R E C E N S I O N E


Articolo di Elena Di Tommaso

King of The Opera incarna una creatura dalle nuove sembianze nata nel 2012 dalla mente di Alberto Mariotti (dopo il definitivo abbandono del moniker di Samuel Katarro), battezzata nello stesso anno al Primavera Sound di Barcellona e che genera, a otto anni dalla sua nascita, il secondo album di inediti Nowhere Blues.
Il titolo dell’album è un tributo agli amati bluesman afroamericani del primo dopoguerra, che intitolavano i loro blues col nome delle città che li avevano ispirati o in cui li avevano scritti. Un legame viscerale quindi con lo spazio circostante che diventa una sorta di genius loci. In questo “nowhere” però non si trovano città precise, sentimenti chiari e ricordi limpidi. Si tratta piuttosto di un NON-luogo in cui si viene catapultati in una dimensione onirica e quasi spaziale e dove, al più, sono visibili solo le impronte di un viaggiatore perso e completamente immerso in un mondo sconosciuto, dove l’immaginazione in maniera decisa e prorompente disegna interpretazioni suscitate da quell’insieme di suoni nient’affatto imbrigliati, grazie ai quali si sperimenta ritrovandosi in mondi paralleli.
Il luogo d’approdo è quindi tutto da esplorare: “Così ho indossato la tuta da astronauta e sono partito per vedere cosa c’era. Era arrivato il momento di iniziare a raccontare le cose da una prospettiva completamente diversa e per me ancora sconosciuta.”

Ne risulta un lavoro poderoso dalla vigorosa potenza evocativa che si colloca a metà tra il new wave e noise rock, con una massiccia dose di psichedelica. La contaminazione di generi musicali (psych-folk, ambient music e colonna sonora noir) è a tratti violenta ma originale, e la voce del chitarrista e cantante toscano crea una miscela straniante quanto comunicativa.
E’ un progetto coraggioso e avveniristico in cui gli altri due componenti Andrea Carboni (tastiere, programmazione e voce) e Elia Ciuffini (batteria, percussioni) contribuiscono ad alimentare l’abituale songwriting pysch-blues di una vena decisamente elettronica con sequencer, campioni e synth, rendendo ancora più disorientanti i brani che si dipanano come flussi di coscienza. La sintesi è una creatura onnivora in continua evoluzione, in cui il punto di forza è proprio l’utilizzo di linguaggi differenti e la ricerca sonora tra generi apparentemente inconciliabili, oscillando tra il blues-rock allucinato e il sinth-pop decostruito.
Il lavoro, che rifugge programmaticamente la definizione di linearità celando la reincarnazione di un animo inquieto che rimane comunque alla ricerca di un qualsivoglia equilibrio, è stato registrato quasi interamente in una dimensione intima e casalinga, più precisamente nella cameretta di un amico di Mariotti, ribattezzata La Villa Strangiato in omaggio ai Rush. 

“I 5 mesi che ho impiegato per portare a termine Nowhere Blues li ho trascorsi giocando con la musica a 360 gradi, cercando di convertire in risorse tutti i limiti e gli imprevisti che una registrazione “fatta in casa” comporta. L’uso di sequencer, campioni e tutto ciò di elettronico che c’è dentro questi 7 pezzi è la diretta conseguenza del contesto in cui ho scelto di lavorare, in cui ho dovuto rinunciare alla batteria acustica e altre mille cose di cui sono stato costretto a fare a meno. Per fortuna.” L’irregolare fascino di questo album si rispecchia su ogni singolo brano caratterizzato da un elemento di ripetitività e che, a sua volta, lo accomuna agli altri. Dal riff  di chitarra nel sinth pop decostruito di Monsters in the Heart, all’impronta vocale di I’m in Love che racchiude ritmi remoti, al sinth in Nowhere Blues, un blues rock allucinato suonato in spazi stellari… Find me disegna un mondo inafferrabile e immateriale, quasi rarefatto che poggia su vuoti incolmabili; in The Final Scene gli strumenti si rincorrono nella frenesia psichedelica di un contesto prepotentemente elettronico.
La traccia finale Places ha visto la collaborazione della band fiorentina /Handlogic che ha co-arrangiato il brano, il quale incarna al meglio lo spirito dell’intero lavoro, regalando all’ascoltatore un senso di incantevole disorientamento.
E’ un album di ricerca sonora in un reiterarsi di figurazioni. Bisogna essere aperti a nuove visioni per farsi trascinare in luoghi completamente inesplorati. Va quindi ascoltato, magari più volte…proprio perché si tratta di luoghi molto lontani.
“My place is the one I can’t hold on to, wherever I am“

Tracklist:
01. Monsters in the heart
02. I’m in love
03. Nowhere blues
04. Never seen an angel
05. Find me
06. The final scene
07. Places