I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Valentina è di Verona e con Kiku inaugura il suo progetto personale di canzoni, dopo una vita passata a studiare canto e ad esibirsi nei locali Jazz. Sette brani intrisi di una tristezza contemplativa, un lavoro di produzione essenziale, che dosa sapientemente l’elettronica con le suggestioni cantautorali e qualche spruzzata Soul. Una scrittura interessante, che lo è ancora di più nel momento in cui rinuncia al tono scherzoso e spesso superficiale che caratterizza l’It Pop contemporaneo, per raccontare se stessa, anche nei suoi lati scomodi, con sincerità e senza sovrastrutture.
L’abbiamo raggiunta al telefono per parlare del disco, delle sue influenze e, perché no, per provare a capire se si sta preparando a salire sul palco, quando si potrà farlo di nuovo.

Per cominciare direi di raccontare qualcosa di te e del percorso che ti ha portato fin qui: “Kiku” è il tuo primo disco ma non so se avevi già fatto uscire qualcosa prima…
Sono in assoluto le prime canzoni che pubblico ma vengono da anni di lavoro, sono state una cura, una terapia, anche. Il mio percorso inizia sin da piccola: ho sempre cantato, mi è sempre piaciuto, come indole naturale, mi inventavo motivetti, abbozzavo canzoni… poi a nove anni il nonno mi ha regalato una chitarra e da lì è nato l’amore, nel senso che ho subito iniziato a scrivere e ad accompagnarmi mentre cantavo. Più avanti ho iniziato seriamente a studiare canto e pian piano ho scoperto che la scrittura era la mia dimensione privilegiata: scrivevo già di mio, soprattutto racconti o testi brevi, per cui quando ho iniziato a scrivere canzoni, i vari pezzi sono andati assieme. Ad arrivare qui comunque ci ho messo tanto. Ho studiato con Veronica Marchi, che è una cantautrice qui di Verona, inizialmente ho prodotto i brani con lei e con Niccolò (Ferrari NDA), che è uno dei tre produttori del disco. Questa prima versione però non l’abbiamo tenuta, ho avuto diversi problemi, non ero più molto sicura di quello che stavo facendo. 

Poi cos’è successo?
Ho incontrato Federico (Sali NDA) e Giorgio (Magalini NDA) e da lì è ripartito tutto, sono finalmente riuscita a dare un nome a questo progetto e dopo un anno di intenso lavoro è nato Kiku. Ci è voluto tanto tempo ma il mio amore per la musica non è mai cambiato, ho sempre cercato di inserirlo in tutte le strade che ho percorso.

C’è stato per caso un certo lavoro di selezione nella scelta dei pezzi oppure quelli erano e quelli hai messo?
Ho scelto queste e non ho mai cambiato idea, sapevo che dovevano essere loro. Poi alcune le ho scritte tre-quattro anni fa, altre sono più recenti ma si incastravano tutte perfettamente tra loro, se anche tra dieci anni me lo chiedessero, rimarrei della stessa opinione, sono il quadrato perfetto. Anche la produzione le ha dato la veste migliore, è stata una fortuna grande riuscire a lavorare con persone che sono riuscite ad entrare nel mio mondo con una semplicità incredibile, cosa che non credevo possibile.

Immagino che il monicker “La ragazza dello Sputnik” tu l’abbia tirato fuori dal romanzo di Murakami…
Assolutamente!

Però ho scoperto che c’è anche una linea di abbigliamento con lo stesso nome: non hai paura che ti crei problemi?
L’ho scoperto solo all’ultimo momento ma ero talmente convinta che non me n’è fregato niente. So che adesso ci potrebbero essere dei problemi ma è il nome che sento più mio e intendo lottare per difenderlo! Ad ogni modo prima il progetto si chiamava VY però l’avevo scelto più che altro perché serviva un nome per la necessità che avevo di sputare fuori canzoni. Poi però tutta l’evoluzione che ho fatto e che mi ha portato qui, mi ha fatto venire l’esigenza di trovare un altro monicker. Murakami è uno dei miei scrittori preferiti, avrei potuto scegliere uno qualunque dei suoi libri però questo ha un lato legato allo spazio, che mi interessa moltissimo, perché io mi sento spesso fuori dal mondo. E poi c’è una sintonia con tutti i personaggi del libro e il mio amore incredibile per la fuga in questo spazio sconfinato che abbiamo sopra di noi. 

I tuoi testi sono tutti autobiografici, vero?
Ci sono dentro tutte le disgrazie della mia vita (ride NDA)! Tutto quello che c’è all’interno di Kiku parla di me, c’è il mio essere, il mio esistere… 

Hai una vena autoriale molto forte, il focus è quasi sempre sulle linee vocali, un brano come “Psicofarmaci” è quello con l’impronta più classica però poi ci sono cose più prodotte, come “In riva al male” o “Mantide”. Come hai unito le due componenti? Oppure questa eterogeneità dipende anche dal fatto che hai lavorato con tre produttori diversi?
In realtà quello no perché tutti e tre si sono occupati di tutti i brani. “27”, “Psicofarmaci” e “Mantide” sono gli unici che hanno seguito una lavorazione un po’ diversa perché sono stati prima pre prodotti da uno e poi “corretti” assieme, diciamo così. Direi che è un’eterogeneità che viene per lo più dai nostri ascolti. Io parto suonando la chitarra però in generale non mi riconosco in un unico genere musicale, per me non esiste solo il cantautorato, la dance, il rock o la musica elettronica, mi piace mescolare le cose. Questo disco viene fuori da tanti sentimenti diversi, tutti mi appartengono e quindi mi sono sentita di dover dare loro spazio. Certo, c’era la paura di creare confusione ma ci siamo lasciati trascinare dai brani, non abbiamo pianificato in anticipo l’impronta sonora di tutto il disco.

Il filo conduttore a mio parere è dato dalla tua voce ma anche da un certo carattere minimale della produzione. C’è anche dentro tanta malinconia, lo vedo come un disco scuro, anche se un brano come “Technicolor”, nel finale, apre molto…
È vero, io sono malinconica di natura e mi fa anche piacere che la gente lo riconosca, la mia malinconia mi ha dato forza in tante cose, mi ha fatto riconoscere me stessa come essere umano, è importante per me, è diventato un modo per scavarmi dentro, mi ha aiutato a metabolizzare tante sensazioni che ci sono all’interno del disco. E poi c’è “Technicolor”, che ho scritto con una rabbia enorme, convinta del fatto che dovesse essere l’ultimo pezzo dell’Ep e dovesse essere anche un pezzo di speranza. Perché c’è, la speranza, anche se è ben nascosta…

Un brano come “Psicofarmaci” è abbastanza coraggioso, a proposito di malinconia messa a nudo…
Quando ho scritto Psicofarmaci non ero molto convinta. O meglio, ero contenta di averlo scritto perché è stata una catarsi per me ma non avevo intenzione di pubblicarlo. Poi mi sono trovata a farlo sentire a Federico, il quale mi ha detto: “Guarda Vale, questo è un pezzo incredibile, sistemiamolo e produciamolo!” E allora lì ho iniziato a crederci. Sai, la mia paura più grande è sempre quella di stare esagerando nel dire certe cose, che il mondo esterno non sia ancora pronto per sentirle o comunque non abbia voglia di farlo. Piano piano ho preso fiducia, perché speravo che quello che mi aveva aiutato con questo brano fosse in qualche modo di aiuto anche al mondo esterno. E la cosa che mi ha in assoluto sconvolto di più è che in queste due settimane, ma anche nei preascolti che ho fatto fare agli amici più cari (e tieni conto che io ho anche amici che non ascoltano proprio tutta questa musica!), tutti mi hanno detto che “Psicofarmaci” era il pezzo. Quindi mi sono detta: “Ok, allora all’essere umano arriva!”. E da lì non ho avuto più paura.

Parlando del tuo secondo singolo, cosa significa essere “In riva al male” e che cos’è questo male per te?
Il titolo è un gioco di parole che mi è uscito abbastanza all’improvviso. Ti dirò che il mare normalmente non è che mi sia proprio di ispirazione, tutto quello che riguarda l’acqua, il flusso, mi mette a disagio perché mi dà l’idea di trovarmi davanti a qualcosa di sconfinato, di cui non ho il controllo. Quando ho scritto In riva al male ero in un momento in cui mi ero resa conto di essere immersa in delle relazioni tossiche ma anche in situazioni mie personali che mi portavano forse ad essere io stessa la parte tossica, in realtà. Non è sempre colpa degli altri, magari siamo noi che ci troviamo di fronte a cose, ad esperienze, per cui non è il momento giusto. E così è nato questo gioco di parole per descrivere cosa vuol dire trovarsi davanti a un male sconfinato, nel momento in cui però ne hai più coscienza. Quando sei lì e rifletti, da solo, vedi un sacco di cose, così come quando sei davanti al mare, ti rendi conto della situazione in cui sei e puoi decidere cosa fare. Questa canzone rappresenta il mio tentativo di descrivere una fase di lucidità e distacco, in cui uno può decidere se uscire o no da una certa situazione.

“Le mancanze” invece, quali sono?
Le mie! Tutte quelle contro le quali ho combattuto e combatto quotidianamente. Poi ognuno ha il suo modo di reagire, ognuno ha il suo pezzo e ci sente dentro qualcosa di personale però direi che per me è così. Sono arrivata ad un punto in cui mi sono detta: “Ok, siamo esseri umani, non siamo perfetti, dobbiamo scontrarci con cose che ci faranno stare male, pazienza”, si va avanti, la vita va avanti. Bisogna accettare i propri difetti, altrimenti non avrebbe senso esistere. La mia malinconia, il mio dolore… sono fatta così ma non per forza devo farci a pugni tutta la vita.

Tra l’altro questa è un’epoca in cui ci si misura molto, siamo molto incentrati sulla performance… nel ritornello infatti dici: “Ho perso il gioco” però non è che c’è una formula, ognuno è quello che è…
Sì, infatti dopo dico “Ma resto in gioco”. Vivo in un mondo in cui ci sono mille cose, le costellazioni sono infinite, perché dovrei perdere tempo con certe dinamiche? La società di oggi probabilmente è solo performance ed è un peccato perché così si perde la persona, la quale normalmente è staccata dalla performance. Allora l’ideale è trovare un’unione delle due, anche accettandosi e questo fa parte del gioco.

Da dove deriva il 27 dell’omonimo titolo? È la tua età? C’è qualche riferimento al famigerato club?
Caschi giusto su tutto! Devo fare 27 anni e poi come numero mi ha sempre intrigato visto che all’interno di questo fantomatico club ci sono dei nomi di un certo calibro… diciamo che è un po’ una mia ossessione, è un numero che è tornato e torna in diverse circostanze, per certe cose che sono venuta a scoprire nel corso della mia vita, inerenti alla mia famiglia, sempre in qualche modo legate a questo numero. Un numero terribile ma che, come le altre cose di cui si parlava prima, ho imparato a conoscere, per cui quando mi capita di incontrarlo, non è più un problema. È un percorso di auto accettazione, da quando ho scritto ho questo pezzo poi è cambiato tutto il mio modo di guardarlo.

Prima hai parlato di un’eterogeneità di influenze: sono curioso di sapere quali sono i tuoi artisti della vita…
Artisti della vita è davvero difficile, avendo tanti ascolti faccio proprio fatica ad etichettare. L’unico nome di cui sono certa, perché ha coinciso con il momento del cambiamento, è stato Bon Iver, specialmente quello degli ultimi due album. Se parliamo poi di scrittura, diciamo che mi è venuto il coraggio di farlo, e di farlo in italiano, dopo aver ascoltato i nostri grandi cantautori. Poi però ascolto di tutto, è veramente difficile elencare dei nomi… mi piace anche la musica elettronica, Billie Eilish, Moderat, quelle cose lì.

È una domanda stupida e mi trovo sempre in imbarazzo a farla però credo che le circostanze un po’ ci obblighino a parlarne: stai cominciando a pensare ai concerti, nell’eventualità che prima o poi si possa ripartire?
È il mio primo pensiero, anche perché tutta la produzione del disco è nata da un incontro fortuito proprio dopo un live e io credo che sia il palco il luogo dove si svela la massima espressione di un’artista. E poi voglio mettermi alla prova. Ho fatto anni a cantare Jazz nei locali ma questa è una dimensione diversa, portare fuori le mie canzoni è il mio desiderio più grande: stare in studio è bello, c’è un’atmosfera molto fraterna ma la dimensione live è un viaggio incredibile quindi spero davvero di poterlo iniziare a breve.

Ti esibirai da sola o con una band?
Dipende da quello che ci permetteranno di fare, però se dovessi scegliere mi porterei dietro i miei tre produttori, che sono uno bassista, uno batterista e uno chitarrista; sarebbe la cosa migliore perché così avremmo un suono bello pieno. Anche perché mi piacerebbe dare una veste ancora nuova alle canzoni, mettere qualche accorgimento in più. Nel caso, sono anche in grado di reggere questi brani chitarra e voce: se si potrà fare solo quello, faremo così!