
Così Niccolò Fabi ritorna in Calabria, a Cosenza, in quel Teatro Rendano che da alcuni anni ha imparato ad amarlo e a splendere al suo ingresso, in cui ormai entra da padrone, ma sempre in punta di piedi, in cui si sente a casa e ritrova un po’ se stesso.

Classe 1968 e quell’aria da perenne adolescente, un fantasista, un poeta, un narratore capace di tessere canzoni sentite e mai banali.
Il 10 dicembre è, dunque, l’occasione per ammirarlo ancora una volta ed apprezzare la perfetta sintonia con i suoi musicisti Roberto Angelini (chitarre, ARP e cori), Pier Cortese(chitarre, Ipad e cori), Alberto Bianco (basso, chitarre e cori), Daniele “mf coffee” Rossi (synth, piano e moog) e Filippo Cornaglia (batteria, elettronica e glockenspiel) che lo accompagnano con la loro professionalità, il loro calore e l’esperienza.
A prescindere da me segna l’inizio del concerto e l’incontro armonico tra musica, parole, luci ed immagini che scorrono piacevolmente sullo sfondo.
L’album Tradizione e tradimento continua con pattini, biciclette, alianti e passeggini, tuctuc sulle note di Amori Con Le Ali; con la bellezza di Io Sono L’Altro, la canzone dello sdoppiamento e delle identità, di tutto ciò che siamo e non siamo, dell’altra metà di noi; con gli interrogativi di I Giorni Dello Smarrimento e le suggestioni di Nel Blu.
Innovativo e geniale, Niccolò Fabi si fa strada tra sprazzi di elettronica e lampi di luci, tra fedeltà al suo stile e sperimentalismo, tra voce, chitarra e piano, a ritmo ininterrotto e costante.

La velocità delle emozioni si arresta solo per un breve saluto al pubblico, abituato alla sua timidezza e alla dolcezza delle sue parole, ma si prosegue subito con Una Somma Di Piccole Cose, il brano che spezza quasi le distanze ed incoraggia gli spettatori a cantare senza infrangere, in modo troppo rumoroso, l’intimità del momento.
Dell’omonimo album di quest’ultima canzone sono anche Facciamo Finta, la parabola della vita e delle finzioni che ci costruiamo forse per vivere meglio, e la spensieratezza e gli accordi di chitarra di Filosofia Agricola.
Non fa finta di ascoltare di sicuro il pubblico caloroso e partecipe che si perde in È Non è, una sorta di preghiera laica in musica che sconvolge il Teatro Rendano come una marea, e sul romanticismo di La Promessa. Velata di apparente malinconia e di tristezza, Solo Un Uomo continua l’intenso concerto seguita dal disincanto di Una Buona Idea, dalla libertà di Indipendente, che da sempre è il suo vestito migliore, e da Ecco che riporta al 2012.

È tutto un turbinio di parole, di suoni, di voci, di sentimenti vari e contrastanti. Niccolò Fabi dimostra di non essere un cantante come altri, approcciarsi ai suoi testi non è un’impresa da tutti, nonostante ciò nella sua aperta universalità cerca di arrivare ovunque.
Vince Chi Molla è l’antidoto anticonformista contro la paura del futuro, Una Mano Sugli Occhi, eseguita magistralmente al pianoforte, regala un altro momento di alta profondità, e Costruire sembra stringere tutti in un unico abbraccio e con le stessi mani.
Due ore di concerto o forse più trattengono tutti seduti in un atteggiamento di mistica riverenza e religioso consenso, ma non manca il tempo per Scotta e Tradizione E Tradimento.

Il finale è ancora più esplosivo con l’escalation di ritmo, adrenalina e grinta offerto da Vento D’Estate, fuori stagione ma sempre acclamata ed apprezzata, e dalla meravigliosa magia di Il Negozio Di Antiquariato.
Lasciarsi un giorno a Roma chiude ufficialmente la serata e scatena il pubblico che non si trattiene dall’avvicinarsi sotto il palco e dal cantare a squarciagola per dire “ci sono anch’io”, per non perdere neanche un attimo di quell’atteso ritorno: emozionato, commosso, pieno di gioia per ogni strofa o verso, un po’ più uguale, un po’ meno diverso.