I N T E R V I S T A


Articolo di Joshin E. Galani

È prevista per il 21 febbraio l’uscita del nuovo album di Paolo Saporiti Acini Live Trio, per OrangeHomeRecords. È la registrazione dal vivo della tappa milanese al Garage Moulinski del lungo tour del suo ultimo album Acini portato live in trio, con Alberto N.A. Turra alla chitarra e Lucio Sagone alla batteria. Molti concerti nella penisola, dove la forza del live di tre musicisti diventa un’esplosione potente, acini di un grappolo succoso diventato vino che conserva l’aroma originario ma sprigiona un impeto di nuovi profumi e sapori. È con l’entusiasmo di quando riconosci qualcosa di fortemente autentico, intenso e vivace, che ho fatto qualche domanda a Paolo.

Hai percorso molte città, tante tappe in cui hai portato questo live che ha coperto un anno e mezzo in termini di tempo. Con te il chitarrista Alberto N.A. Turra e il batterista Lucio Sagone. Com’è nato questo trio?
Ciao! Questo trio ha avuto una breve quanto lunga gestazione.
Con Lucio avevamo all’attivo molti anni di collaborazione ormai. È la persona a cui devo il mio primo passo verso il professionismo, nel senso che è grazie a lui che ho iniziato a mettere un piede nel mondo della Milano musicale e a credere nel mio talento.
Gli devo tanto dunque, quantomeno il riconoscimento.
Ai tempi suonavo e scrivevo le mie cose, confinato tra i muri di casa o poco più. Appena tornato a Milano, dopo la parentesi vissuta in provincia, sulla sponda novarese del Lago Maggiore e a Torino, una volta mollata la Facoltà di Psicologia.
Quando conobbi Lucio, tramite alcuni amici comuni legati al mondo del cinema e del teatro che stavo frequentando, scoprii che quello che immaginavo di poter realizzare con la mia chitarra e la voce, poteva stimolare il gusto di qualche altro individuo, interessato allo sviluppo e alla crescita di un discorso solista magari, il mio, tanto quanto quello della nascita di un vero e proprio gruppo musicale folk/rock sperimentale. Fu così che Lucio mi presentò Christian Alati (attualmente l’arrangiatore di Acini) col quale fondammo Don Quibol – la mia prima esperienza di band – e registrammo The restless fall prima, a nome mio e Don Quibol successivamente, disco omonimo della band.
Quando mi ritrovai per le mani il corpus dei brani di Acini, pensai a Lucio per la sezione ritmica e a Chri per gli arrangiamenti e iniziammo subito a portarlo in duo dal vivo. Non è facile sostituire un fenomeno della batteria come Cristiano Calcagnile che ha partecipato come quasi sempre alle sessioni di registrazione e Lucio è uno dei pochi in grado di farlo, mettendoci il carico, in realtà, come artista e come persona: per me lui incarna davvero La Musica in senso lato.    
Alberto è un mostro di bravura e sensibilità, un vero Uomo di oggi. L’avevo sfiorato un paio di volte e ne avevo sentito parlare da Roberto Zanisi, altro grande amico e collaboratore, legato soprattutto al periodo de L’ultimo ricatto e di Bisognava dirlo… passato in trio con Luca Pissavini al contrabbasso e lui al bouzouki e al dobro. Il colpo di fulmine con Alberto è scattato nel momento in cui Francesco Carlucci (Fleisch Agency) a cui devo l’ultima e definitiva intuizione al riguardo, mi parlò di lui, dicendomi: c’è un chitarrista pazzesco a Milano, col quale ho collaborato ultimamente e che credo potrebbe far scattare l’amore in te, avete due punti di vista e dei modi di essere molto, molto simili. Oggi Alberto è un fratello e su di lui baso e costruisco buona parte della mia sicurezza sul palco, non ultima l’idea musicale del live e dei dischi a venire. Diciamo che se c’è una cosa che accomuna queste due persone e me è la passione per la musica e il contatto umano di cui siamo stati e siamo capaci, tanto da rendere necessaria la pubblicazione di un live in trio.

Com’è cambiata la tua visione musicale tra la preparazione in studio di Acini e gli arrangiamenti per i concerti in trio?
Acini è nato in una versione molto più vicina a come si presenta ora sul palco, rispetto alla tendenza più “meditativa” del disco in generale. Christian ha lavorato di cesello in studio e suonato tutti gli strumenti (alcuni campionati) noi invece, più di pancia, come capita a una band live. Nel senso che io avevo i miei brani, come solito, che stavano in piedi da soli chitarra e voce e li ho messi nelle mani di Christian Alati, seguendone il lavoro passo dopo passo ma affidandomi totalmente, come mi piace fare con chi lavora e accetta di avere a che fare con me. Per questo la fiducia e lo stare bene sono tutto nel mio mondo. L’evoluzione dei brani è fisiologica col passare del tempo e con il manifestarsi dell’esperienza live. Ora, quegli stessi brani, hanno due anni di vita in più ed è ovvio che siano più maturi e che in alcuni casi siano diventati altro da quello che furono all’inizio, fosse anche soltanto per la mia capacità di interpretazione vocale il panorama è mutato. Col trio, come con tutti i musicisti coi quali ho e avrò a che fare, lascio pieno movimento d’azione a chi suona. Se una persona incontra il mio gusto, viene da sé che mi fidi delle sue scelte. Non l’avrei scelta. I termini sono il rispetto reciproco e la Bellezza. Il rispetto della Bellezza. Nessuno si deve sentire prevaricato e deve contribuire in prima persona all’aspetto creativo della scaletta. Io non conosco la teoria musicale, non so dire quello che faccio o cosa debba fare un musicista esattamente, se non portarlo emotivamente in quel ambito, in quel modo di stare sul palco che mi corrisponde e interessa.  

L’album è la pura registrazione del live, senza tagli, aggiustamenti, una vera immersione nella serata, per come è stata realmente. Il non metterci mano successivamente e le piccole imperfezioni danno il senso del reale e la possibilità di godere del sapore intatto di quello che è successo. È stata questa la visione?
Esattamente, è proprio quello che volevo ottenere e passare agli ascoltatori.
Nessun taglio. Nessuna sovra incisione. Volevo che questa fosse una fotografia reale di quello che siamo, tre amici/fratelli che celebrano ogni volta la bellezza del proprio essersi incontrati nel e grazie alla musica, l’arte. Perché di questo si tratta sempre per me, di arte e di poesia. Lasciare sfogo alla propria visione poetica della vita.  

So che non hai mai voluto ascoltare le registrazioni dei tuoi live, come a conservare unicamente l’esperienza diretta dei concerti. Questo è la tua nona uscita discografica ed il tuo primo lavoro dal vivo, che effetto ti fa aver impresso con un disco una lunga stagione di concerti?
È una meraviglia, un regalo fatto a noi stessi. Un premio al nostro lavoro e a chi ha voluto condividere con noi la cosa e a chi lo farà ascoltandolo.
Lo stupore dei primi ascolti è qualcosa che ricorderò per sempre. Ero in studio con Raffa (Raffaele Abbate, OrangeHomeRecords) e mi giravo verso di lui e dicevo, con le lacrime agli occhi: ma sono io? Siamo noi? Davvero? Che cosa hai fatto e che cosa hai aggiunto o tolto, dimmi la verità! Parlando di equalizzazione e auto-tuning magari aveva… E invece no. Non mi sembrava vero di poter essere arrivato a questo livello e invece è proprio così, siamo noi, nudi e crudi. È stata ed è una gioia infinita. La mia voce poi… Sono contento finalmente.  

Trovo da sempre molto interessanti i tuoi lavori, in questo Acini Live ho riscontrato una forza musicale e vocale pazzesca, come se nella voce del live ci fossero molte più sfumature rispetto al disco. Quanto la presenza fisica delle persone influenza un’espressione vocale rispetto alla registrazione in studio?
Di sicuro tutto si trasforma e cresce, giorno dopo giorno, live dopo live, ascolto dopo ascolto. Figurati la voce umana. Un brano neonato non è paragonabile a uno che ha già una vita di due anni sul palco, ascoltato da terzi e riconsegnato al mittente. Pensa che effetto potrebbe avere poi, il ritrovarci finalmente a suonare in una condizione di rispetto e di vero ascolto riconosciuto, su dei veri palchi, tipo un vero teatro o un tourbus, prodotto con un budget e con tutti i crismi di quello che succede ai miei colleghi più famosi. Noi facciamo tutto in prima persona, nessuno lavora per noi o ci aiuta in qualche forma. Neanche Raffa coi suoni purtroppo, per una questione di cachet. Io guido l’auto – magari fino in Puglia – scendo, faccio il check, mangio, suono, vado a dormire, riparto. Lo stesso vale per gli altri che magari non hanno soltanto guidato, per mia volontà ma per il resto…
Sono convinto che la grandezza la faccia anche il tipo di pubblico che incontri, l’attenzione e il rispetto, la sacralità di tutto il processo. Cohen, Waits, etc. non sarebbero diventati quello che sono diventati, senza i feedback di energia e “fede” del proprio pubblico e delle produzioni che li hanno accompagnati. Credo che a un certo punto si innesti un processo virtuoso che fa gravitare tutto quanto. Senza, si vola per forza di cose un poco più basso ma ci si fa comunque le ossa e se ne può già abbondantemente dichiarare soddisfatti. Ogni volta però, quando capita, dover combattere per farsi ascoltare, una volta già consolidato il proprio diritto a salire su un palco, grazie allo studio e alla disciplina, all’esperienza, uccide e stronca tutta una parte delle energie che andrebbero convogliate soltanto nell’arte stessa, nella poesia, non nella sopravvivenza banale, spiccia.  

La magia che emerge da Acini Live comunica una grande intensa e complicità tra voi, ho sentito un’elevazione globale del lavoro rispetto al disco originale… siete in tre ma l’effetto è esponenziale!!!
Dico spesso che siamo in tre ma che sembriamo in quindici… E finché non ci ascoltano, non ci credono, ecco anche il perché del disco ma tanto dipende poi dall’esposizione che ci sarà concessa… Vedremo.
Per quanto attiene il discorso delle registrazioni e del disco in sé, è sicuro che si tratta di due lavori diversi. Performare dal vivo, per qualcuno e in uno spazio di condivisione, è tutt’altra cosa rispetto alla stessa cosa realizzata in studio, immaginificamente ma fa tutto parte di un meraviglioso processo di crescita.
Di solito finisce che entri in studio con del materiale nuovo, fresco, non ancora digerito e metabolizzato, quindi le interpretazioni difficilmente possono essere all’altezza di qualcosa di condiviso con le persone in due anni di esistenza successiva.
La cosa che volevo che poi passasse davvero è la questione dell’interplay, del nostro modo di intendere le cose, della condivisione di una causa e di un punto di vista sul mondo ma qui lascio parlare la musica, perché è tutto molto evidente all’ascolto.

Ogni tuo progetto è un po’ come il tuo palco teatrale, dove le tue bravure sono riconoscibili ed in cui ci si sente abbracciati, scena dopo scena. Cambiano le ambientazioni, le atmosfere, i sapori ma l’agilità e l’elasticità compositiva e vocale è sempre un’esperienza di stupore. Credo che anche lo stupore sia un’emozione che arricchisca lo spettatore, lo scuota e lo faccia godere appieno del live. So che – a ragione – patisci certe situazioni inadatte ai concerti ed all’ascolto, che pregiudicano la giusta attenzione. Sotto questo punto di vista come sono andate le date del tour?
Lo stupore, una cosa preziosa, merce rara e che manca di più, in giro per l’Italia, ahi noi…
Si è vissuto di tutto, dal dover urlare e calpestare, con stupore appunto, le distrazioni altrui per quanto appena ricevuto, al poter sussurrare quelle stesse cose all’orecchio di pochi altri intimi ascoltatori, nella più assoluta e profonda sacralità. Un’esperienza estrema e sempre nuova. Devo dire che questo trio, questa formazione, i talenti specifici di Alberto e di Lucio, mi permettono di godermela tanto nei momenti più difficili quanto in quelli più facili. Una cosa che la gente non sa e che non capisce, ad esempio, è che se il rumore fuori è alto, noi neanche ci sentiamo sul palco e siamo costretti a suonare a memoria, senza riferimenti e senza stare bene, godere del nostro spazio. Questo è allucinante, laddove accade anche e soltanto per la disattenzione di due chiacchiere fatte a un volume troppo alto, in relazione a qualcuno che sta soltanto facendo il suo lavoro e che si sta comunque mettendo a nudo davanti ai tuoi occhi ma tutto ciò, verrebbe da dire, è molto contemporaneo… Lo scarso rispetto. È basico ma attuale. In fondo, anche un senza tetto che dorme sotto le gallerie del centro di Milano, senza ricevere aiuto o un punto di vista radicale sulla questione, è indice evidente di qualcosa a cui ci siamo brutalmente abituati e che è andato ben oltre il plausibile, che ci lascia ormai indifferenti. Che dire poi allora di un grande talento che suona da solo il violino abbandonato all’angolo della strada? O di noi stessi, è determinante per comprendersi?

La sensazione è che anche nei tuoi live come nelle tue scelte artistiche, tu sia molto a nudo, senza veli. L’unico schermo forse è quello di fare poca conversazione con il pubblico, rimani nell’essenziale. È una scelta per rimanere concentrato nell’essenza, è timidezza o preferisci semplicemente che sia l’aspetto artistico ad emergere?
È una scelta, una necessità, una reazione, una volontà ma è anche un metodo. Amo giocare coi sentimenti che ho a disposizione, in quanto essere umano. La timidezza, la rabbia, il pudore sono aspetti che in alcuni casi mi piace rispettare, quando sono organici, in altri dimenticare quando sono falsi e deboli. Credo che svelino comunque parti essenziali della sensibilità di ognuno di noi e che non vadano censurate o prevaricate mai a prescindere. L’arte è questo. Basta poi che la tavolozza sia e rimanga ricca e fluida. Anni fa forse ero più introverso e rigido e avevo anche dei riferimenti precisi che diventavano delle gabbie, ora volo libero.

È stata fatta una registrazione video dell’intero concerto, uscirà un DVD o segmenterete in diversi video?
In realtà non vale la pena realizzare preventivamente un DVD, come puoi immaginare, visti i costi, a meno che il mercato lo richieda. A me interessava avere la testimonianza vera e sincera di tutto quanto siamo in grado di esprimere. Distribuiremo le riprese passo dopo passo, in digitale, sul web.

Ci parli dell’artwork della copertina?
Abbiamo scelto di lavorare in continuità rispetto alla copertina di Acini, io e Alessandro e siamo andati per sottrazione, dando però valore al concetto di trio, senza snaturare il prodotto che è e rimane comunque cantautorale, perché io mi sento sempre tale.
Come vedi, rimane l’ombra sul pavimento metafisico/simbolico e il font che in qualche modo resta uguale ma cambiano tutti i formati. È una busta di cartone. Determinante è stato il fatto che il materiale derivasse da Acini e da una manciata di altri dischi precedenti. Un solo inedito fa da trait-d’union col futuro – perché soltanto lì ritroveremo la versione in studio di “La mia falsa identità”. Una mezza cover dei Radiohead “Street spirit” un brano epocale. Il back poi, è ispirato ai bootleg su cassetta che si usavano ancora quando io ero piccolo. Parliamo della fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Realizzato anche questo da Alessandro Adelio Rossi – come Acini – al quale ho già chiesto di voler iniziare a mettere le mani e i pensieri sul nuovo materiale, per il nuovo disco.

Sei totalmente immerso in questo progetto o una parte di te è anche proiettata in un disco futuro?
Ultimamente sta salendo e sempre più forte, la febbre per il nuovo lavoro. Sarà uno step sopra rispetto a tutto quanto da me concepito fino a oggi, come deve e dovrebbe sempre essere. Ho registrato le bozze di diciotto brani la settimana scorsa e sto preparando il gruppo di lavoro. Ci saranno delle grosse novità e ne sono entusiasta. Cose importanti e di grande valore. Soprattutto nella line-up e nelle collaborazioni. Grazie.

Ecco le date del nuovo tour di Paolo Saporiti in Trio:
27 febbraio Showcase BIKO CLUB Milano
28 febbraio CIRCOLO ANPI Ispra
09 marzo GATTO’ Milano
13 marzo (T.B.A.)
14 marzo SPAZIO LOMELLINI 17 Genova
15 marzo LUCCA LIBRI CAFFE’ LETTERARIO Lucca
21 marzo  NEW IDEAL Magenta (Annullata)
27 marzo BLACK INSIDE Lonate Ceppino Varese
18 aprile PINTUPI Verderio Inferiore Lecco