I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Vengono da Padova, i Seville, un quartetto attivo dal 2016, composto da Federico Ruzza, Sebastiano Nalin, Matteo Santaterra e Michele Tedesco. Definire le loro influenze non è facilissimo ma per semplicità diremo che si muovono tra classicismo e modernità, tra un sound radicato nelle radici del folk rock americano e nella declinazione più aggiornata di quella stessa tradizione, portata avanti negli ultimi anni da grandi nomi come Black Keys e Tame Impala. A breve usciranno col disco d’esordio, anche se la data di pubblicazione non è stata ancora annunciata. Nel frattempo sono usciti tre singoli, che hanno messo in luce le buone capacità di scrittura del gruppo, la disinvoltura nel tirare fuori melodie snelle ma allo stesso tempo profonde e ammantate di cupezza esistenziale. Abbiamo fatto due chiacchiere col gruppo, per conoscerli meglio e cercare di capire che cosa ascolteremo quando il disco sarà disponibile nella sua interezza.

C’è molto di tradizionale nella vostra musica ma allo stesso tempo anche un’impronta più moderna, data probabilmente dai suoni che avete scelto. Voi dove vi sentite? Più nella tradizione o più nel “futuro”, per così dire?

Siamo sicuramente molto legati alla tradizione ma a modo nostro cerchiamo di creare qualcosa che ci sembri attuale senza lasciarci troppo influenzare dalle mode di turno. L’intento è sempre quello di creare qualcosa di distintivo, non solo nel sound ma anche e soprattutto nell’aspetto melodico.

Come scrivete i brani? C’è un metodo predefinito o dipende dalle varie circostanze?

Dipende decisamente dalle circostanze, non abbiamo un metodo fisso. Quest’album in particolare racchiude brani che sono stati scritti in un arco di tempo piuttosto lungo nel corso del quale siamo cambiati noi e sono cambiate le circostanze che ci hanno ispirato. Ogni brano nasce e si sviluppa a modo suo: Susanne ad esempio è nata chitarra e voce da una sola mente e poi è stata arrangiata con la band; altri brani, come il nostro secondo singolo No Streets To Run, sono invece frutto di un lavoro di squadra e di lunghe peripezie compositive.

Un pezzo come Susanne parla di una storia che finisce male. Da una parte rispecchia un po’ l’epoca odierna, fatta di relazioni fragili e di insicurezze diffuse; dall’altra però, risulta anche spiazzante: normalmente, almeno nelle canzoni, si vorrebbe costruire una realtà ideale, dove tutto funziona…

Non credo sia solo un problema di epoca odierna questa cosa delle relazioni fragili e insicurezze diffuse. In generale credo che una relazione sia fragile quando non c’è una vera conoscenza reciproca. Conoscenza che ovviamente non sarà mai completa ma può essere sempre più profonda in presenza di una comunicazione autentica (una comunicazione in cui ci si espone e quindi ci si lascia conoscere) e un’attitudine ad affrontare i problemi insieme piuttosto che a far finta che non esistano nel nome del quieto vivere.
Susanne e l’altro ignoto protagonista della canzone sono due persone che hanno iniziato a conoscersi, ma ad un certo punto i loro punti di vista divergono e sebbene provino in tutti i modi a capirsi non ci riescono.
A quel punto lì come dicevi tu è spiazzante, forse un po’ spietato, ma bisogna saper mettere un punto e farla finita per poi poter ricominciare. Questo è un po’ il senso del brano. Susanne ci resta male all’inizio, molto male, ma capirà col tempo che è stato meglio così.

Avete un disco in uscita: cosa dobbiamo aspettarci, che non sia ancora stato detto nei singoli?

Ci sono ancora un paio di sfumature dei Seville che non si sono ancore sentite. L’album nel complesso è piuttosto eterogeneo proprio perché, come si diceva prima, ogni brano nasce e si sviluppa a modo suo. Diciamo che tra i singoli usciti finora sicuramente manca sia la parte più malinconica sia quella più psichedelica.

Cosa potete dirmi della scena musicale di Padova? È importante per voi essere identificati con questa città?

Sicuramente a Padova in questo momento si sta vivendo un bel momento per quanto riguarda la proposta musicale indipendente. Nonostante questo non direi che ci identifichiamo con questa città, un po’ perché la scena e abbastanza eterogenea ma anche perché di fatto siamo tra i pochissimi rimasti a Padova a fare indie-rock in inglese.

Spesso c’è il luogo comune che i musicisti siano troppo occupati a suonare per potere andare ai concerti dei “colleghi”. È poi vero? Siete riusciti ad andare a sentire qualcuno quest’anno? Mi dite qualche artista che vi ha particolarmente impressionato?

No dai noi ci andiamo ai concerti e soprattutto siamo sempre curiosi di sentire cos’ha da proporre la scena indipendente. Quest’anno tra le band emergenti che più ci sono piaciute live citiamo i Cactus? da Vicenza e Pau Amma e Vanarin da Bergamo.