I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Marco M. Colombo era l’anima dei Motel 20099, che per chi seguiva la scena italiana quando parlare di “Indie” non era ancora così assurdo, sono stati un gruppo di una certa importanza, autori di un disco, Romanticismo dalla periferia per giovani teppisti, che ha compiuto da poco dieci anni e che all’epoca fece parlare di sé e ricevette molte recensioni positive; un piccolo classico di nicchia, che non ridefinì nessuna coordinata stilistica ma che rimane lo stesso nel cuore di chi l’ha amato ai tempi. Oggi Marco si sta dedicando ad un’altra sua passione, la scrittura, il cui talento per essa si poteva già intuire leggendo i testi del disco. Di ferro e cuoio, il suo romanzo d’esordio, è uscito a fine ottobre per Ego Valeo Edizioni. È una storia intensa e vorticosa, che rimanda un po’ a Bukowski, un po’ al Meyer di Eravamo dei grandissimi, un po’ al Welsh di Trainspotting. Una sorta di (ipotetica) autobiografia esistenziale, un gruppo di bambini, poi di adolescenti, poi di giovani adulti, che si muovono in una realtà di periferia (non ci sono indicazioni geografiche ma l’autore è cresciuto a Sesto San Giovanni, dove tuttora vive, e alcuni riferimenti sono palesi), portando avanti una ricerca indolente di uno spazio in cui esistere, in cui divenire qualcuno, prima che il nulla cosmico divori tutto e tutti.
È una voce nuova, quella di Marco, ma è una voce già sorprendentemente matura, con una padronanza tecnico-stilistica notevole (parafrasando, scrive molto meglio di tanti colleghi idolatrati a più riprese dai mezzi d’informazione mainstream) ma soprattutto con qualcosa di interessante da dire. E se n’è accorto anche Matteo Cantaluppi, che ha deciso di realizzarne una colonna sonora esclusiva perfetta, ideale da sparare in cuffia per immergersi al meglio nella lettura. Avremmo dovuto vederci per un aperitivo il giorno della prima delle due presentazioni che si sarebbero dovute svolgere a Milano, in Santeria Palladini (entrambe sold out, tra l’altro) e che sono state ovviamente annullate dall’ennesimo Dpcm di queste settimane. Ci siamo visti così in videochiamata, situazione ormai fin troppo familiare, di questi tempi ma come avrete modo di leggere, quel che è venuto fuori è stato comunque interessante.

Della tua storia non so molto, ho visto che hai un progetto musicale che si chiamava Carver, per cui immagino che la scrittura facesse parte della tua vita sin dall’inizio. Leggendo il libro, in effetti, si capisce che è l’opera di uno scrittore, nel senso di uno che guarda la realtà in un certo modo. Non è così scontato, mi pare, visto che ormai i libri li scrivono tutti.
Innanzitutto sono un grande lettore. Sin da ragazzino sono stato molto attratto dalla narrativa “dei sentimenti”, per così dire. Mi piacevano tutti quei romanzi e quei racconti che sembravano emanare una brama di vita, che scalpitavano di vita vissuta. Senza ovviamente volere fare la lista delle cose che mi hanno formato, posso dire di essere divenuto un lettore incallito quando, a partire dai 15-16 anni, ho letto Sulla strada di Jack Kerouac, che penso sia un must per i lettori un po’ di tutto il mondo. Mi ha sempre colpito questa ordinarietà che lui descrive, che ad un certo punto però diventa straordinaria. In termini diversi, ho trovato queste cose in altri scrittori: John Fante, Edward Limonov, alcuni italiani… ovvio che poi noi siamo una generazione che è cresciuta nella narrazione anche cinematografica, quindi molto della narrativa che mi ha affascinato sin da ragazzino era quella che funzionava come romanzo di formazione: storie come Bronx, The Sleepers, Quei bravi ragazzi… mi colpiva molto, di tutte queste storie, questo “mischione” che c’era tra i sentimenti più puri e la violenza, il sesso esplicitamente raccontato… nel mondo che avevo sempre vissuto io da ragazzino, erano due elementi che non stavano molto assieme, per com’ero io soprattutto, abituato a ragionare per compartimenti stagni, o sei in un modo o sei nell’altro, non puoi essere tutte e due le cose assieme. Tra l’altro, per fare un parallelo musicale, ai tempi se ti piaceva il Metal, non poteva piacerti il Punk e la House, c’era un tipo di gusto che ti definiva perché poi c’era anche tutto un discorso sul vestirsi, sulla moda…

Quindi hai iniziato a scrivere da prima? Avevi già delle cose nel cassetto oppure questo è proprio il tuo primo lavoro?
È un qualcosa che ho sempre fatto: quando avevo 17-20 anni mi divertivo ad inventare racconti brevi, a tenere diari ma non avevo mai pensato di pubblicare nulla perché, per offrire una prova sulla lunga distanza, volevo un qualcosa che mi convincesse appieno. Poi il corso della vita mi ha portato a suonare coi Motel 20099, un’attività che mi ha occupato parecchio tempo… motivo per cui, forse, ci ho messo così tanto ad uscire con un libro.

In “Di ferro e di cuoio” c’è tanta musica ma questa non è mai in primo piano come potrebbe esserlo in, che so, “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”. Quindi è quasi curioso vedere che il romanzo esce accompagnato da una colonna sonora, tra l’altro scritta da un grande produttore come Matteo Cantaluppi…
Il fatto che la musica sia non in primo piano ma sottesa, per così dire, all’interno del romanzo, è una scelta voluta. Hai citato Jack Frusciante, dove il protagonista aveva una predilezione per alcune band ed era un elemento molto funzionale al racconto. Tante volte però la musica citata o messa in primo piano mi sembra un escamotage per definire i gusti dell’autore, e questa cosa non mi è mai piaciuta. Nel libro infatti ho operato in modo diverso: sono citati Beatles, Black Sabbath e Iron Maiden ma più per le magliette che avevo che per le canzoni in sé. Piuttosto, ho messo titoli di canzoni che non hanno mai fatto parte del mio bagaglio culturale: penso ad esempio a Children di Robert Miles o a certe cose di Lucio Dalla, che all’epoca non ascoltavo ma che mi sono servite a definire il periodo che racconto perché facevano parte di quegli anni lì. Non mi sarebbe sembrato naturale inserire, che so, i Boards Of Canada piuttosto che i Sonic Youth, all’interno di un racconto che non c’entra nulla, solo per fare un ammiccamento ai miei gusti musicali. Ecco, diciamo che c’è un punto in cui cito Burzum, il Black Metal norvegese di quegli anni ma lo faccio solo perché è in qualche modo funzionale al racconto (le vicende dell’Inner Circle, con le chiese bruciate, gli omicidi e tutto il resto risalgono ai primi anni ’90 NDA).

E Matteo, come sei riuscito a coinvolgerlo?
Siamo grandi amici quindi questo ha semplificato molto le cose. In più, quando ho finito il manoscritto l’ho fatto leggere a quattro persone perché fungessero da “tester”, persone che mi potessero dire, onestamente, se valesse la pena di essere pubblicato. A Matteo piacciono molto i libri Noir, condividiamo la stessa sensibilità quindi mi è sembrata la persona adatta. Poi l’ho dato anche al regista Simone Scafidi, che è un altro amico, tra l’altro è stato appena in lizza per il Leone d’oro nella categoria “documentari sui film”, ha appena girato un documentario su Lucio Fulci. Per il lavoro che fa, è la persona giusta per giudicare un libro, si muove sempre in mezzo a storie e sceneggiature. Siccome poi a tutte e quattro le persone era piaciuto, mi sono detto che non sarebbe magari stato un capolavoro della letteratura italiana ma che forse una qualche dignità per essere pubblicato ce l’avrebbe potuta avere. Ho così cercato un po’ di case editrici, alla fine ho trovato questa e Simone ha curato la prefazione. La colonna sonora di Matteo è ovviamente un lavoro di musica elettronica. Io lo considero una delle personalità più versatili all’interno della musica italiana, nel senso che è uno che riesce a passare dal secondo posto a Sanremo con Gabbani, al lavoro con Tommaso Paradiso, ai Fast Animals and Slow Kids, fino ad arrivare ai suoi progetti di musica colta, sperimentale, incide per un’etichetta di Oakland, la più importante al mondo nel campo della musica Ambient (la n5MD NDA), tutto però sempre con grande dignità ed eleganza, qualunque cosa faccia. È una persona di cui mi fido molto, gli ho dato carta bianca e ha fatto un lavoro meraviglioso.

Rispetto a tutto questo discorso dei comparti stagni, nel quale ovviamente mi ritrovo (abbiamo più o meno la stessa età e ricordo bene cosa fossero quegli anni in termini di gusti, estetica ed appartenenza ad una “tribù” piuttosto che a un’altra) devo dire che ormai mi riconosco molto di più nell’esperienza di Matteo: dopotutto esiste solo la musica bella e la musica brutta, al di là di ogni classificazione di genere…
In generale sono d’accordo. Con una sola precisazione: da un lato, se a uno piace un po’ tutto, finisce per forza col non approfondire niente. Dall’altra parte però, la nostra generazione era per così dire un po’ bigotta (passami il termine), purista. Nel senso che se ti piaceva il Metal non ti poteva piacere il Reggae. Ecco, è una barriera mentale, certo, poi per fortuna con l’età in molti casi è scomparsa, però per certi versi può anche essere un fatto positivo, nel momento in cui ti permette di approfondire certi aspetti.

È interessante l’operazione che fai con la voce narrante: all’inizio, quando parla della sua fanciullezza, il protagonista è come se tarasse il linguaggio con l’età che sta raccontando. Nella parte dedicata all’infanzia c’è come un tono educato, che pare rispettoso di questo interlocutore ideale a cui il personaggio racconta la storia. Nella seconda parte, quando le cose iniziano ad indurirsi, per così dire, il tono diviene più sboccato, più “Pulp”, per usare un termine abusato…
È una scelta stilistica precisa. Quando il protagonista racconta la sua infanzia lo fa in maniera disincantata, più letteraria, quasi. Lo spartiacque all’interno del libro è il capitolo che si intitola Il contagio. Da quel momento la narrazione cambia registro e si fa più affine all’infezione che ha subito: è un’infezione del cuore, dei sentimenti, una disillusione permanente che c’è in tutto il libro.

Ecco, il capitolo del “contagio” è uno di quelli che mi è piaciuto di più, in effetti. Parli di “nulla cosmico”, di “tempo passato solo per farlo trascorrere”. Sono espressioni che mi hanno colpito molto e che, secondo me, stanno insieme all’ultimo capitolo, quando il protagonista va in chiesa e si chiede se sia stata colpa sua o del luogo in cui ha vissuto (e qui ci sarebbe tutto il ruolo della città, che nel libro è molto importante). È un po’ quello che succede quando si fa una vita ai limiti come quella che descrivi, però è anche vero che il protagonista un minimo di consapevolezza in più di quello che stava succedendo sembrava avercela…
Il libro non ha un’ambientazione precisa, Sesto San Giovanni non viene mai citata anche se ovviamente ci sono dei rimandi, volevo proprio che il racconto potesse riguardare qualunque periferia. Quello che dici è molto interessante e ti dico che sì, l’idea di base è che questo contagio avviene perché c’è una voglia, da parte del protagonista, di fare parte di qualcosa, di conformarsi con l’ambiente esterno. Per fare questo, è come se fosse costretto a regredire, ad abbassare il livello del suo intelletto, per uniformarsi al resto, per stare bene, per avere amici, per avere un ruolo, deve fare in modo di fare un passo indietro. Regredisce nel linguaggio, nei comportamenti però, come giustamente dici tu, è una persona consapevole quindi non incolpa il fato, il mondo, la società ma sa bene che questo suo modo di agire e di pensare è frutto della sua volontà.

Alla fine infatti dici: “Per tutta la vita ho cercato di essere vicino a Dio e all’eternità, e così mi viene in mente che forse l’unica vicinanza possibile è il silenzio. Nel silenzio non esiste destino, non esiste il tempo, nulla può crescere, nulla può cambiare, nulla può divenire. Nel silenzio si continua a rinascere nella stessa vita. Come farò io.”. È interessante che alla fine non ci sia un riscatto o una scelta per qualcos’altro. È vero che c’è quell’elemento che rimane sullo sfondo, quella battuta che la sua ragazza gli ha detto la sera prima e che, in qualche modo, avrebbe potuto svoltargli la vita (e, tra parentesi, ho apprezzato molto il fatto che tu non dica mai di che cosa si tratta). Però alla fine lui sceglie il silenzio, sceglie l’annullamento, che non mi pare possa costituire un’opzione vera e propria…
Si tratta dell’apoteosi del nichilismo: scegliere il nulla per non scegliere un’alternativa. È un silenzio che ti definisce, che ti fa andare avanti con qualcosa che ti fa star male, che ti opprime ma tu decidi lo stesso di non cambiare. Il senso di cambiamento a me interessa sempre molto, le vite più interessanti sono quelle che vanno incontro a fermate, ripartenze, cambiamenti drastici, perché l’ordinarietà non è mai così interessante da raccontare. Eppure l’ordinarietà è un qualcosa che riguarda tutti, me per primo, un qualcosa in realtà che fa anche piacere, una comfort zone che tutti noi un po’ cerchiamo. Coloro che provano ad annullare la comfort zone sono in qualche modo contrapposti a coloro che non cercano nulla di meglio di una vita già scritta, potremmo dire.

Il finale è splendido, credo sia una delle parti migliori del romanzo eppure, allo stesso tempo, non è ben chiaro che cosa succede. O forse sono io che non ho capito niente?
Succede qualcosa che non viene spiegato ma che modificherà idealmente quello che il protagonista deciderà di fare quando esce dalla chiesa. Sente delle sirene arrivare dal bar, che era il luogo di ritrovo della sua compagnia, tutte le persone scappano per cui si presuppone sia successo qualcosa anche se non si sa. Ad un certo punto il tutto si mischia un po’ perché, se noti, il romanzo ha una condizione circolare che è buttata lì in certi riferimenti al karma, alla ciambella, oppure al fatto che quando accadono determinati episodi sia sempre sabato, oppure sia sempre carnevale. Come se in realtà fosse tutto un comparto unico, un loop che influenza la narrazione e fa sì che passato e presente si mischino sempre tra loro: avrai notato che spesso il protagonista inizia a raccontare un aneddoto e questo gliene fa venire in mente un altro, quindi smette e inizia a raccontare quell’altra cosa. Insomma, c’è sempre una certa confusione tra ciò che è sogno e ciò che è realtà. Alla fine il protagonista vede quest’uomo in maschera che è molto inquietante, però lo stesso giorno era carnevale quindi che succede? È un sogno? Il grande nulla esplicitato? Un’immaginazione del protagonista? Oppure, semplicemente, è una maschera perché quel giorno era carnevale? Mi piaceva mantenere un po’ di mistero, sulle intenzioni e su quello che succede, su quella che poteva essere l’evoluzione della storia. E non ti nego che ci fosse anche la volontà di mettere in difficoltà il lettore…

Anche per questo ho apprezzato molto, infatti. Mi piacciono le storie in cui credi di aver capito tutto e poi ti portano da un’altra parte. Nel tuo caso, tutto nella storia sembra condurre ad una svolta, ad una decisione finale e invece questo non accade. Ma poi è anche bello quando ciò che viene mostrato diviene più importante di ciò che viene spiegato. Quando il mistero rimane in primo piano, insomma. Penso, che so, al cinema di Lynch oppure, al contrario, a come una storia bellissima come quella di “Lost” sia stata rovinata, nelle ultime stagioni, dalla volontà di spiegare tutto per forza…
È vero, ed è stata proprio una mia scelta fare così. L’idea di base era quella di non dare punto di riferimento, anche perché è un racconto molto legato alla realtà e quindi ci stava bene buttare dentro tutto questi riferimenti onirici. Penso ad esempio a quando lui e i suoi amici vanno a bere il caffè all’American Diner dopo una serata di droga e rimane tutto un po’ confuso, oppure quando assieme agli amici in montagna incontrano quel personaggio strambo…

Quella scena è meravigliosa!
Mi piaceva, pur in un contesto di realismo, lasciare aperte le possibilità della mente, che ognuno si facesse la propria idea. Non mi è mai piaciuta la narrazione che spiega, che guida esplicitamente il lettore perché capisca tutto…

A questo punto dovrei farti la domanda classica su quanto ci sia di autobiografico in tutto questo, anche se ovviamente so che è assurdo mettersi qui a fare un inventario…
È una storia inventata ma come ogni tipo di narrazione c’è la finzione, anche se ovviamente gli aspetti della vita vissuta ci sono, per esempio non ti nego che alcuni aneddoti sono davvero accaduti anche se opportunamente mutati per adattarli al contesto.

Ho visto che nell’ultima pagina ringrazi Emidio Clementi. Quanto è stato importante nella stesura del tuo libro? Te lo chiedo anche perché, visto che ne stiamo parlando, lui una volta mi disse che, come scrittore, riusciva a scrivere solo di cose che aveva realmente vissuto, che conosceva bene…
Credo che sia un qualcosa che riguardi un po’ tutti coloro che si cimentano con la scrittura, tranne magari chi scrive Fantasy. La mia, ti dicevo, è un’opera di fiction, all’interno ci sono tantissimi aneddoti personali rivisitati in chiave più funzionale al racconto. Poi di tante cose non mi piace parlare, quindi immagina che magari siano vere ma edulcorate in modo tale da sembrare finte…

Come lo hai coinvolto nel tuo libro?
Un paio di anni fa ho partecipato ad un corso di scrittura creativa tenuto da lui a Milano, allo Spazio Germi. Non eravamo in tanti, forse 8-9 persone, quindi abbiamo avuto la possibilità di interagire abbastanza bene. Avevo dietro le prime pagine del mio romanzo e gliele ho sottoposte. Lui mi ha dato dei consigli ma soprattutto una cosa che mi è piaciuta molto della nostra breve frequentazione era che, finita la lezione, doveva prendere la metro per tornare a casa ed io ero l’unico che veniva coi mezzi. Per cui abbiamo avuto l’occasione per fare un pezzo di strada insieme al termine di ogni lezione e durante quei tragitti abbiamo parlato di tante cose, in modo molto libero. Ti dirò che da ragazzino, quando ho ascoltato le sue prime cose, sono rimasto impressionato, mi sono detto che lì c’era un mondo che mi parlava davvero. Io, come ti ho detto prima, sono stato folgorato dalla beat generation e quel tipo di ambientazione che lui proponeva, sia nelle sue canzoni sia nei suoi romanzi, che mi procurai tutti, c’era questa ordinarietà un po’ alla Carver, di cose che succedono e che mi sembrava straordinaria, mi sembrava un qualcosa che potesse riguardare tutti. Ovviamente lui aveva già delle influenze forti che però, essendo adolescente, io non conoscevo. Per me lui era una specie di mito, per cui quando c’è stata la possibilità di partecipare a questo corso ho deciso di provare e sono contento di quello che è accaduto.

Io trovo che questo potere evocativo ce l’abbia anche il tuo romanzo. Molto spesso noi siamo affascinati da ciò che è lontano, chiunque ami leggere, ad esempio, non può non guardare, tra gli altri, ai grandi americani, da Faulkner in avanti… eppure sei riuscito, nonostante tu abbia ambientato la storia in una realtà italiana, a fare qualcosa di veramente universale…
Ti ringrazio. Diciamo che ho volutamente cercato di non essere troppo italiano e neppure di scrivere una storia che parlasse di “provincia” nell’accezione che spesso si dà a questo termine. Anche perché poi, venendo da Sesto San Giovanni, la provincia non mi riguarda, non è come abitare a Ferrara, per dire. Conosco bene la periferia, piuttosto. Direi che, per quello che ne so, non ci sono narratori italiani che raccontano la periferia in una certa maniera. L’unico romanzo che mi era piaciuto, che è ambientato in una via di mezzo tra la provincia e la periferia, è di Aldo Nove, si chiama La più grande balena morta della Lombardia, dove lui racconta la vita di un adolescente a Viggiù, in provincia di Varese. Lo lessi quando avevo una ventina d’anni e mi colpì molto, mi sono in qualche modo identificato anche se Viggiù è una realtà molto diversa. Un altro testo a cui per certi aspetti mi sento vicino è I furiosi di Nanni Balestrini, un romanzo dei primi anni Novanta, scritto senza punteggiatura, nel più classico dei flussi di coscienza, che riguarda fatti realmente accaduti all’interno della curva del Milan. Lui non ha mai frequentato questo ambiente ma si è fatto raccontare evidentemente da qualcuno perché i fatti sono reali e ben raccontati.

Da ultimo, stai già lavorando a qualcosa di nuovo?
Da un lato sì, nel senso che è una mia passione, ho già delle idee e non ti nascondo di avere già iniziato a mettere giù delle basi per il prossimo futuro. Dall’altro però, forse ti stupirà, dico questo: se verrà fuori qualcosa che mi piacerà, che sarà un passo ulteriore rispetto a Di ferro e cuoio, che non sia semplicemente una replica, allora potrei avere l’idea di fare qualcosa, altrimenti no. Non sono uno attaccato alla carriera, per così dire, non faccio lo scrittore per lavoro, ho la fortuna di potermi sostentare con altro, ho tante passioni, dai viaggi, allo sport, alla musica per cui non voglio portare avanti una carriera se non ne sento la necessità. Se avrò qualcosa di interessante da dire (e non ti nascondo che ci sto provando) benissimo, se questo non avverrà, pazienza, non la vedo come una direzione forzata. Ovviamente poi non dipende solo da me, bisogna trovare qualcuno che scommetta su di te, che ti pubblichi…