I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Incontro Alex Cremonesi in un bar di Milano, durante un freddo e piovoso tardo pomeriggio di dicembre. Da sempre poco uso ai riflettori, preferisce lavorare dietro le quinte, da dove ha dato corpo non solo alle canzoni dei La Crus (suoi molti testi ma anche alcune delle idee legate alle musiche) ma anche a diversi progetti successivi, frutto dell’incontro proficuo tra il mondo musicale e quello dell’arte contemporanea (alcuni di questi saranno ripercorsi nella chiacchierata che seguirà, a me preme ricordare, tra quelli non citati, il suo lavoro nello splendido “Dna”, l’ultimo disco dei Deproducers). Autore di parole molto più che musicista ma, a suo modo, musicista anch’esso, se musica è non solo suonare uno strumento ma anche collezionare e assemblare suoni per creare qualcosa di nuovo a partire da elementi già concepiti da altri. La prosecuzione della poesia con altri mezzi, è forse la sua più grande opera, da questo punto di vista. Partire da una manciata di brevi testi poetici, ruotanti attorno al mondo della psicanalisi e a quello dell’estetica relazionale, per chiedere ad un numero vastissimo di cantanti e musicisti di dar vita a quelle parole in base alla propria ispirazione; dopodiché, assemblare il tutto facendo nascere una nuova creatura. Del risultato finale ve ne abbiamo già parlato qualche settimana fa. Qui, in questa lunga chiacchierata, Alex è entrato più nel dettaglio del processo creativo e ha spiegato che cosa ci sia di veramente “originale” in un’opera come questa. Che è soprattutto rivolta a chi avesse voglia di leggere la realtà al di fuori della prospettiva canonica.

Direi di partire dalla tua vicenda post La Crus: tra una cosa e l’altra, mi sono reso conto di non sapere molto dei passi che hai fatto. Qual è il percorso che ti ha portato a realizzare quest’ultimo disco?
Io sono fondamentalmente abituato a lavorare sulle parole, anche se mi è capitato a volte di scrivere canzoni. Mi trovo più a mio agio a lavorare con la scrittura, però. Dopo la chiusura dell’esperienza La Crus ho iniziato a lavorare nell’ambito dell’arte contemporanea, scrivendo testi per video arte, pur continuando a realizzare cose anche in campo musicale. Ho fatto il librettista su “Il rimedio della fortuna”, dando parole alle musiche di Filippo Del Corno, che non era ancora preso dal lavoro di assessore; poi c’erano i Masbedo, che si occupavano della parte video, un tenore, un soprano, l’orchestra dei Sentieri Selvaggi e Fanny Ardant, che faceva la voce recitante.
Ho fatto anche un’esperienza con Lagash, “Canzoni invisibili”, un lavoro che abbiamo fatto con Moleskine, dove abbiamo cercato di portare dentro un po’ di tutto: avevo scritto dei testi che venivano reinterpretati, cantati dai più svariati personaggi. Molti nel mondo della musica (Finardi, Ellen Allien) ma anche Erna Ormarsdottir, che è coreografa e performer, Franco Piccioni che è un regista… ci siamo accorti che da questo mescolamento di carte venivano fuori cose che se fatte in maniera preordinata non sarebbero mai uscite. Quest’ultimo disco è quindi un po’ il continuum di questa esperienza. Nel frattempo mi ero letto un po’ di cose sull’estetica relazionale, che è una corrente artistica interessante che si occupa della relazione tra i fruitori dell’arte e l’artista stesso. Avevo poi scritto dei testi brevi, quasi degli haiku, su Orfeo ed Euridice e sul tema della psicanalisi: sono venuti bene perché erano testi molto corti, funzionali quindi ad un’operazione del genere, dove in pratica ho proposto a degli interpreti di cantare i testi a loro totale piacimento. Se fossero stati lunghi, sarebbero stati ingestibili, non avrei mai potuto fare un testo alla Guccini (ride NDA)! L’idea di utilizzare questi frammenti è venuta perché sarebbe stato un modo facile per coinvolgere gli artisti: non avrei mai potuto tirarli dentro in un lavoro grosso, mentre avevano da fare le loro cose, che erano ovviamente prioritarie.
E così ho fatto questo mash up ed è stata un po’ una lotteria, perché man mano che arrivavano i contenuti io mi dicevo: “Potrebbe anche non uscirne nulla!”. Così come, avendo la libertà di scelta tra cinque testi, avrebbero potuto prendere tutti lo stesso e quindi mi sarei potuto ritrovare con dieci testi tutti uguali!

I credits sono davvero chilometrici: da dove sei partito, qual è stato di preciso il tuo ruolo? Perché alla fine, nonostante il numero di persone coinvolte, l’impressione è che si tratti di un lavoro unitario…
Ho contattato tutti questi artisti. Molti li conoscevo di persona, altri no ma mi piacevano le loro cose. Credo che ci siano stati tre elementi fondamentali: il primo è l’affinità con i nomi che ho coinvolto. Tra l’altro, è interessante che la maggior parte abbia accettato. Alcuni non avevano tempo ma i no sono stati pochissimi, anche perché il soggetto era effettivamente intrigante. Il secondo fattore è stato la fortuna mentre il terzo, probabilmente, la mia capacità nel trovare un collante ai vari contenuti. Mi sono poi costretto ad avere la pazienza di aspettare che arrivassero tanti contributi perché non volevo trovarmi con qualche cosa che poi avrebbe funzionato meglio se associata ad un’altra. Il primo pezzo che è uscito è nato dall’unione della voce di Edda col giro di Synth di Davide Arnero: erano perfetti insieme. Edda non avrebbe mai cantato così se avesse ascoltato la base e Davide non avrebbe mai tirato fuori un giro del genere se avesse ascoltato la voce.

A livello armonico si sono incastrati benissimo, in effetti: avevi dato loro dei parametri?
No, nulla. Ho solo aggiunto in seguito qualche suono a livello di collante ma poca roba. Il primo pezzo, ad esempio, quello di Luca Lezziero, è stato fatto così come lo senti.

Ma fisicamente quali strumenti hai utilizzato?
Ho lavorato semplicemente con Ableton Live, caricandoci i suoni. E mi sono dato anche il paletto di non cambiare mai la tonalità. Ho solo tagliato qualche cosa: in alcuni casi infatti, forse ho sbagliato la comunicazione e qualcuno mi ha mandato dei pezzi da tre minuti! Non avevo dato un limite di durata ma avevo comunque chiesto cose brevi. Invece Sara Stride mi ha mandato un pezzo fatto e finito! A quel punto mi sono fatto mandare la voce separata perché tutto non lo potevo usare!

Ti sei ispirato a qualcuno o a qualcosa di particolare?
Avevo in mente il lavoro di Sophie Calle diversi anni fa alla Biennale di Venezia. Era stata lasciata dal suo compagno con una mail, lei ha preso l’email, ha preso una curatrice e ha chiesto di trovare una serie di personaggi che la interpretassero. C’era quindi la maestra elementare che sottolineava gli errori, l’attore che la interpretava, il fotografo, la psicologa che studiava le parole ricorrenti, l’avvocato che la leggeva in termini legali e così via. Ne è venuta fuori un’installazione ricchissima: non l’ho mai vista ma avevo comprato il catalogo e ricordo che era molto corposa, c’erano un centinaio di interpretazioni. Dopo di che ho letto un po’ di cose di Nicolas Bourriaud, che è quello che ha teorizzato l’estetica relazionale…

Ecco, spiega meglio…
Ho chiesto ai personaggi coinvolti di rendersi disponibili a mettersi in relazione con del materiale “altro”, in modo tale che quello che avevano portato finisse da un’altra parte. Poi il discorso sull’estetica relazionale è più complesso di così, io ho tirato fuori questo aspetto che mi sembra molto interessante e che, se vogliamo, può avere a che fare con le strategie di Brian Eno, quando diceva di “imparare dall’errore”: non è esattamente uguale però c’entra il farsi sorprendere, io per primo, dal mettere in relazione materiali che hanno provenienze diverse. Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è che sono riuscito a fare interagire musicisti giovani della scena elettronica con quelli della mia generazione. In certi ambiti la curiosità, la voglia di mettersi in gioco, c’è. Tanto più adesso che la discografia è praticamente scomparsa.

Mi incuriosisce molto il titolo, “La prosecuzione della poesia con altri mezzi”: c’è un evidente richiamo al celebre assunto di Von Clausewitz; oltre a questo, c’entra per caso il discorso che facevi adesso?
Il titolo viene da lì, in effetti. È una distorsione della celebre frase di Von Clausewitz, uscita fuori un po’ casualmente ma che mi è subito piaciuta. Un’altra citazione importante è quella di Mirò, che ho messo anche all’interno del booklet, quella per cui è la materia a dettare l’opera. E in questo caso, come ti ho già detto, è stato veramente così. I testi derivano da un periodo in cui stavo leggendo Lacan anche se poi, per arrivare a scrivere in modo un po’ poetico sono passato attraverso Zizek. La sua rilettura di Lacan mi ha aiutato a mettere a fuoco quelle idee e a trasformarle in una scrittura più poetica. La prosecuzione della poesia con altri mezzi sarebbe quindi, se vogliamo, la psicanalisi come una nuova forma di poesia.

Quindi la psicanalisi può diventare una forma di poesia e in comune avrebbero l’interiorità, giusto?
Più o meno, sì. È un qualcosa che riflette tutti i testi che ho scritto. Ne avevo fatti diversi, mi piacevano soprattutto quelli di Orfeo ed Euridice, in particolare la lettura della vicenda di Orfeo, che è come se scoprisse che il suo desiderio più profondo è quello di essere un artista, un poeta, e inconsciamente questo desiderio fosse ancora più forte di quello di riportare indietro sua moglie…

Che è poi l’interpretazione che ne dà Pavese…
Non l’ho letta, sinceramente. Avevo in mente più che altro “Stalker” di Tarkovskij. C’è questa zona, con un edificio dentro, dove si dice che vengano avverati i desideri. Le autorità hanno recintato con l’esercito tutta la zona perché hanno paura che questo dono possa essere usato per scopi pericolosi. E ci sono questi Stalker che sono dei fuorilegge, che hanno il compito di portare dentro di nascosto chi vuole entrare. Il film racconta questo viaggio, anche molto interiore, di uno Stalker che accompagna uno scienziato e uno scrittore che ha perso l’ispirazione. Ad un certo punto viene raccontata la storia di Porcospino, che è stato il più grande tra gli Stalker. Lui aveva portato dentro suo fratello ma siccome la zona alimenta anche tutte le paure, il fratello era morto. Da quel momento in avanti il suo scopo è di ritornare dentro per chiedere che il fratello torni in vita. Lo fa e diventa immensamente ricco. Dopodiché si uccide: aveva capito che il suo desiderio più profondo era quello di diventare ricco, non quello di ridare la vita al fratello. Mi sono ispirato a questo: cosa abbiamo veramente dentro? Cos’è che vogliamo davvero e come si fa a conoscerlo?

È interessante anche questo rapporto che tu individui tra corpo e desiderio…
Anche quello è ispirato alle letture che ho fatto. Ne avevo scritti originariamente quattro. Il 2 e il 3 non mi piacevano e quindi li ho scartati ma poi ho tenuto la numerazione originale. I contributi che mi sono arrivati invece li ho tenuti tutti: mi sembrava che facesse concettualmente parte del lavoro, era necessario che nulla andasse perduto. Fosse stato un album normale, invece, avrei forse tenuto solo 12 tracce. 

E invece che mi dici delle tracce vocali? Ti hanno stupito o si sono più o meno mantenute in linea con lo stile di chi le ha realizzate?
Sono state bene o male in linea con quello che i loro interpreti fanno di solito. Quello che invece mi ha sorpreso è come, da testi così brevi, siano riusciti ad esprimere alla grande la loro creatività.

Edda è folle come al solito, ad esempio…
C’è un aneddoto bellissimo a riguardo. L’ho chiamato e gli ho spiegato un po’ il lavoro. Non ero molto sicuro che avesse capito bene anche perché, essendo che il tutto non era ancora partito, non sapevo bene cosa sarebbe venuto fuori ed ero sempre un po’ in difficoltà a trovare le parole giuste per spiegare quello che volevo. A lui però la cosa deve essere piaciuta molto, per cui già un paio di giorni dopo mi ha mandato due tracce, una di voce e una di chitarra. Ho tolto la chitarra e ho messo da parte la voce. Passano ancora due giorni e mi arriva un’altra mail con altre tracce che dice: “Sai, ho pensato che potessero farti comodo alcune voci frocette per fare i cori…” (risate NDA)

Anche Giovanardi mi è piaciuto molto, è molto La Crus…
Beh, la sua voce è un marchio, in effetti. Diciamo che la cosa più difficile è stato far sentire il lavoro finito agli interpreti. Chi canta normalmente si fa una certa idea, è abituato anche ad avere le tracce con gli appoggi giusti… sono sempre un po’ diffidenti, insomma. È un po’ lo stesso problema che c’è con i remix…

E in generale, come è stato accolto il prodotto finito da chi ha partecipato?
C’è stato un entusiasmo generale, come ti dicevo prima, pochissimi hanno declinato l’offerta. Alcuni poi mi hanno anche aiutato. Quando mandavo i provini per far sentire quello che stava venendo fuori, alcuni mi hanno dato dei suggerimenti. In generale comunque hanno tutti apprezzato, erano contenti.

Si può dire che ci sia stata un’unità maggiore tra te e Lagash, visto che avevate già lavorato insieme in precedenza?
Sì è stato semplicemente uno dei tanti… anzi, è uno di quelli che ho dovuto più sollecitare! Però adesso facciamo parte di un collettivo…

Cioè?
È nato tutto da un lavoro che abbiamo fatto ormai più di tre anni fa, sul lago di Molveno. Ogni dieci anni lo svuotano per pulire le turbine che ci sono sotto. Siccome è un bel po’ di anni che viene premiato come il lago più bello d’Italia, la gente del posto aveva questa ferita, per il fatto che c’era un periodo in cui scompariva, e quindi avrebbe voluto mettere un’impalcatura con la foto… invece è una cosa bellissima, vedere questo spazio vuoto, come una sorta di cratere lunare. Per cui abbiamo fatto questo lavoro: io ho scritto il manifesto poetico, Lagash ha fatto le sonorizzazioni, c’erano due torrioni enormi che mandavano la musica giorno e notte, per cui tu entravi in questo lago vuoto e la musica ti arrivava in base a come te la portava il vento. Poi c’era un tavolo lungo 100 metri dove la gente si poteva ritrovare insieme. Da lì ha preso corpo un collettivo, perché ci hanno chiamato a fare un lavoro nel cratere del sisma ad Ascoli, purtroppo ancora in sospeso. Al momento ne stiamo facendo un altro nella Val di Sole, sul ghiacciaio Pejo. Sarà sempre sul tema dell’acqua e anche sullo scioglimento dei ghiacciai…

Avete coinvolto qualcun altro?
Siamo io e lui, Mog, che è una scultrice (Morgana Orsetti Ghini NDA), poi c’è Thomas Böhm, che fino al 2014 è stato direttore del Festival di letteratura di Berlino, Paolo Grigolli, che fa parte della School of Management del Trentino ed è molto bravo a tenere i contatti con le strutture amministrative delle regioni. A Pejo c’è un teatro di ghiaccio, quindi sarà una cosa molto suggestiva. Promuoveremo anche una ricerca delle fonti presenti in tutta la Val di Sole, che verrà data come compito delle vacanze ai bambini delle elementari della zona. Verranno anche date delle borracce speciali. Ci avevano chiesto una cosa anche sul lago di Como ma noi non vogliamo fare semplicemente uno spettacolo: la nostra idea primaria è quella di intervenire per saldare il tessuto sociale. Nel cratere del sisma, ad esempio, ha senso perché c’è un contesto per cui ci sono tutte delle aree spopolate.

Il disco dura un’ora e di questi tempi non è che sia un dato molto incoraggiante. Aggiungiamoci pure che non si tratta di una proposta particolarmente immediata…
Da un lato ho sempre pensato che 40 minuti fossero la misura giusta per un album e che i cd avessero di conseguenza molto allungato il brodo: ci sono dei dischi che sono belli dall’inizio alla fine ma è molto più difficile trovarli dopo l’avvento del cd. Quindi, in questo senso, è stato un po’ contraddittorio per me. Però non ho fretta: non è un disco della Pausini, che deve dimostrare subito quanto vende! Tanto è vero che non ho ancora fatto la presentazione, non sono ancora pronto! Anche perché avevo in mente di portarlo nelle gallerie d’arte…

Cioè?
A febbraio faremo a Torino un’installazione sul video di Orfeo 2. Ci sarà una mostra alla Galleria Costantini, curata da Corinna Conci, di cui questo video farà parte e l’inaugurazione sarà il 6 febbraio. Il 15 invece faremo una presentazione alla Feltrinelli, sempre a Torino e spero di avere anche degli ospiti, visto che ci sono diversi torinesi che hanno partecipato al disco. Il 22 febbraio, infine, alla Fondazione Ettore Fico, che è un bel museo molto moderno e spazioso, ci sarà una performance. Ho remixato molti dei contenuti del disco in una traccia che dura mezz’ora e ci sarà anche un vinile in edizione speciale da 30 copie, che sarà venduto dalla stessa galleria e alcuni dei contenuti della performance vi finiranno dentro. Questa sarà una sorta di prima, adesso sto verificando la possibilità di portare questo lavoro in altre gallerie d’Italia. È una performance dove io non suonerò ma mi limiterò a scrivere, utilizzando una vecchia Lettera 22…

Proietterai quello che scrivi?
Sto cercando di capire. Sto lavorando con Renzo Martinelli e lui mi ha tirato fuori l’idea di fare una grande lente che ingrandisca quello che scrivo, in modo che io possa interagire col pubblico. Lui tra l’altro lavora con Federica Fracassi, che ha fatto una voce sul disco.

Forse l’unico modo di portare questo disco sul palco è questo, in effetti…
È vero che c’è una certa ricchezza, nel senso che se coinvolgessi quelli che hanno partecipato, si potrebbe tirare fuori un super gruppo! Però sarebbe impossibile riuscire a far coincidere gli impegni di tutti…

Mi piacerebbe tornare un attimo al discorso dell’arte contemporanea, area che mi sembra il tuo disco in parte intercetti. Normalmente su questo tema si fa una grande confusione, il luogo comune del “Questo lo potevo fare anch’io!” è sempre dietro l’angolo; allo stesso tempo, tuttavia, una provocazione come quella della banana di Cattelan, forse qualche perplessità la potrebbe anche suscitare…
Sinceramente non saprei come giudicare questa cosa di Cattelan. Però fa pensare il fatto che lui, prima di fare questo, avesse appiccicato con lo scotch il suo gallerista. Infatti adesso gira un meme con Trump appiccicato al muro, ma l’immagine è quella di quell’opera di qualche anno fa… è comunque intrigante questa idea dell’opera che marcisce. Poi lui è un grande manager di sé stesso però quello che mi colpisce è che in pochi giorni sia entrata nell’immaginario collettivo: dai fruttivendoli di Napoli all’ultimo di quelli che postano su Facebook, tutti si sono sentiti chiamati a commentare e a sfruttare quest’opera.

Ecco, probabilmente questo è il punto. Però rimane la domanda: è il gesto in sé o è il nome di chi il gesto lo compie?
Mah, io penso che abbia trovato la cosa giusta al momento giusto, poi capire se è marketing o arte… boh! Però mi viene in mente Lucio Fontana, che a me piace molto, e lui diceva sempre: “Se poi vuoi dire che è un buco, è un buco!” (Ride NDA) però ciò non toglie che il suo concetto spaziale sia interessante… Poi sai, dell’arte contemporanea è anche difficile capire cosa rimarrà davvero, è un esercizio molto duro da fare. Caravaggio, ad esempio, è sparito per anni dal giro dei collezionisti poi ad un certo punto è riapparso…

Sì, è come se noi avessimo la presunzione di giudicare l’arte, quindi anche la musica, con il metro della nostra storia personale. Spesso ci dimentichiamo che il nostro tempo è troppo breve, bisognerebbe imparare a ragionare sulla lunga distanza ma per questo occorre anche un po’ di umiltà… Tu, da questo punto di vista, come stai vivendo questa nuova ondata di musica “giovane” che sembra sommergere tutto e tutti?
Diciamo che rispetto agli accapigliamenti di un tempo, oggi sono molto più zen (ride NDA)! Ho perso la necessità di dire per forza di cose la mia su questo argomento. Quando si va su questi discorsi però, se c’è un contraddittorio divento molto polemico e sarcastico, quindi meglio evitare…

Quindi non ti posso neanche chiedere una battuta?
Non saprei, però sono sicuro che se ci fosse un bagno qui di fianco, ci troveremmo dentro un autotune… (risate NDA)

Ecco, questa potrei usarla come titolo…
Ma sì, non mi sembra chissà che cosa! Cher l’aveva già fatto 20 anni fa…

Sì, è stato il primo caso in assoluto, mi pare.
Non so, certe cose in realtà mi piacciono, anche se faccio molta fatica a capire cosa appartiene ad una categoria e cosa ad un’altra. Lil Peep ad esempio mi piace. Oppure mi piaceva molto Michael Franti e i Disposable Heroes of Hyphoprisy, anche se non ho mai avuto una grande conoscenza del Rap. Alla fine, se uno usa un linguaggio diverso dal mio ma lo usa bene…

Come guardi oggi, a distanza di anni, l’esperienza dei La Crus?
La cosa era nata alle feste a casa di Charlie (Carlo Albertoli NDA), della Vox Pop. Gio (Mauro Ermanno Giovanardi NDA) voleva fare un disco con le varie voci della scena milanese. Io gli ho proposto un pezzo, gli è piaciuto, l’abbiamo registrato ed è venuto fuori così bene che ne abbiamo fatto un altro. Poi ha chiuso lo studio dove registravamo, ci siamo spostati al Jungle Sound Station, all’interno dello studio Midi che Cesare Malfatti aveva appena aperto. Così sono nati i La Crus. Sono stato anche di recente a casa di Gio, devo dire che il fil rouge che c’è nella mia esperienza è quello di avere sempre trovato delle persone con cui lavorare in maniera molto libera, una situazione in cui i talenti di ognuno sono liberi di esprimersi, di venire fuori. Ho ricordi bellissimi dei primi tre dischi, soprattutto del primo, dove ogni pezzo che veniva fuori, eravamo noi i primi a stupirci.