R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Dopo una pletora di ammirevoli e giovani jazzisti passati al setaccio qui su Off Topic eccoci all’ascolto di un personaggio più navigato. Alla sempre tonica età di 68 anni, Bill O’Connell è un musicista a tutto tondo e oltre che suonare un gran bene il piano è anche compositore e arrangiatore avendo tra le sue corde un’importante percorso professionale che val la pena di ricordare. La pietra angolare della sua evoluzione è stata senza dubbio la collaborazione, iniziata verso la fine degli anni ’70, con la band di jazz latino di Mongo Santamaria che ha lasciato tracce profonde nel suo approccio stilistico al pianoforte. La tecnica di O’Connell, infatti, non prescinde certo dall’impronta tipicamente statunitense e dalla storia jazzistica che ha seguito l’hard-bebop, ma si arricchisce di un’impostazione percussiva sulla tastiera comune ai pianisti che hanno suonato a lungo ritmiche latineggianti. Si tratta quindi di un pianismo brillante, poco focalizzato tutto sommato sulle ballad, punzecchiato da sincopi funky e alle volte aperto ad impressioni soul e blues. Nel curriculum di questo pianista newyorkese, oltre ad una quindicina di album usciti a suo nome, ci sono da annoverare anche esibizioni con Chet Baker, Sonny Rollins, Gato Barbieri, Jerry Gonzales e Dave Valentin. Per questo A change is gonna come, O’Connell si è apparecchiato una formazione di amici dalle notevoli credenziali come il batterista Steve Jordan – che ha accompagnato i Rolling Stones nel loro ultimo, tribolato tour interrotto dalla morte di Charlie Watts e dai problemi di salute di Mick Jagger – il contrabbassista Lincoln Goines, partner di lunga data dai tempi della collaborazione con Dave Valentin, il percussionista Pedrito Martinez – il morbo latino non ha mai abbandonato O’Connell – e il saxofonista Craig Handy.

Nonostante la pulsione che c’è alla base di questo album – il desiderio esplicito di uscire dal periodo critico manifestatosi in USA in questi anni forse più che in ogni altro paese occidentale – la musica che ne consegue è piena di energia positiva, rifugge la tristezza ed è animata da un ottimismo capace di trasfigurare tutte o quasi le amarezze del presente. I musicisti coinvolti si misurano in una continua, piacevole dialettica strumentale che scorre liscia senza strane bizzarrie né egotici esibizionismi, in piena religione tonale. Si avverte l’esperienza, l’abilità dei singoli di evitare tranelli di sottrazione stilistica, quindi niente rarefazioni in forma ECM, per capirci, ma invece la sana attitudine a buttarsi nel calderone del suono in una smagliante prova di classe superiore come questa. A dimostrazione che il quintetto di A change.. non appartiene ad una riserva indiana per anziani jazzisti, la scaletta offerta è un insieme di brani originali e di standard, opportunamente rivisitati e talora quasi reinventati ritmicamente a formare un policromo mosaico di piacevolezze e di abilità tecniche, che non guastano mai quando non sono fini a sè stesse.

Apre la sequenza dei brani uno standard arcifamoso, Moment’s Notice di John Coltrane, uscito sull’lp Bule Train nel 1958. Quasi irriconoscibile nel suo assetto armonico, il brano viene vivisezionato e decostruito da O’Connell che ne ricava un motore swingante a propulsione be-bop, una musica che vive di vita propria e che mantiene dell’originale qualche ricordo affiorante a tratti dalle righe. Gran lavoro della ritmica, linee di contrabbasso robuste con un breve assolo circa a metà del pezzo e con l’intenso rullio di Jordan a cui vengono concessi un paio di stacchi strada facendo. Loco-Motive gioca sul doppio senso del titolo e sulla dimestichezza dell’autore con i ritmi latini. Un’ostinata sequenza di terze minori al piano eseguita dalla mano sinistra viene supportata dal contrabbasso che ne riprende l’andamento, quasi un samba un po’ folle con l’implacabile struttura percussiva ad accompagnarne la corsa. Naturalmente grande improvvisazione alla tastiera con la mano destra del pianista che caracolla libera di sciogliersi. Covid Blues è un brano alla Monk con il sax che disegna un motivo a metà tra l’ansiogeno e l’ironico fino a quando emerge il blues a tre con un classico walking bass e il piano che vi macina sopra accordi e scale in velocità. L’assolo di Craig Handy al soprano sopraggiunge con la sua cadenza aerea, molto fluido pur tecnicamente assai complesso. Finale a moduli e stacchi con batteria secca e schiumeggiante di piatti. A Change is Gonna Come è un omaggio a Sam Cooke, autore di questa composizione pubblicata nel 1964 con l’album Ain’t that Good News, un anno dopo la morte dello stesso autore. Il testo di questo brano che fu ispirato a Cooke da Blowin in the wind di Bob Dylan divenne una sorta di inno per i diritti civili degli afroamericani. Questo è il motivo della scelta operata da O’Connell, in virtù del progetto di rendere il suo album un omaggio sociale ai più esclusi dal benessere economico e sanitario dell’attuale società americana, con tutte le  recenti derive razziste e le spinte antidemocratiche trumpiane. Molto soul, quindi in questo pezzo, un blues lento e raccolto, affidato al passo flemmatico del contrabbasso che ne definisce gli spazi e un sax quasi pop, anch’esso comunque allineato a questo debito emotivo nei confronti di Cooke. O’Connell suona più voicing-blues in questa traccia che in quella precedente e tutto si muove in un ambito rilassato e sfumato. Sun for Sunny è dedicato a Sonny Rollins e contiene un’opportuna ripetuta citazione di St. Thomas, ben conosciuto cavallo di battaglia del famoso sassofonista. Swing a mille, ritmi quasi caraibici, assoli di sax e di piano che si trovano a loro agio nello scoppiettante clima festoso del brano. Goines abbandona il contrabbasso per abbracciare il basso elettrico con il quale provvede a dare una spinta funky all’economia del flusso musicale.

Enough is Enough pare orientarsi dalle parti di Michael Brecker nel periodo Steps Ahead, soprattutto per le timbriche del sax e per il tono complessivo del brano, un ¾ molto fusion reso interessante dalla segmentazione ritmica di Jordan. In evidenza non solo il sax ma anche la capacità del pianista di divertire con i suoi assoli giocosi. Grande corposità sonora e un bell’assolo di batteria verso il finale che limita l’intervento dei piatti al minimo indispensabile. Con Sweet Peanut O’Connell torna quasi a casa dopo lungo peregrinare, cioè riprende contatto con le sempre amate ritmiche latineggianti che permettono al piano un ventaglio di note danzanti e scorrevoli. Ancora basso elettrico, forse a cinque corde, data la sequenza di note alte sviluppate da Goines nel suo un misurato assolo. Anche A Prayer for Us gioca, come titolo, sull’ambiguità del pronome Us che potrebbe essere letto come U.S. Lo stesso O’Connell, commentando questo titolo ne ammette l’ambiguità di significato. Più che una ballad pura, la traccia sembra un gospel, con quella linea molto cantabile di piano che si presta quasi ad un accompagnamento corale. Torna il contrabbasso al posto del basso elettrico e i riflettori si accendono meritatamente su Goines, mai sopra le righe, con un assolo che si snoda tra i tranquilli accordi di O’Connell. A metà lunghezza il tempo accelera trasformandosi in uno swing dai toni pacati, a rientrare poi verso il finale con la medesima impronta cantabile dell’inizio. Chaos è un omonimo brano pubblicato da Wayne Shorter nel 1966 ma ascoltando e riascoltando sia la traccia di O’Connell che quella di Shorter non ho trovato similitudine alcuna, se non in una certa convulsione ritmica che forse giustifica il titolo, con l’aggiunta del fatto che le note stampa in mio possesso non fanno riferimento ad una possibile rivisitazione del brano in oggetto. Il momento più sorprendente e francamente inaspettato è stata la riproposizione di My Foolish Heart, famoso standard scritto da Victor Young nel 1949. Il motivo dello stupore sta nel fatto che mi sarei aspettato, soprattutto in chiusura, una rivisitazione del languido standard in forma di ballad, così come proposto dalle numerose versioni dello stesso che si sono succedute negli anni. Invece O’Connell suddivide il tema in celle ritmiche asciutte e sincopate con un accompagnamento risoluto di contrabbasso e batteria che poi allentano la presa dando al pianista l’opportunità di vagare spensierato per la sua tastiera. Finale che ricopre tale e quale il percorso iniziale con i tre strumenti principali impegnati nei sussulti ritmici che hanno introdotto il tema.

Un ruggente quintetto all’opera, quindi, in un album divertente e percorso da un senso di ottimismo quasi commovente, in uno squadrato procedere di battute rigorose in cui non trovano posto né arrangiamenti squinternati né intrusioni rumoriste. Mainstream di alta scuola e di classe.

Tracklist:
01. Moment’s Notice
02. Loco-Motive
03. Covid Blues
04. A Change Is Gonna Come
05. Sun for Sunny
06. Enough Is Enough
07. Sweet Peanut
08. A Prayer for Us
09. Chaos
10. My Foolish Heart