I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Facile dire che sia la Sicilia, il comune denominatore di questo progetto. Colapesce e Dimartino vengono da lì, sebbene originari di due province diverse (Siracusa il primo, Palermo il secondo), l’immaginario dei testi guarda tantissimo da quella parte, giocando con la geografia, il folklore e i personaggi celebri ad evocare un universo senza tempo, nonostante poi si parli anche parecchio di contemporaneità. E poi c’è Carmen Consoli, che dopo Battiato è probabilmente il volto più importante di una scena musicale vasta e importante, anche se spesso si tende a dimenticarlo.
Al di là di ogni connotazione geografica e culturale però, “I mortali” è soprattutto uno dei dischi più belli che siano usciti in Italia negli ultimi anni. E non poteva che essere altrimenti, visto che lo hanno scritto due artisti che, oggi come oggi, hanno ben pochi rivali quando si parla di rapporto tra cantautorato e dimensione Pop. Erano arrivati probabilmente all’apice del loro percorso: “Infedele” di Colapesce è stato un disco importante, che ne ha messo in mostra le doti in misura di gran lunga superiore a prima mentre “Afrodite”, grazie anche al sodalizio con Matteo Cantaluppi, ha alzato notevolmente le quotazioni di Dimartino. Adesso i due hanno unito le forze per realizzare un lavoro che non è solo la somma ideale delle rispettive proposte ma vuole proporsi come un vero e proprio terzo soggetto, quasi come se partecipassero alla Line up di una band che si è appena formata. Il tour nei teatri che aspettavamo con impazienza non c’è stato ma prima o poi ci ritroveremo di nuovo e allora cantare insieme questo canzoni sarà davvero bellissimo. Nel frattempo abbiamo raggiunto al telefono Antonio e Lorenzo che, disponibilissimi, ci hanno svelato diversi aspetti di questo lavoro a quattro mani.

Ma questo tour alla fine lo avete cancellato o solo rimandato? Io ho il biglietto della data di Milano che è lì che aspetta…
Dimartino: Lo faremo sicuramente ma ancora non abbiamo rischedulato le date. Stiamo aspettando l’evolversi della situazione per avere delle date certe perché sai, alcuni le hanno già spostate a ottobre ma rischia di essere un po’ troppo presto. Noi metteremo in piedi il tour vero e proprio del disco solo nel momento in cui avremo la possibilità di farlo come avevamo pensato. Probabilmente però quest’estate faremo delle date in acustico…

Anche voi come molti altri artisti avete deciso di posticipare l’uscita del disco ma non avete protratto ad oltranza questo vostro personale lockdown…
Dimartino: Ci sono stati diversi fattori che ci hanno spinto a pubblicarlo lo stesso. Il primo è una cosa che ci siamo detti con Lorenzo, che era quella di far andare avanti la musica. Se ci fossimo fermati non avremmo dato un bel segnale, anche in rapporto alle scelte che abbiamo sempre fatto. Ci piaceva l’idea di far uscire il disco, qualunque fosse poi il modo che avremmo usato per promuoverlo. Sapevamo che saremmo stati penalizzati a buttarlo fuori in un periodo come questo ma a dirti la verità, vedendo il modo in cui è stato accolto, abbiamo capito che era senz’altro giusta l’idea che abbiamo avuto. Poi alla fine lo abbiamo spostato solo di due mesi, non è cambiato poi così tanto. Certo, la promozione la stiamo facendo via telefono e via web ma per il resto l’approccio da parte nostra è lo stesso.

Ma l’idea di fare un disco insieme da chi è nata? Chi l’ha proposto per primo all’altro?  
Dimartino: Ma sai che non riusciamo a ricordarcelo (ride NDA)? Io e Lorenzo ci conosciamo da moltissimi anni, la prima volta che ci siamo trovati come cantautori è stato ad un festival a Mazzara del Vallo e lì abbiamo in qualche modo iniziato a conoscerci come autori di canzoni. Poi negli ultimi anni, per varie vicissitudini, ci siamo trovati a scrivere per altri artisti. E facendolo, più volte ci siamo detti che sarebbe stato bello prima o poi realizzare un disco insieme…

Sono molto curioso di capire come questi pezzi sono nati: sviluppavate insieme la stessa idea oppure uno dei due lavorava su un brano portato già compiuto dall’altro?  
Dimartino: Il processo di scrittura cambiava da brano a brano. Alcune canzoni le avevo già scritte io, altre le aveva lui ma magari non erano finite, erano solo delle idee di melodia o dei testi abbozzati. È anche accaduto, ma più raramente, che unissimo un ritornello che avevo scritto io ad una strofa che aveva fatto lui. Un brano come “Majorana”, invece, è nato mentre eravamo in studio, da un arpeggio su cui abbiamo messo mano contemporaneamente. Mentre “Noia mortale” l’abbiamo scritta assieme a Federico Nardelli, che è anche uno dei produttori del disco.

Immagino quindi che la stessa cosa sia avvenuta con le parti vocali: come ve le siete divise? Perché ho notato che chi ha molta dimestichezza col vostro modo di cantare è riuscito a distinguervi bene; viceversa, chi magari non vi ha in mente benissimo, ha lamentato un’eccessiva omogeneità…
Dimartino: Volevamo che questo disco suonasse come il disco di una band. Nei pezzi, così come anche nelle voci, volevamo come creare un terzo cantante che nascesse dal mix delle nostre voci, quindi direi che in molti punti quell’omogeneità di cui tu parli è voluta. Volevamo infatti evitare che una delle nostre due anime prevalesse sull’altra ma non è una cosa che ci siamo detti prima, è avvenuto in maniera molto naturale: ci siamo accorti che era bello quando le due voci stavano in equilibrio, quando nessuno dei due usciva troppo sull’altro. Ci piaceva l’idea di fare un disco a quattro mani che fosse cantato a due voci, ecco. Anche nel singolo con Carmen, se ci pensi, lei non diventa mai protagonista, è sempre dentro nel coro di questa sorta di band.

È una cosa bella, secondo me, perché se tu chiami un’artista come Carmen Consoli, ci si aspetterebbe che la utilizzassi di più. Invece voi non avete fatto il classico featuring col personaggio preso apposta per trainare il pezzo ma l’avete utilizzata in modo che il suo contributo fosse rigorosamente al servizio del brano…  
Dimartino: È esattamente così. Quando abbiamo scritto il pezzo, volevamo che le parole potessero appartenere anche a lei: “È un istinto primordiale riuscire a non farsi male” è un verso che cantato da lei assume un significato emblematico, che ha a che fare con tutta la sua carriera, la sua coerenza, la sua eleganza anche nella scrittura dei testi… quindi sì, l’abbiamo inserita nel contesto, non l’abbiamo messa lì perché desse forza commerciale alla canzone; ci interessava più il lato artistico, ecco.

Poi trovo che sia in qualche modo simbolico anche di un incrocio tra generazioni di artisti siciliani: non so, l’anno scorso ha fatto un pezzo con Levante, quindi direi che si è creata una sorta di ponte…  
Dimartino: Assolutamente, è molto bella questa cosa, per noi. Lei è uno di quegli autori che, come Battiato, ha saputo internazionalizzare la Sicilia, senza renderla un posto stereotipato, folcloristico, ma facendola diventare quasi un “non luogo”, che potrebbe essere qualsiasi isola del mondo, dove accadono delle cose universali.

Che è poi anche una caratteristica di tutta la grande letteratura. Tu del resto hai preso il titolo di un tuo disco da Pavese (“Un paese ci vuole” del 2015 NDA) e mi verrebbe da dire che anche lui è uno così, no? Ha preso le Langhe e vi ha messo dentro le stesse dinamiche del mito…  
Dimartino: Soprattutto gli scrittori siciliani, però, hanno sempre raccontato la Sicilia come se quasi non fossero siciliani… non so come spiegarmi ma se leggi “Conversazione in Sicilia” di Vittorini, quel posto potrebbe anche essere un’isola della Grecia o un posto sperduto nell’oceano Pacifico. Il modo di raccontare la Sicilia nelle loro pagine non diventa mai legato a qualcosa di stereotipato, di elementi per cui questa regione è famosa in tutto il mondo.

Ma poi, pensandoci, che scena pazzesca avete lì da voi? Non ci si pensa quasi mai ma, al di là di Ypsig Rock che basterebbe già da solo, c’è anche tutta una serie di band e artisti altamente meritevoli… 
Dimartino: È vero, ci sono molte band che suonano ma continuano a mancare strutture e locali, ci sono pochissimi posti dove si può suonare dal vivo in maniera adeguata. Quindi è strano che ci siano tutti questi artisti in un posto che purtroppo ancora non offre tutto questo supporto alla musica. Probabilmente questi movimenti dal basso, questo Underground è da sempre nato in contesti poco propensi all’arte e quindi in un certo senso è abituato a lavorare bene in circostanze difficili.

Provenite da due zone diverse della Sicilia: Antonio da Palermo, Lorenzo da Siracusa. Quanto questo ha pesato nella vostra interazione artistica? Probabilmente è una domanda stupida ma qui da noi rimbalza molto questa idea di rivalità tra le città, soprattutto tra Palermo e Catania…
Colapesce: Non c’è nessuna rivalità, soprattutto tra di noi che facciamo musica e che non seguiamo il calcio (ride NDA)! Anzi, io sono molto legato a Palermo e quando posso ci vado, è un posto splendido, molto diverso rispetto a Siracusa, sembrano quasi due regioni diverse: il palermitano è più arabo, la nostra zona invece risente più delle influenze greche. Sono due luoghi molto diversi ma la rivalità, per quanto mi riguarda, lascia il tempo che trova…

“Il prossimo semestre”, che apre il disco, è stata definita una sorta di “Boris” del cantautorato. Non ci sono per caso anche dei riferimenti voluti ad un certo personaggio dell’Indie recentemente passato al Mainstream Pop più spinto (non faccio nomi ma credo che si sia capito NDA)?  
Colapesce: Per la verità ci siamo ispirati a “Il merlo” di Piero Ciampi. Anche quella è una sorta di meta canzone dove lui parla con questa creatura, che gli suggerisce una parodia vincente di canzone da portare all’editore per fare i soldi perché è senza una lira e anzi, all’inizio della canzone stava pure per mangiarselo!

In effetti anche voi alla fine avete fatto un disco Pop, però un disco di Pop altissimo, potenzialmente in grado di arrivare a chiunque ma senza snaturare il livello della vostra scrittura, che rimane peraltro altissimo…  
Colapesce: Grazie! Si tratta di una semplice meta canzone che vuole raccontare il mondo del cantautore ma soprattutto quello dell’autore, che è poi il lavoro che facciamo io e Antonio, perché oltre a scrivere e suonare le nostre canzoni, scriviamo anche per altri. E di conseguenza, ci piaceva mettere in luce tutta una serie di cliché che spesso vengono fuori, come quella di trasferirsi a Milano, la produzione fresca, il semestre Siae, che ogni volta arriva ma non sai mai quanto ti arriva, come se fosse una lotteria… quindi questi sono i riferimenti, è una canzone legata al mondo dell’autorato che per certi versi è un mondo marchettistico… poi è vero che qualcuno l’ha legata a “Boris” e sì, ci potrebbe anche stare in effetti.

Un altro brano bellissimo è “Olindo e Rosa”: è veramente interessante questo effetto di straniamento che si crea se si pensa a chi sono effettivamente i protagonisti del pezzo…  
Colapesce: Volevamo semplicemente scrivere una canzone d’amore ma volevamo aggirare la dimensione autobiografica che in questi casi è sempre in agguato. Avevamo in mente una canzone che parlasse di amore assoluto, al di fuori dal contesto in cui spesso questo si muove. Qui nello specifico si parla di due killer che però, al di là di tutto, provano anche loro dei sentimenti. L’idea era quella di mettere un faro su quell’aspetto della loro vicenda. Prima di scriverla abbiamo letto un po’ di articoli, ci siamo visti delle interviste e siamo rimasti colpiti da quella richiesta di Olindo di avere una cella matrimoniale da condividere con la moglie, perché lui non poteva concepire il fatto di stare lontano da lei. È una cosa che può far ridere ma fa anche riflettere, è anche un amore ingenuo, in un certo senso, quasi adolescenziale. In generale nel disco ci piaceva l’idea di avere questa multi dimensionalità, di andare oltre quello che potrebbe essere il primo significato delle parole. Anche “Majorana”, ad esempio, si muove su questa falsariga

E probabilmente anche “Noia mortale”, che è forse il mio pezzo preferito. È poi anche quella che potrebbe avvicinarsi di più al titolo: l’uomo inventa dei sistemi per vincere le sue paure ma questi si rivelano essere sistemi illusori, compresa la religione, come dite nel primo verso del ritornello. È una canzone parecchio dura, a pensarci…  
Colapesce: Si tratta della prima canzone che abbiamo scritto, abbiamo anche modificato in parte il testo per adattarlo alle tematiche che nel frattempo stavamo sviluppando ma sono rimaste alcune immagini della prima versione, come l’estintore per le paranoie o la stessa noia mortale del titolo. È vero che è un pezzo duro: abbiamo giocato sul contrasto tra l’avere una canzone Pop molto fruibile, con dei ritornelli molto cantabili, che contenesse allo stesso tempo delle immagini molto dure, se le vai a guardare da vicino. Ci piaceva l’idea che si potesse cantare qualcosa che nascondesse anche una dimensione profonda di sofferenza: quando diciamo “Per salvare la pelle abbiamo anche creduto alla resurrezione” già dice tutto; ma anche l’idea che abbiamo “scopato per nascondere un dolore” crea un contrasto con la melodia che ci piaceva molto. La metafora del supereroe nel primo verso, poi incarna un po’ il senso generale della canzone…

Una cosa che mi ha colpito parecchio è che avete lavorato con diversi produttori (Frenetik & Orang3, Federico Nardelli, MACE, Mario Conte, Giordano Colombo NDA) ma alla fine il risultato finale è molto omogeneo…  
Colapesce: All’inizio l’idea era, al contrario, di avere un disco disomogeneo che contenesse tutte le varie sfaccettature della nostra scrittura. Poi però anche noi ci siamo sorpresi, terminati i lavori e facendo la scaletta, che in realtà era uscito molto più unitario di quello che ci saremmo aspettati. Forse è stata la nostra scrittura, ad aver legato assieme dei lavori di produzione molto diversi tra loro. Abbiamo lavorato con persone dal curriculum e dal modus operandi diversi però alla fine sembra che ci sia un unico produttore, in effetti. L’unica eccezione forse è “Majorana”, che però è volutamente nuda, è un brano dove la produzione quasi non c’è, infatti ce ne siamo occupati noi, come a dire: “Ecco, noi senza orpelli e sovraincisioni siamo così!”. È forse anche quella col testo più intimo, perché racconta di dinamiche che conosciamo benissimo. Alla fine è uno dei miei pezzi preferiti, nonostante la semplicità della produzione e delle immagini.

È un brano bellissimo, in effetti. Al di là della canzone in sé, che dal punto di vista melodico funziona benissimo, ci sono un sacco di rimandi testuali: si passa dall’Istituto “Majorana” fuori dal quale fumavate, alla figura di Majorana stesso e a tutta la sua vicenda personale, quel suo scomparire che può essere letto, in un certo senso, come un tentativo involontario di cercare l’immortalità, concetto a sua volta evocato nei primi versi, quando parlate di “Agrigento”. Insomma, saranno anche immagini semplici ma c’è dietro tutta una rete di significati piuttosto complessa… poi suppongo che l’immaginario adolescenziale sia stato unificato a posteriori, visto che all’epoca non abitavate nello stesso posto…  
Dimartino: Penso che nessuno dei due abbia mai frequentato un Istituto “Majorana” però non è un dato inverosimile perché in Sicilia, come puoi immaginare, ce ne sono un sacco (risate NDA)! E tra l’altro ce n’è uno proprio ad Agrigento! Quel pezzo nasce da una serie di suggestioni che, vuoi o non vuoi, pur avendo vissuto in due paesi diversi, in due province differenti, io a Palermo, Lorenzo a Siracusa, abbiamo incorporato come stereotipi, tutte cose che facevamo assieme agli altri, una visione che hai quando vivi in un paese piccolo: la scuola, il ritrovarsi alla sera sempre sui gradini della scuola, l’amico che a un certo punto muore in un incidente d’auto, l’altro amico che se ne va a vivere al Nord… è tutta una serie di rimandi legati ad esperienze che si vivono nei paesi, esperienze che entrambi abbiamo fatto e che ci hanno permesso di scrivere insieme delle suggestioni che, come ti dicevo poco fa, potrebbero appartenere anche ad una terza persona, come se un ipotetico cantante di questo disco avesse vissuto delle esperienze che sono il risultato della somma delle mie e di quelle di Lorenzo…

“L’ultimo giorno”, ad ascoltarla nel lockdown, mi ha provocato delle sensazioni abbastanza strane…
Dimartino: Il pezzo è uscito a fine gennaio quindi figurati, quando l’abbiamo scritta non avevamo idea di tutto quello che sarebbe successo. Effettivamente, sentirla durante un periodo in cui le persone proprio non si sono viste, oppure si sono salutate nelle stazioni per poi vedersi dopo quattro mesi, un periodo in cui per forza di cose abbiamo avuto la voglia di proteggere i nostri cari, di renderli in qualche modo immortali… sentire il verso “Che fine del mondo sarebbe senza di te”, durante questi mesi è stata effettivamente un’esperienza potente. Però naturalmente il tutto è stato fatto molto prima, non è stato certo volontario!

Voi avete un percorso per certi versi molto simile perché avete abbracciato il cantautorato dopo l’esperienza con una band (Colapesce suonava negli Albanopower, Dimartino nei Famelika NDA). Come si è realizzato il passaggio da una dimensione per così dire “collettiva” ad una più individuale?
Dimartino: Diciamo che me la vivo in maniera un po’ complicata (ride NDA)! Nel mio cervello non sono mai passato ad una dimensione solista anche se poi in effetti è stato così. Anche ora, facendo questa cosa assieme a Lorenzo, mi viene difficile non pensarmi come se fossi all’interno di una band. Mi sento più parte di un gruppo, piuttosto che come un cantautore che lavora con un altro cantautore. Quindi direi che anche l’esperienza di condividere il lavoro di musicista con altre persone non credo che mi abbandonerà mai, è ormai dentro il mio dna.
Colapesce: Per me è molto simile, anch’io ho suonato sempre in una band e anche quando ho fatto il primo Ep come Colapesce eravamo a tutti gli effetti un gruppo di musicisti che hanno arrangiato e suonato insieme le canzoni, anche se poi il materiale era mio e io ero anche quello che ci metteva la faccia. Questo approccio è rimasto anche coi dischi successivi, lo si vede soprattutto nel lavoro di produzione, perché mi piace sempre dare un’impronta collettiva alle cose che faccio. Certamente rispetto agli Albanopower è cambiato molto perché lì cantavamo in inglese mentre nel momento in cui io ho deciso di metterci la faccia, non sarebbe stato credibile continuare con quella lingua e quindi mi sono messo ad utilizzare l’italiano.

Chiuderei con una domanda specifica per ciascuno di voi: Antonio, io trovo che “Afrodite” sia al momento il tuo lavoro migliore, quello dove sei riuscito a trovare la sintesi perfetta delle tue varie anime. Ne eri consapevole, nel momento in cui lavoravi a “I mortali”? Hai per caso già in mente su che strada ti piacerebbe muoverti in futuro?
Dimartino: In realtà non avevo “Afrodite” come punto di partenza, non avevo pensato nemmeno lontanamente di dover partire dal punto in cui ero rimasto. Fondamentalmente, e credo che anche Lorenzo potrebbe dire lo stesso, l’ho presa come un’occasione di rimettermi in gioco, di sperimentare coi canoni di scrittura a cui ero arrivato nel mio percorso personale. E ti dirò che non so neppure dove sto andando perché quello è un percorso lungo. Oltretutto, se quel disco è stato influenzato dal lavoro su Chavela Vargas realizzato assieme a Fabrizio Cammarata (“Un mondo raro” del 2017 NDA) a maggior ragione anche “I mortali”, che è un’altra collaborazione, sarà in grado di portarmi da un’altra parte ancora. Onestamente credo che sia difficile che in futuro faccia un altro disco come “Afrodite” perché comunque avrò voglia di cercare un’altra strada e anche di pormi degli obiettivi diversi dal punto di vista della scrittura.

A te Lorenzo chiedo invece questo: “Infedele” è stato un disco straordinario, così come il relativo tour, forse la cosa migliore che tu abbia fatto fino ad ora. Poi è uscito “Immaginario” il singolo con MACE, che ho trovato altrettanto splendido e che, te lo dico sinceramente, mi aspettavo potesse anticipare un progetto più ampio, visto che quella veste che avete dato al brano era veramente azzeccata è diversa dalle tue cose solite…
Colapesce:
Avevamo l’idea di fare un singolo a sé stante, anche per assecondare in qualche modo le regole di un mercato che negli ultimi anni si muove molto di più sui singoli. Contrariamente alle altre volte, mi sono concentrato solo sulla scrittura del brano, affidando totalmente a MACE il lavoro di produzione: si è occupato lui di tutte le parti e io alla fine il pezzo l’ho solo cantato. Si è trattato dunque di un approccio completamente diverso ed in questo senso volevo che rimanesse un episodio isolato.