I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Accade sempre più raramente, forse per l’eccessiva ricchezza di impulsi e la nostra sempre più cronica distrazione, ma continuo a pensare che il modo migliore per scoprire un nuovo artista sia quello di sentirlo dal vivo. Mi è successo pochi giorni fa con Emma Nolde: un nome che nei circuiti specializzati gira da parecchio (la partecipazione, tra le altre cose, al Mi Ami TVB è stata di per sé una certificazione di garanzia), due singoli usciti durante l’estate che però, tra una cosa e l’altra, mi ero dimenticato di ascoltare. Me ne sono ricordato il 27 agosto, quando sono andato a sentire Francesca Michielin nell’ambito di una delle serate di “Cuori impavidi”, la rassegna concertistica messa coraggiosamente in piedi da Carlo Pastori e dal team del Mi Ami, di fatto l’unica occasione, a parte Parco Tittoni, Mare Culturale Urbano e qualche sporadica data qua e là, di ascoltare musica dal vivo a Milano durante questa estate interlocutoria. Emma Nolde (che vive a San Miniato ma di fatto è cresciuta ad Empoli) si è presentata sul palco subito dopo il pregevolissimo set di Hån (spendiamo due parole anche per questa ragazza e per il suo ultimo Ep ”Gradients”, uscito a luglio; magari non originalissimo ma di pregevole fattura, certificazione indubbia di un talento cristallino, anche se forse sul palco c’è qualche cosa da aggiustare), in compagnia di Renato d’Amico e Andrea Pachetti, amici e collaboratori di lunga data, fondamentali anche per gli arrangiamenti e la produzione dei pezzi. Ha aperto con “Nero ardesia”, uno dei due singoli già usciti e che non avevo ascoltato, e non ci è voluto altro per conquistarmi. Capacità di scrittura, voce, personalità, impatto: questa ragazza possiede tutto questo e fa impressione perché ha solo vent’anni e le canzoni che compongono il suo disco d’esordio le ha scritte tutte durante l’adolescenza. Ci sono voluti cinque anni di lavoro, subito dopo la decisione di passare dal cantato in inglese a quello in italiano, ma alla fine le canzoni selezionate, otto in tutto, hanno trovato il loro vestito migliore e anche grazie alla sapiente cura di Renato e Andrea, brillano di luce propria, mettendo a nudo un’artista dalla maturità sorprendente, che sa perfettamente cosa vuole fare e che non sembra troppo preoccupata dalla quantità di influenze che ha disseminato nel disco, caratteristica che si avrebbe la tentazione di bollare come mancanza di sicurezza. La incontro a Milano, nella sede di Universal, che pubblica “Toccaterra” assieme a Woodworm, durante una giornata interamente dedicata alle interviste promozionali. Chiacchierata molto interessante, che, come vedrete, ha offerto parecchi spunti che sarebbero stati meritevoli di approfondimento. Anche questo non è un dato da poco: è verissimo che un artista debba innanzitutto sapere esprimersi attraverso la propria arte, ma se si trova qualcuno che è anche in grado di riflettere e di mettere a fuoco ciò che fa, tanto meglio!

Trovo che una delle caratteristiche più interessanti di questo disco, al di là della bellezza delle canzoni, siano gli arrangiamenti, soprattutto l’uso della sezione ritmica, che non è mai convenzionale…

Intanto mi fa molto piacere quello che hai notato! Diciamo che non faccio fatica a dire di no, quando si parla di parti ritmiche. Non amo particolarmente nel Pop l’uso del Charleston, del rullante, in modo, diciamo, “dritto”, convenzionale, appunto. Non ce la faccio proprio ad ascoltarlo! Sono una molto più da “timpanone”, da atmosfera cinematografica, come se fosse una colonna sonora. Sono state quindi scelte dettate da un gusto personale che tende a dire facilmente di no a delle soluzioni usuali, soprattutto a livello di batteria. Poi è stato un percorso lungo, ampio, e la cosa che colpisce di più a riguardarlo a posteriori è che, nonostante gli elementi utilizzati siano stati pochi, la ricerca che abbiamo fatto per questo utilizzo, è stata veramente lunga!

Come mai?

Sono tutti pezzi che sono nati chitarra e voce oppure piano e voce, per cui c’era una parte molto preponderante di questi strumenti, erano sempre di volta in volta molto protagonisti. La difficoltà è stata dunque trovare quegli elementi che fossero complementari ad un ambiente musicale che era già piuttosto saturo, nel senso che si partiva da un qualcosa che a livello di frequenze era già bello pieno. Andare a prendere i punti mancanti e farlo al momento giusto è stato quindi il punto forte di Renato e Andrea, che hanno lavorato a questo progetto insieme a me. Ci siamo sempre stati sempre noi tre al 100%, nell’arco di tutto il progetto ed è stata un’ottima cosa!

Un’altra cosa davvero sorprendente è la tua voce: profonda, dal timbro a tratti scuro, ma anche in possesso di un’estensione notevole, che tuttavia usi con parsimonia.

La voce è quella lì, ce l’ho sempre avuta! Poi ho avuto la fortuna di confrontarmi con la mia maestra, che adesso è anche la mia migliore amica, abbiamo un rapporto molto stretto. Fin dal primo momento che ho lavorato con lei, non mi ha mai fatto studiare tecnica, proprio per scelta, perché mi voleva lasciare “incontaminata”, diciamo così.

In effetti si sente…

Nel bene e nel male, si sente!

Dal vivo ci sono delle asperità ma non la vedrei come una cosa negativa, trovo che aiuti a percepire la serietà e l’intensità dei pezzi…

Bene! Mi fa piacere!

E poi ci sono i testi, che sono ben scritti e sorprendentemente maturi. Uso questo avverbio perché sei giovanissima e sapendo che questi brani li hai scritti alcuni anni fa, è veramente incredibile trovarvi tutta questa consapevolezza…

Mi sorprende che tu dica questo e mi fa anche piacere perché sono tutti testi nati spontaneamente. Non mi piace la leggerezza testuale, quella che potrebbe essere definita come “pigrizia”, quasi. Le soluzioni semplici, più scontate, vengono anche a me, ovviamente, però soprattutto in quei pezzi che poi magari scarto, proprio perché non sono quello che a me piace. Penso che i messaggi forti ben raramente appartengano a quel tipo di frase “Sole cuore amore” e tutto il resto. Ho cercato di dire la stessa cosa ma di dirla in modo diverso. Cioè, sempre della stessa cosa si parla ma probabilmente la mia ricerca è stata quella di presentare un punto di vista un po’ più distorto rispetto a quella via “dritta al punto” che spesso è quella più scontata…

Poi approfondiamo il discorso perché ho alcune cose più specifiche da chiederti. Nel frattempo, se dovessimo identificare meglio la tua proposta musicale, c’è dentro un bel po’ di roba, si potrebbe dire perfino troppa, però quello che colpisce maggiormente è la commistione tra una dimensione più rock ed una prettamente Urban: canzoni come “S-fiorare” e “Resta” hanno alcune cadenze vocali molto vicine all’Hip Pop, mentre in “Berlino” dal vivo avete inserito anche una parte in Free Style…

Sicuramente la fusione di così tanti generi ha sia aspetti positivi che negativi ma è dettata dal fatto che io ascolto tutto quanto insieme! Come dico nel Free Style di “Berlino”: “Che senso ha non essere contaminato dall’ambiente in cui vivi”? Il ragionamento che faccio sempre io è questo: non so se conosci Bon Iver…

Certo! Tra l’altro lo hai citato esplicitamente in “Toccaterra”: il ritornello è molto vicino al suo periodo più elettronico…

Perfetto, te ne sei accorto!

Aggiungo che è il Bon Iver che amo di più: la gente di solito impazzisce per la fase Folk ma a me gli ultimi due dischi sono piaciuti molto di più…

Anche a me! Vedo che siamo sulla stessa linea! Quello che volevo dire è questo: “For Emma” (il disco d’esordio di Justin Vernon sotto il monicker Bon Iver NDA) è stato scritto in mezzo ai boschi innevati e ha un certo tipo di suono. Se lo avesse scritto a New York, in mezzo al casino, probabilmente ne avrebbe un altro. Ora, vivendo noi in un ambiente molto ibrido, che non è bosco ma non è neanche il caos di New York, ci troviamo, anche a livello geografico, contaminati tantissimo da tipi di musica diversi. E penso che in fin dei conti la coerenza sia una virtù piuttosto sopravvalutata…

Interessante…

C’è sempre questa voglia di essere coerenti ma poi non lo siamo mai, non riusciamo ad esserlo. Il concept album, per dire, è una roba molto forzata, quasi come se fosse fatta in laboratorio (poi non è sempre così, per carità, ci sono anche dei concept album incredibili, per fortuna!), perché se non viene fuori naturalmente, se bisogna cercarlo appositamente, risulta artificioso. Personalmente penso che si debba scrivere quel che bisogna scrivere, quel che viene fuori: a me piacciono Bon Iver, Son Lux, Radiohead, Jack Garratt, tutte queste cose insieme… perché dovrei sceglierne uno solo? C’è forse una regola che devo seguire? Poi sicuramente avrà a che fare col fatto che sono piccola: pian piano, maturando, probabilmente propenderò per una direzione piuttosto che un’altra, non so. Detto questo, non penso che la coerenza sia una roba da adulti, per forza di cose devi decidere chi essere ma non è detto che si debba farlo in maniera schematica, predefinita.

Del resto tu hai già un approccio molto maturo e consapevole a quello che fai…

Voglio aggiungere un’altra cosa, poi smetto di farla troppo lunga: i musicisti spesso, vivendo tutto dal di dentro, sono abituati a considerare il disco come un’entità che viene ascoltata dall’inizio alla fine, mentre in realtà solo coloro a cui piace tanto o gli addetti ai lavori normalmente lo fruiscono tutto intero. Spesso l’ordine sequenziale delle canzoni è un qualcosa che esiste più in astratto, pochi ne fanno esperienza, per cui ci sta che a una persona piaccia più una cosa e ad un’altra ne piaccia una diversa. Questa voglia di fare tutto allo stesso modo per imporre uno stile serve, è bene che ci sia, ma è anche un bene che venga in modo naturale, scoprendoti come artista, che nasca dal farsi delle domande e dal cercare di darsi delle risposte. Però le domande ti devono venire, non te le possono fare gli altri! Se uno ti chiedesse: “Che stile hai?” se non hai una risposta pronta da dare, se poi cerchi di rispondere, è peggio!

Questa cosa dell’album come entità a sé che avrebbe perso importanza è un discorso interessante ma infinito, mi sa che non abbiamo tempo! Dal mio punto di vista di ascoltatore, ti posso dire che è un lavoro che funziona in entrambi i modi: lo puoi ascoltare tutto di fila (cosa che in questi giorni sto facendo tantissimo) ma ci si può concentrare anche sui singoli brani perché sono tutti molto forti, chi più chi meno…

Entrando quindi nello specifico, in “(Male)” canti: “Devi imparare a sentirti vuota senza mai cadere”… mi ha colpito molto, come concetto…

Ha colpito molto anche mio padre! Invece mia madre non l’ha capita, mi ha chiesto: “Ma che diavolo vuol dire questa cosa?” (Risate NDA)

Non è semplicissimo, in effetti. Sono due concetti piuttosto ambivalenti anche perché che cosa vuol dire, sentirsi vuoti? Non è detto che abbia per forza una connotazione positiva…

Ti rispondo come ho risposto a lei: in generale nel brano si parla di ballare male, quindi del fatto di lasciarsi andare oltre la vergogna. Quando vogliamo darci pienezza, di solito succede che ci carichiamo di sovrastrutture che ci bloccano. Intendo dunque il vuoto come una questione di semplicità, l’evitare di creare questa grande aurea di… cioè, lo facciamo tutti, siamo portati a farlo però quello che volevo che succedesse in quel momento lì, con la persona a cui mi riferisco nella canzone, era proprio di lasciare andare le sovrastrutture, fino a sentirsi niente. Però quando sei vuoto si cade più facilmente, una cosa vuota non ha punti fermi, è molto più aperta ai colpi. Quindi il fatto di essere vuota e nello stesso tempo riuscire a non cadere, è una condizione di equilibrio perfetto, secondo me.

È molto bello quello che stai dicendo e trovo che chiarisca bene quello che esprimi in generale in questo pezzo: ballare male significa soprattutto mettersi a nudo, fare una cosa per cui magari gli altri ti prendono in giro ma a te non importa perché rispecchia totalmente quello che sei in quel momento lì, sei tu senza veli e non ti interessa di cosa pensino gli altri…

Sì certo, è esattamente così.

Poi bisognerebbe anche capire cosa vuol dire davvero essere vuoti: perché secondo me se ti liberi da tutte le sovrastrutture, la cosa interessante è che possa emergere quello che sei davvero…

Vero. Mi pare che anche Nietzsche dicesse una cosa simile…

Invece “Nero ardesia” è veramente un pezzo incredibile…

Grazie!

È un po’ un brano generazionale, non trovi?

Sì, anche perché è dedicato al mio gruppo di amici, non so se si capisca ma…

Si capisce, sì! Mi piace molto questa idea, che mi pare di avervi colto, che il sabato sera canonico a bere nei locali, rappresenti un modo non troppo costruttivo di passare il tempo…  

Io e i miei amici siamo sempre stati degli “emarginati per scelta”, nessuno ci ha mai costretti ad esserlo, non ci è mai piaciuto stare troppo in mezzo alla gente. Anch’io, come penso tutti, ho vissuto il mio periodo discoteca ma è durato pochissimo e anche lì, l’ho fatto non certo perché mi piacesse, non so nemmeno bene io perché! La tendenza è sempre stata quella di passare serate a parlare, in generale o dei nostri progetti futuri. E questo lo facevamo nel niente più completo, perché ad Empoli non esiste un vero e proprio centro, cioè un centro c’è ma non è così significativo… e noi non stavamo neanche lì, andavamo al confine, in questa stradina dove non c’è assolutamente nulla, sono solo case. Ci mettevamo su questo scalino e stavamo lì, a non fare assolutamente niente se non parlare, raccontarci cose… è stato un momento per me importante. Tutti i momenti in un certo qual modo lo sono però quello lì mi ha fatto capire che potevo essere vera con delle altre persone, cosa che a quell’età non è così facile…

E poi c’è quella frase bellissima, alla fine del ritornello: “Il mondo ora ci guarda diverso da come ci hanno raccontato”…

È l’età della disillusione, quando scopri che non è tutto così facile: da bambino vuoi fare l’astronauta, poi diventi grande e non sai se vuoi fare l’università o no… c’è un divario grandissimo tra il fantasmagorico e la realtà, un qualcosa con cui tutti dobbiamo confrontarci…

Però poi alla fine dici: “Dimentichiamo i mali tanto come sempre alla stessa ora domani”…

Dopo il sabato c’è la domenica, sono i due giorni in cui si esce, quando si è giovani. Quindi il punto è: tanto ci vediamo domani, continueremo a raccontarci le nostre cose poi…

E invece l’immagine del nero ardesia? C’entra lo scrivere? L’idea di uno spazio da riempire?

Ci stavo pensando prima, mentre ne parlavo, e non mi ricordo perché l’ho usata, qual è stato l’input! A posteriori ci ho riflettuto e penso che il nero indichi l’assenza, simboleggi questa strada buia dove stavamo noi; però allo stesso tempo l’ardesia è un nero pronto ad essere contaminato, ad essere scritto. Per cui questa immagine di noi con i gessi nel nero mi è venuta probabilmente perché descrive efficacemente io e i miei nemici che facevamo le liste delle cose che ci sarebbe piaciuto fare.

Questa e “S-fiorare” sono forse i due brani più complessi dal punto di vista della costruzione, sorprende pensare che siano nati chitarra e voce. Dall’altra parte, “Sorrisi viola”, che è un altro brano fantastico, dimostra che anche in questa dimensione così scarna sei in grado di dare il meglio, che la tua scrittura funziona benissimo anche così…

In realtà penso di essere più in grado di prendere la chitarra e suonare, piuttosto che di avere chiarissima l’idea di arrangiamento perché, come ti dicevo prima, ci sono cose che non mi piacciono e trovare la via giusta assieme ad altre persone non mi risulta facilissimo. Poi per fortuna ho trovato le persone giuste per farlo e quindi è andata benissimo, però è stato un processo lungo! “Sorrisi viola” è nata esattamente così, quando avevo quindici anni, è stato uno dei primi brani che ho scritto in italiano. È nato così ed è rimasto così, quella che senti sul disco è la prima take che abbiamo fatto e abbiamo deciso di tenere quella, pur con tutte le imprecisioni. Di quelle ce ne sono altre, in giro, ma è una scelta precisa che abbiamo fatto, quella di convivere con gli errori. Mi piacerebbe che questo disco venisse guardato negli occhi, piuttosto che dal basso verso l’alto: gli errori esistono, esistono sempre e credo che mi permettano di sentire questo disco più vicino. Tornando al brano, è molto istintivo, mi riesce anche difficile dargli un perché. L’ho scritto una sera tornando a casa, ero stata a disagio con questa persona, con cui non riuscivo a confidarmi… il viola era il suo colore preferito e quindi l’ho intitolata così.

Ad un certo punto dici: “Sedici anni mai li ho avuti e mai li avrò”: ritorna un po’ quel sentirsi fuori posto di cui parlavamo prima…

Sì, tra l’altro nella prima versione dicevo “quindici” ma poi l’ho cambiato in “sedici”, quando li ho effettivamente compiuti. Avrei voluto cambiarla ogni anno ma mi sono fermata…

Beh, c’è anche una metrica da rispettare…

Sì infatti (risate NDA)! Comunque di base, questo verso dice che io ho vissuto l’adolescenza in modo diverso. Normalmente è il momento in cui si fanno le prime esperienze, ci si confronta con gli altri, mentre invece io ho sempre fatto fatica ad aprirmi, a dire la verità, era più facile che mi inventassi delle cose, tanto per stare al passo. Avendo anche avuto amici più grandi di me, era un po’ come dire: “Sì, ho quindici anni, ho sedici anni ma non mi sento come se li avessi effettivamente”…

Concludendo: cosa succederà adesso?

L’obiettivo è quello di suonare dal vivo il più possibile. Poi vorrei iniziare a lavorare suo secondo disco: è un’altra cosa che mi preme molto anche se non vorrei farlo adesso, vorrei procedere con calma; l’urgenza però c’è, anche perché l’ho fatto da sempre, da quando ho scritto l’ultimo brano di “Toccaterra”. Non è facile e ti confesso che mi fa molta paura la frase che spesso si dice: “Eh quell’artista, il primo disco bellissimo ma poi…”

Sì, però è anche un po’ una mitologia…

Sarà anche così, però siccome lo dico anch’io di certi nomi, mi fa paura! Sai, l’autenticità e la semplicità del primo sono difficili da eguagliare…

C’è anche una ragione tecnica: difficilmente avrai cinque anni per lavorare ad un secondo disco, come hai fatto col primo…

È vero! Oppure chissà, magari sceglierò di fare ancora così…

Iosonouncane in effetti se ne frega e ci mette sempre un casino tra un lavoro e l’altro…

E infatti senti che dischi fa! Credo che faccia bene!