R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Ad essere sinceri non sembrano passati 26 anni dal fortunato debutto di Sixteen Stone. Il tempo sembra essersi fermato davanti allo Sheperd’s Bush (storico club di Londra da cui prende il nome la band) in attesa che il gruppo salisse su quel palco. Eppure non deve essere stato facile per Gavin Rossdale tirare su una band da sempre sottoposta a continue critiche, travolti da etichette come copia poco originale dei Nirvana.

I numeri parlavano chiaro ma questa sorta di bullismo musicale nei loro confronti intrapreso da stampa e critica, non ha una spiegazione logica per un gruppo da 20 milioni di copie vendute nel mondo, e un album piazzato al numero 1 di Billboard (il fortunato Razorblade Suitcase). Ma a tirar la corda si sa, la corda si spezza e Rossdale ne aveva piene le scatole di essere etichettato per ogni cosa, per essere conosciuto solamente come marito di Gwen Stefani e… e basta. Quindi decise di sciogliere il gruppo nel 2002 e di dedicarsi alle proprie passioni come il cinema (famose le sue apparizioni in Zoolander e in Costantine) e alla propria famiglia.

Ci vollero ben 8 anni prima di poter riavere fra le mani una copia di un loro nuovo lavoro, The sea of memories, e il tempo è passato inesorabile, ma la voce è rimasta potente e tagliente come una lama da rasoio fino ad arrivare ad oggi, col nuovo album The Kingdom. L’ottava meraviglia dei Bush si apre col singolo Flowers on a grave, una ventata di freschezza, una voce mai doma che interpreta un pezzo diretto e potente, non male per la scarsa copia dei Nirvana non trovate? Rossdale dà tutto se stesso, ci mette il timbro e il suo marchio di fabbrica, ci mette la passione per far risorgere la sua creatura e senza un attimo di respiro, si passa al secondo brano omonimo dell’album The Kingdom, imperiale e cattiva come i bei tempi passati ma mai dimenticati.

Vogliono tornare a conquistare pubblico e chart, insediandosi nel regno del rock, cercando di scrivere una pagina importante del genere. Si prosegue su alti livelli con Blues Holes, con annesso video dove il cantante non sembra per nulla invecchiato ma tirato a lucido ed in gran forma. L’album si compone di riff diretti e chitarre incandescenti che emettono fiamme e note musicali, un connubio perfetto che scorre veloce per poi fermarsi all’improvviso sull’incedere dolce e melodico di Undone, una ballata rock in punta di piedi, da ascoltare tutta d’un fiato… pelle d’oca assicurata. Ed ecco entrare in modo diretto il pezzo Our time will come, in stile Smashing Pumpkins, e Crossroads che riprende qualcosa di simile ai Placebo. Si chiude col botto, puro rock che scorre nelle vene coi pezzi Words are not impediments e Fallin Away.

The Kingdom rispetta a pieni voti il pronostico di album rock dell’anno del 2020, un anno maledetto dal punto di vista sociale, ma di grande rilancio per il panorama musicale. Il regno dei Bush si è appena insediato e fidatevi… difficilmente ci sarà qualcuno in grado di spodestarli.

TRACKLIST
1. Flowers On A Grave
2. The Kingdom
3. Bullet Hole
4. Ghosts In The Machine
5. Blood River
6. Quicksand
7. Send In The Clowns
8. Undone
9. Our Time Will Come
10. Crossroads
11. Words Are Not Impediments
12. Falling Away