I N T E R V I S T A


Articolo a cura di Luci

Luca Corsi arriva da Val di Campo, un podere in mezzo alla campagna, situato nella Maremma Toscana.
La prima chitarra gliel’hanno comprata da adolescente, dopo poco tempo è arrivato il pianoforte, ma scriveva testi già alle elementari.
A soli ventisei anni si è fatto notare nel panorama musicale per una vena cantautorale in cui spicca un approccio sempre poetico, surreale, il più possibile “leggero” ma allo stesso tempo ricco di intense , originali riflessioni sulla vita.
Da pochi mesi è uscito il suo terzo disco Cosa faremo da grandi? a proposito del quale lo abbiamo contattato per rivolgergli alcune domande:

Hai definito le ballate che compongono il disco “storie vere sotto forma di bugie”. Un ossimoro decisamente intrigante, ce lo vuoi spiegare meglio?
Sono storie vere, mie, o di persone che conosco ingigantite o rimpicciolite tramite la fantasia, uno strumento che abbiamo per fortuna a disposizione.

Le nove canzoni presentano una notevole varietà di stili in cui confluiscono chitarre acustiche ed elettriche, il pianoforte, il contrabbasso, ma anche la marimba e il mellotron. Tradizione e modernità s’intrecciano, sempre all’insegna di una grande armonia. Come sei arrivato a questo risultato? Quanto ha influito la presenza di Francesco Bianconi?
Due anni fa uscì Bestiario Musicale, un concept sugli animali della maremma, per quel disco avevo scelto un suono acustico, silenzioso, adatto a quel tipo di racconti. Con il nuovo album non volevo ripetermi nella formula del concept , volevo qualcosa di classico, dove ogni canzone avesse una propria storia e un proprio sound. Mi sono ispirato al cantautorato degli anni passati, amo Conte, Ivan Graziani, e al glam rock degli anni 70, T rex, Roxy Music, Steve Harley. Ho messo su i provini qua in maremma, poi lavorare con Francesco Bianconi è stato molto bello, eravamo sulla stessa lunghezza d’onda, mi ha aiutato nel perfezionamento degli arrangiamenti, ha scritto le parti per quartetto d’archi. Abbiamo chiuso il disco in tre, io, Francesco e Antonio Cooper Cupertino, un gran bel team.

Trovo molto originale l’uso che fai della voce, un cantato-recitato ironico, poetico, leggero, ma altrettanto intenso. Grazie ad un approccio direi di fondo teatrale, diventi un folletto cantastorie che riesce a rendere assolutamente credibile qualsiasi “favola” cantata. C’è qualcuno in particolare che ha ispirato una scelta interpretativa così personale e suggestiva?
Le ispirazioni sono quelle citate nella risposta precedente, aggiungerei Lou Reed, Peter Gabriel, Gaber, Renato Zero, Dalla, Antonio Ligabue il pittore, De Chirico, Valentino Rossi, Pazienza, e i miei cani che non cantano ma si fanno capire lo stesso.

Anche i testi dei tuoi pezzi sono altrettanto originali. In ognuno sembra tu ti diverta un sacco guardare la realtà da un punto diverso da quello comune… E’ un modo per estraniarti da un quotidiano nel quale magari fatichi a riconoscerti o un’opportunità per acquisire nuove consapevolezze?
Quelle storie anche se strane per me fanno parte del quotidiano, non sono al di fuori della vita.

La tua seconda canzone d’amore scritta fino ad ora la dedichi ad una ragazza trasparente. Trasparente perché non c’è. Ciò che dovrebbe trasmettere un senso di mancanza si trasforma invece nella gioiosa condivisione di in un sentimento universale “dato che è trasparente può esser tutto, io la ritrovo nella musica o nella forma di una nuvola”. Mi incuriosisce particolarmente il percorso che ti ha portato ad esprimere questo concetto, segno che, nonostante la tua giovane età, hai già raggiunto un notevole livello di maturità…
Ti ringrazio, non so dirti con precisione.

“Correndo all’incontrario si recupera il fiato perso”, (pensiero profondo e anticonformista tratta dalla traccia “l’orologio”). Si tratta di una intrigante e fantasiosa teoria o l’hai già sperimentata anche nella tua vita?
Se si può correre a perdifiato nulla ci vieta di riprenderci il fiato perso. Insomma spesso ci capita di tornare al passato per star meglio, quando il presente è scomodo.

Se vento non è un freno ma una spinta utile per chi è fermo e non trova il coraggio. Vento che spinge sia le barche che gli uomini se non riescono a muoversi. Così affermi in “Trieste”. Sembra che tu riesca sempre a riconoscere un senso positivo in tutto ciò che accade, come ce la fai?
Non lo so, credo che si viva meglio cercando di vedere i lati positivi delle cose, comunque ci sono molte situazioni negative e basta, senza altri tipi di approccio.

“Sentirsi soli in una grande città è più dura che nella mia terra. Ci sono troppe pareti, troppi muri dove sbattere la testa”. Mi sembra un chiaro riferimento alla tua esperienza di vita a Milano. Vuoi parlarcene?
Sì, è un testo che racconta una sensazione che ho avuto stando lassù in città, preferisco gli alberi dell’ombra ai pali della luce.

Affermi “per me l’arte è un’altra cosa, del tutto separata dall’ambito dell’intrattenimento e del commercio”. Quindi che significato ha per te e ci sono artisti nei quali ti riconosci particolarmente?
Mi dicono che la canzone deve essere uno specchio, ovvero qualcosa dove ritrovarsi, ma la canzone, ne sono convinto, può ancora essere un quadro, qualcosa da guardare e nella quale perdersi (sempre se vogliamo a tutti i costi appendere le canzoni ad un muro). Per me non è questo il campo dove si possono accettare compromessi per apparir di più, per far più soldi e per avere fama, non può e non deve convivere tutto questo con una forma di espressione artistica. Amo le canzoni senza tempo, ad esempio quelle di Paolo Conte potevano essere del passato quando uscirono negli anni 70 e possono essere del futuro al giorno d’oggi…