I N T E R V I S T A


Articolo di Joshin E. Galani

È uscito lo scorso giugno per laCantina Records, Non nel mio mare, il nuovo album dei Bad Black Sheep. Il gruppo è composto da Filippo Altafini (basso e voce), Francesco Ceola (chitarra) e Gregory Saccozza (batteria). Un’attitudine marcatamente rock, ma che lascia spazio anche alle ballade. Ottimo progetto con stesure musicali e testuali che mostrano una forte struttura in melodie ed arrangiamenti. Un disco che merita un ascolto tutto d’un fiato, come una birra sotto un palco. Ecco la mia intervista.

Siete nati musicalmente nel 2006, ci raccontate il vostro excursus musicale?
Siamo nati tra i banchi delle medie e del liceo, masticando American Idiot dei Green Day e In your Honor dei Foo Fighters. Siamo prima di tutto un gruppo di amici che ha deciso di suonare più che tre musicisti. Fin da subito abbiamo iniziato a scrivere pezzi nostri e cercato di suonare dal vivo il più possibile; fondare una band nel 2006 era molto più facile rispetto ad oggi, avevi la prospettiva di molti locali che facevano musica dal vivo, molti contest, ora è tutto molto più distaccato.

Tornando alla contemporaneità, il vostro ultimo album “Non nel mio mare” ha visto l’inizio della lavorazione nel 2018. Partiamo dal titolo, può voler significare molte cose, perché l’avete scelto?
Abbiamo scelto il titolo e l’immagine fotografica che ci è sembrata più aderente ai temi del disco, dove l’elemento “acqua”, è fondamentale e ha notevoli connotazioni: da quella turistico-balneare a quella di elemento di separazione fisica, culturale e sociale.

La copertina, che richiama un po’ lo stile grafico fine ’70,’80 è cupa, anche dove dovrebbe esserci un sole giallo lucente c’è un color senape, chi l’ha curata?
Lo studio grafico Supernulla ha curato la grafica della copertina, sono stati bravi a sviluppare il titolo con pochi elementi trasmettendo un sapore analogico.

Apre l’album Venezia che ha un bel piglio, ricorda l’energia dei Ministri. C’è un’immagine di attesa, insicurezza, ma anche l’occhio attento che nella sospensione degli attimi, percepisce immagine molto nitide. L’incertezza descritta nella canzone sembra trovare una risoluzione dalla staticità nella song successiva, Esodo che esprime decisione e movimento. Quanto si bilanciano secondo voi nella vita questi due aspetti?
Per la nostra generazione, nata all’inizio degli anni Novanta, è obbligatoria la ricerca di un equilibrio tra movimento e immobilismo. Una dicotomia che è alla base della nostra incertezza e di cui è difficile individuare una sintesi.

È un album che narra molto dell’uomo e dei suoi spostamenti, spinti anche da bisogni primari di sopravvivenza. C’è l’immigrazione in Caporale e in Prescrizione. Dedicare due canzoni a questo tema con angolazioni diverse richiede una buona dose di sensibilità…
Non crediamo sia possibile restare indifferenti davanti alla tragedia del fenomeno migratorio che coinvolge in prima linea il nostro Paese, ma che è segno di una crisi globale. In Caporale ed in Prescrizione abbiamo cercato di descrivere due diverse letture: quella della speranza delusa del migrante e quella del tentativo assolutorio della società del benessere.

Nella prima parte il disco evoca molto l’atmosfera dei live, musica da vivere fisicamente, mentre da Tenda d’acqua si placa nei ritmi, con un cambio di rotta, che sfiora i sapori country in Ci aspettavamo. Avevate un’idea precisa musicale o in questi due anni producendo il disco avete spaziato altrove?
Il disco vuole rievocare proprio un live, nel quale la nostra scaletta prevede un’alternanza tra brani più “tirati” e altri più “ballati”. Ci manca proprio il palco!

Com’è cambiato il vostro modo di fare musica negli anni?
Purtroppo la band ha subito diversi cambiamenti di formazione, questo unito alla scarsità di occasioni e locali che propongono musica dal vivo ci ha indirizzato verso la scrittura di pezzi che si adattano anche a set acustici per riuscire a suonarle anche in contesti più ridotti.

Ci sono confini e muri personali in Lì dentro, c’è il preservare il proprio bagaglio di vita racchiuso in scatoloni in In itinere, la protezione in Ti nasconda. Cosa richiede maggior accudimento nel percorso della propria vita?
Viviamo in un momento in cui pare che tutto debba essere trasparente ed accessibile a tutti, fotografiamo e divulghiamo attraverso i social pezzi importanti della nostra giornata. Spesso però la condivisione si limita agli strati più superficiali, i nostri pensieri più profondi vanno condivisi con chi sentiamo realmente prossimo. A volte l’eccessiva trasparenza verso l’esterno può rivelarsi inutile e a volte pericolosa, per questo qualche porta è bene che resti chiusa ai più.

Ogni artista fa della sua arte il massimo livello espressivo. Avete confezionato un disco molto bello, ma questo momento in cui non è possibile metterlo in potenza nei live, come lo state vivendo?
Non l’abbiamo ancora suonato dai balconi, ma ci stiamo pensando. Ci incontriamo in sala prove ma sicuramente quello che manca di più è il riscontro con l’esterno che ci permetterebbe di raccogliere nuovi stimoli. Ascoltiamo qualche concerto in streaming anche se questo ci rende ancora più consapevoli della necessità dei live.

E’ molto interessante scorgere legami tra le vostre canzoni,  sembrano un prisma, in cui cambia la luce a seconda del lato illuminato. Raccontano alcuni aspetti di vita e del loro contrario. Tutto sarà diverso è la proiezione del futuro. Nella vostra visione c’è un margine di speranza o possono essere solo (citandovi) “cazzate sparate” ? 🙂
Le “cazzate” a cui si riferisce il testo non rappresentano tanto il nostro giudizio, ma quello che temiamo sia di altri, dentro alle speranze che possono sembrare cazzate si maschera spesso il nostro sogno di partecipare a un mondo un po’ diverso e magari migliore.