R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Il primo giugno 2020 è uscito il nuovo lavoro discografico del valente clarinettista Federico Calcagno, dal titolo Liquid Identities. Chi mi legge sa che mi incuriosisce sempre molto il legame che esiste tra la musica e la parola e, in particolare tra i brani o gli album e i loro titoli. Un legame o un non-legame, non sempre felice e non sempre necessario. In questo caso, il riferimento alla “liquidità” baumaniana, esposta con diligenza nel comunicato stampa, sembra persino superflua poiché, ad un orecchio minimamente abituato all’ascolto del jazz, appare abbastanza evidente che la cifra musicale non possa che essere quella di una mescolanza. 

Ci sono, in questo lavoro prodotto dallo stesso musicista e Aut Records, improvvisazione, classicità, jazz, sperimentazione, persino qualche lontana eco di musica “carnatica”, per stessa ammissione dei musicisti che compongono questo prezioso quintetto: José Soares al al sax alto, Adrian Moncada al piano, Pau Sola Masafrets al violoncello, Nick Tessalonikefs alla batteria, oltre che Federico Calcagno ai clarinetti. Tutti musicisti di paesi diversi che hanno in comune il bacino del Mediterraneo davvero una fucina di vulcano per il jazz europeo.
Ascoltiamoli, predisponendoci ad essere attraversati da una musica impalpabile, ma concreta, difficilmente classificabile, ma estremamente godibile. Il progetto però viene dal nord Europa, in particolare dall’Olanda, infatti il gruppo si è esibito nel magnifico Bimhuis di Amsterdam ed ha ricevuto il secondo premio al prestigioso Keep an Eye International Jazz Award 2019.
Quando il violoncello di Sola Masafrets, attacca Modernity si ha subito la sensazione che si faccia sul serio. È inconsueto che sia un violoncello ad introdurre un disco di jazz, ma è proprio questa “liquidità” che rende scivoloso persino il concetto di jazz. Certo gli stilemi e le impostazioni sono quelle, ma da queste premesse è davvero lecito aspettarsi di tutto. E ancora un delizioso violoncello pizzicato, apre Road to Koog, ben sostenuto e condotto dal clarinetto di Federico Calcagno e accompagnato da un piano appena sussurrato; segue un ritmico e deciso Blame, dove il piglio dei fiati, in particolare del sax, sembra condurre il gioco dall’inizio alla fine, con più di una concessione a echi “free” che ritornano possenti nella parte finale di Disruptive Innovation (e anche il titolo sembra fare l’occhiolino alla ricerca). Mlle Drives, sembra invece essere una allusione nominal-percettiva al più grande jazzista con una tromba in mano, invece si tratta di Miles Okazaki; meglio così, visto che Miles Davis è già troppo citato ed evocato. Ma se dovessi scegliere il pezzo che meglio rappresenti la “filosofia” di questo magnifico lavoro, opterei per Melting Nostalgia, dove sembra sempre di essere sul punto di definire una fisionomia musicale, e invece si viene sistematicamente smentiti dalle armonie e dagli accordi successivi. Musica liquida, come le nostre identità mutanti e come è liquido il Mediterraneo, luogo di transiti e di mescolanze, di altre identità mutanti e migranti alle quali allude l’oblò arrugginito di una imbarcazione sulla bella ed eloquente copertina.

Tracklist:
01. Modernity
02. Road to Koog
03. Blame
04. Melting Nostalgia
05. Disruptive Innovations
06. Rhino Milk
07. Miles Drive
08. There was a Rhythm