I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Dagli esordi acerbi con i Walrus, passando attraverso le scarne ma significative pagine della storia del rock indipendente italiano scritte con i Criminal Jokers, la band da cui ha poi avuto origine la carriera solista di Francesco Motta, fino ad approdare alla grande vicenda degli Zen Circus, con cui suona dal 2017 e assieme ai quali ha vissuto anche un Sanremo, quello dello scorso anno. Prima, durante e dopo, c’è un percorso da musicista classico, con gli studi di fagotto al Conservatorio, sulla scia di una famiglia che ha fatto della musica la propria vocazione (il padre Andrea Pellegrini è un importante pianista Jazz), Francesco Pellegrini, detto simpaticamente “Maestro” proprio per via del suo percorso accademico, è approdato anche lui all’esordio da solista. Uno sbocco quasi obbligato, per un artista che, pur sempre al servizio degli altri, non ha mai nascosto la passione per la scrittura ed il desiderio di mettersi alla prova in un progetto che fosse tutto suo.

Fragile sarebbe dovuto uscire a maggio ma è entrato anch’esso nella lunga lista dei lavori posticipati a seguito dell’emergenza Covid. Alla fine è uscito ma la soluzione, in linea con un trend degli ultimi tempi che personalmente mi piace poco ma che tocca registrare, è stato spezzato in due: la prima parte, di quattro canzoni, è uscita in questi giorni mentre la seconda vedrà la luce in autunno. Ci siamo ritrovati online con un po’ di colleghi della stampa e tale questione è uscita abbastanza in fretta: “Il disco sarebbe dovuto uscire tutto intero l’8 maggio. In questa fine del mondo che si è presentata sono andato molto in confusione, non sapevo che scelta fare. Ho deciso quindi di fare uscire un brano, Cent’anni, che è andato ad aggiungersi a Boxe che era già uscito. Quando poi c’è stata la possibilità di tirar fuori altro materiale perché la situazione sembrava migliorare, un po’ non mi sono fidato che la situazione migliorasse abbastanza, un po’ mi sono anche detto che in un momento così difficile, con un lavoro a cui ho dedicato più di due anni della mia vita, piuttosto che metterlo su Spotify dove su nove tracce ne sarebbero state ascoltate forse non più di due, centellinare sarebbe stata la scelta migliore per questa particolare contingenza. Mi sono quindi fidato dei rapper, che in questo momento storico sono quelli che ci vedono più lungo, e non solo dal punto di vista commerciale, e mi sono detto che sarebbe stato meglio spezzarlo in due tranche a livello digitale e poi, in un secondo momento, rendere disponibile il prodotto intero in formato fisico. Anche la copertina del Vol.1 è solo la prima parte di quella intera, che verrà completata in un secondo momento.”
Una prima parte che ha in Semplice uno dei brani più significativi, sia per la partecipazione di Lodo Guenzi, sia per il tema trattato, quello della strana esistenza che tocca condurre a chi decide di vivere di musica. Un brano quasi obbligato, per uno che è cresciuto in una famiglia di musicisti ma che adesso, mentre ferve il dibattito (almeno tra gli addetti ai lavori, sicuramente non negli ambienti politici) su quale ruolo debba ricoprire l’arte in un’Italia che si spera prima o poi dovrà ripartire, acquista un ruolo più profetico che mai. Soprattutto quel verso che dice “I musicisti sono immaginari, ti volti e non ci sono più”: “È un’immagine ironica ma anche un po’ polemica: i musicisti sono immaginari perché spesso il nostro non è considerato un mestiere, viaggiamo in un universo parallelo dove la realtà richiede la nostra presenza solo per determinati eventi, per il resto viviamo in un mondo a parte. D’altro canto è anche vero che i musicisti spesso sono delle personalità particolari, un po’ diverse dalla norma. Per esempio girano tantissimo, per cui sono immaginari perché li vedi in una città ma il giorno dopo non ci sono più…”.

Inevitabile a questo punto che, parlando della genesi della canzone, si parli anche di come è maturata la sua vocazione artistica: “La mia famiglia è abbastanza inusuale, ci sono una serie di ricordi d’infanzia in cui vedo mio padre rientrare a casa ad orari improbabili, scaricare furgoni… sempre però con la gioia negli occhi. Le prime strofe le ho scritte quasi dieci anni fa, in un periodo della mia vita in cui avevo iniziato a scrivere canzoni, poi ho sempre lavorato come strumentista e la cosa l’ho un po’ lasciata cadere. Negli ultimi anni ho ripreso in mano il progetto e ho deciso di fare un disco mio. Di quelle che ho scritto all’epoca, questa è l’unica che ho tenuto. Per lo meno le strofe, perché poi il ritornello è più recente ed è la riflessione di quello che ho vissuto io come musicista, c’è la mia esperienza e i mei amici, tutte le persone che mi sono state vicine.”
Fragile è un disco cantautorale, almeno a giudicare dalle melodie, dalla conformazione dei pezzi; cosa strana, se vogliamo, se si pensa al percorso di uno che ha poi espresso altre sonorità, altre intenzioni. Eppure, spiega lui, non così tanto: “Sono cresciuto in una famiglia dove si ascoltava molta musica e non solo jazz, che è il genere suonato da mio padre e da mia sorella. Anche mia madre ha sempre suonato la chitarra e anzi, è lei che per prima me l’ha insegnata. Lei soprattutto ascoltava tanto i cantautori quindi sicuramente nella mia storia con la musica c’è un attaccamento a questo tipo di tradizione. La mia caratteristica particolare, all’interno di una famiglia di musicisti, è quella di scrivere parole, sono l’unico a farlo. Nel disco ho cercato di approfondire l’armonia come si faceva soprattutto negli anni ’60 e ’70, quindi se si sentono dei riferimenti, è da quel punto di vista lì, perché le armonie e le melodie ricercano quello che forse cercavano anche “loro” (non mi azzardo neanche a nominarli, quindi figuriamoci a paragonarmici!). L’Italia ha avuto degli artisti giganteschi, uno su tutti Lucio Dalla che secondo me è uno dei pochi geni degli ultimi duecento anni. Quindi dal punto di vista della scrittura, la mia ricerca va verso quella direzione.”

Diverso invece il discorso della produzione che, gli viene fatto notare, è invece più in linea con gli attuali trend “Urban”: “Abbiamo voluto andare in una direzione più moderna, contaminando queste armonie con soluzioni che non disdegnano la mescolanza di strumenti acustici con sequenze di elettronica. È un disco anche molto elettronico, perché secondo me sulla produzione bisogna sperimentare e azzardare, per cercare sempre qualcosa di nuovo. È la cosa più difficile ma è anche la cosa più bella, non ci avrei messo così tanti anni se mi fossi messo davanti al pianoforte ed avessi fatto un disco piano e voce, che pure è il modo in cui queste canzoni sono nate. Ho scritto in maniera tradizionale, quindi, però poi nella confezione ho cercato una strada mia.”

A chi gli chiede se conoscere davvero la musica e saper suonare più strumenti gli è stato utile nel suo lavoro di autore, risponde in modo chiaro, sempre prendendo spunto dai suoi ricordi personali: “Mi sono avvicinato e allontanato da generi e da strumenti diversi continuamente, anche per la risultanza piuttosto naturale del rapporto con mio padre, che come facilmente accade, è stato anche conflittuale. Ho suonato il sassofono, le percussioni, la chitarra e ho scelto il rock proprio per distanziarmi da mio padre perché, suonando lui jazz, quella era una nicchia dove non sarebbe potuto entrare e io avrei dunque potuto dimostrare di valere a prescindere da lui. A 23 anni, quando avevo ormai deciso che avrei voluto fare questa strada, mi sono iscritto al conservatorio e per otto anni ho studiato uno strumento. Però uno strumento assurdo, il fagotto, che non c’entra nulla con la scena rock! Però paradossalmente, lo studio di questo strumento, unito a quello del pianoforte e ad un approccio più accademico alla musica, sicuramente ha influenzato il mio modo di scrivere. Un pochino, secondo me, gli attrezzi servono. Se un idraulico deve andare ad aggiustare il tubo, se ha dietro gli strumenti adatti, potrà fare meglio il suo lavoro. Non c’è una verità assoluta, comunque; di sicuro il mio percorso ha fatto sì che questo disco venisse strutturato in un certo modo. Sono contento di avere studiato quello che ho studiato, di avere conosciuto il mio maestro e di avere potuto imparare così tanto.

Inevitabile, sfruttando la scia del Conservatorio, che qualcuno gli facesse la domanda sull’origine del suo soprannome, nonostante sia un’informazione disponibile pressoché ovunque. Lui comunque risponde volentieri e anzi, approfondisce anche un po’ il concetto: “È un soprannome che mi ha dato Andrea Appino (cantante, chitarrista e fondatore degli Zen Circus NDA) perché, essendo iscritto al Conservatorio (non ho ancora finito perché l’anno scorso soprattutto abbiamo avuto un bel po’ da fare con la band) prima dei concerti studio il mio strumento in camerino, per la gioia dei presenti e delle loro orecchie! Così Andrea qualche anno fa cominciò ironicamente a chiamarmi Maestro anche se poi io in realtà sto ancora studiando, quindi non è poi così vero… Questo nome alla fine mi è rimasto, il pubblico degli Zen mi conosce così e quindi ho deciso di tenerlo anche per il mio progetto solista. È una cosa che mi rappresenta, dice del mio modo di vivere la musica, sempre a metà tra lo scherzo, il gioco ma anche la possibilità di avere un linguaggio nuovo, con cui potere sperimentare sempre cose nuove.”

Diciamocela tutta: va bene la chitarra, va bene il pianoforte, si potrebbe capire il violino, ma la scelta del fagotto non può non incuriosire, soprattutto se si pensa alla musica che è andato a suonare con i gruppi in cui ha militato e milita tuttora: “Da piccolo mio padre mi iscrisse alla classe di sassofono del Conservatorio di Livorno. Non andò benissimo, un po’ per un momento di ribellione mia personale, un po’ perché non mi trovavo bene con l’insegnante. Quindi mollai ma dopo una decina d’anni, avendo scelto di fare della musica la mia vita, il bisogno di studiare uno strumento ritornò fuori: volevo studiare uno strumento a fiato, anche per approfondire tutto il discorso della respirazione. Il sassofono ovviamente era precluso, per cui ero indeciso tra clarinetto e fagotto. A Livorno c’era Paolo Carlini, il primo fagotto dell’Orchestra Regionale Toscana il quale, tanto per capirci, ha un brano per fagotto solo che gli è stato scritto e dedicato da Ennio Morricone. Alla fine dunque ho scelto più l’insegnante che lo strumento.”

Ritornando sui temi del disco, il sottoscritto gli ha chiesto di Boxe, che rappresenta bene lo spirito del disco, essendo in bilico tra leggerezza Pop e dimensione cantautorale, insita soprattutto in un testo veramente suggestivo: “Boxe è proprio il brano da cui è nato il disco. Racconta della relazione con la ragazza con cui sto tuttora, un rapporto che ha smosso delle cose in me, che mi ha fatto crescere, che mi ha fatto mettere in gioco in maniera particolare. Quando siamo emotivamente scoperti, se qualcuno ci tocca nella nostra emotività, succede che questa esplode e ci si mette a scrivere. Ecco, con questa canzone è successo esattamente così, per questo dico che è quella da cui il disco ha preso il via. Il testo è molto spontaneo e sincero, sia nella forma che nelle immagini che uso. Ci si domanda se una cosa così bella potrà durare per sempre: è una domanda, non do una risposta. Semmai, l’unica risposta, se così si può dire, è che ci separerà la morte, per cui nella canzone mi immagino in cielo mentre lei, che ha dieci anni meno di me, me la figuro ancora viva. Per lo meno questa è la supposizione che ho provato a fare. La produzione, come ho detto prima, è moderna. Le ritmiche degli ultimi due brani e anche di quelli che sto scrivendo adesso, cercano di prendere più da una certa scena Rap americana, quindi uso molto lo shuffle e cose così. È un mondo di cui mi piace molto l’approccio, che non ha peli sulla lingua e che cerca molto di sperimentare. Boxe è un pezzo quadrato, c’è molta elettronica, c’è un sassofono e c’è anche un ritornello quindi sì, si potrebbe dire che è un brano più Pop degli altri.”

Diverso il discorso per Cent’anni, che ha invece un approccio più tradizionale e che contiene un verso, “Faremo troppi dischi per campare fino a cent’anni”, che è un po’ il riassunto del mondo di Francesco: “È una frase che ho scritto durante una delle serate con Appino. È una riflessione che faccio sul nostro stile di vita, sul modo di vivere le giornate. Ad esempio, per me essere qui oggi a mezzogiorno è stato un incubo perché non sono più abituato a svegliarmi presto! Mi piace vivere di notte, mi piacciono le strade vuote, il silenzio, soprattutto d’estate: a Livorno non puoi stare a casa la notte, è molto meglio stare in casa di giorno quando tutti sono al mare (ride NDA)! In questa canzone ci siamo noi, c’è Livorno, c’è Andrea, c’è il nostro mondo, il mio modo di vivere la musica e di unire la mia solitudine a quella dei miei compagni.”

Per una persona così legata alla dimensione comunitaria, così conscia di quanto il suo essere artista dipenda anche dal suo interagire con gli altri, una domanda sui Criminal Jokers non poteva non essere fatta, anche perché quella è stata per lui una tappa importante, come ha spiegato in conclusione di intervista: “I Criminal Jokers hanno una storia particolare. Io, Simone Bettin e Francesco Motta ci siamo aggrappati a quella scialuppa in un momento particolare in cui, almeno per me, la vita non andava benissimo, è stato un po’ un modo per stare con persone che avevano un disagio simile al mio. E quando queste persone le metti insieme succede un casino, nel senso che coi Criminal ne abbiamo fatte di belle, non ci risparmiavamo di certo, sotto tutti i punti di vista! Il progetto, sopratutto col primo disco, era incredibile, era originale, di rottura, aveva un approccio fisico, soprattutto nel live, che erano quasi Punk. Ecco, il Punk è il genere che rappresenta il lato più rabbioso della mia persona di musicista. Poi successe che Simone se ne andò a Berlino e noi decidemmo di fare un altro disco, dopo che il primo aveva riscosso un buon successo di critica ma non altrettanto di pubblico. La mancanza di Simone si faceva sentire, Francesco ha provato a scrivere in italiano, si vedeva che stava provando a mettersi a nudo, a trovare uno spazio suo, tanto è vero che io, che nel disco precedente avevo scritto un brano, questa volta, nonostante fossi in un periodo dove anch’io stavo provando a scrivere in quella lingua, me ne stetti in disparte e anzi, fui io il primo a dirgli che forse quello che stava cercando realmente era proprio una carriera sua. Nel frattempo conobbi Andrea, legai molto con lui e, proprio nel momento in cui uscì “La fine dei vent’anni” (l’esordio solista di Motta NDA) io entrai a far parte degli Zen Circus. Ora, io direi che i Criminal Jokers non si sono sciolti, si sono semplicemente presi una lunga pausa!”

C’è stato anche tempo per ascoltare da lui i brani della prima parte del disco in versione acustica, chitarra e voce, e per avere qualche assicurazione sul fatto che, seppure in forma ridotta, un qualche tipo di attività live quest’estate ci sarà (nel momento in cui scriviamo, sono state confermate le date di Colle Val d’Elsa il 16 luglio, di Rimini il 23, quella a L’Aquila del 24, di Chieti del 25 e poi due date ad agosto, l’1 a Scandicci e il giorno successivo a Lugo di Vicenza).
Per il resto, la prima parte di Fragile rappresenta un esordio convincente, anche se comprensibilmente solo avendo a disposizione il prodotto finito potremo emettere un giudizio più esaustivo.