R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Chi conosce, anche a grandi linee la biografia del compositore e trombettista Tom Harrell, sa che questi ha sempre vissuto in un mondo interiore disagiato. Nonostante ciò – persino a volte proprio per questo – la sua musica è sempre stata un’esplosione emotiva, un intrico di ombre e di luci che ha attraversato molti generi nell’ambito del jazz e che l’ha accompagnato attraverso numerose esperienze diversificate, come quelle condivise nell’ambito delle grandi orchestre – di Stan Kenton e Woody Herman le più famose – e come altre condotte all’interno di affermati quintetti, ad esempio quelli di Horace Silver e di Phil Woods. Inoltre, partecipando ad un numero imprecisato di collaborazioni e concerti con alcuni colleghi tra i più grandi a livello internazionale, Harrell si è scavato nel tempo e a buon diritto, una nicchia personale nella storia del jazz moderno. Stiamo parlando di un musicista che dagli anni’80 ad oggi ha pubblicato a suo nome oltre una trentina di dischi e partecipato come co-leader a quasi una quarantina di produzioni. Da questa centrifuga di occasioni ed impegni, Harrell riemerge ora, alla bella età di 75 anni, con una nuova uscita discografica. Questo suo ultimo lavoro Oak Tree, viene quindi pubblicato in quartetto con il pianista venezuelano di nascita ma newyorkese d’adozione Luis Perdomo, il contrabbassista Ugonna Okegwo – vecchia conoscenza di Harrell con cui ha condiviso almeno una decina di pubblicazioni – e il batterista Adam Cruz, altro collaboratore di lunga data. A dir la verità la registrazione di questo disco risale a due anni fa, in tempi di lockdown, ed è avvenuta al Sear Sound di New York, uno tra gli studi d’incisione più in vista della Grande Mela. Nella storia personale di Harrell notiamo come l’amore per il suo strumento risalga alla sua infanzia, mentre ascoltava le incisioni di Louis Armstrong e percepiva che “…da quella tromba fuoriusciva qualcosa di dorato e prezioso, qualcosa che al tempo stesso richiamava la Terra e il Paradiso…” [cit. Olindo Fortino- Sound Contest 2014]. Però non c’è la pressione d’aria di Armstrong, nel modo di suonare di Harrell, piuttosto troviamo sia la levigatezza di Chet Baker che l’hard bop di Clifford Brown o di Freddie Hubbard, ma in questo Oak Tree è la vicinanza con il Baker del 1957, quello di Chet Baker & Crew per intenderci, che mi pare essere preponderante. Il soffio di Harrell, ormai diventato un riferimento per tutti i giovani trombettisti, è veloce, pulito, capace di morbida e luminosa grazia quanto invece di pungente precisione nelle sue frasi più articolate in puro stile hard-bop.

Oak Tree scorre nelle nostre orecchie con grande fluidità, con un suono terso come un cielo di primavera. Harrell si prende il centro della scena, consapevole della piacevolezza estetica che il suo strumento riesce ad offrire, ma senza oscurare l’apporto del resto del gruppo responsabile di arrangiamenti che prediligono il colorismo anziché il dinamismo, incorniciando un’opera che appare forse più legata ad un’ottica mainstream che non alla contemporaneità. Tuttavia l’album è così godibile, senza inutili accademismi, spontaneo nella sua corrente comunicativa, lontano da tensioni di sorta che ascoltarlo procura un grande, rilassante piacere, come raramente si può provare in molte ed emotivamente tribolate incisioni del jazz odierno.

Il primo passo nella scaletta spetta ad Evoorg, termine che se letto al contrario suona come Groove, ed è un biglietto da visita che assomiglia ad un maledetto hard be-bop di fine ’50. Il tema è costruito su una rapida e turbinosa sequenza di scale ioniche con cambi di tonalità. L’assolo di Harrell è soffice e rilassato ma puntiglioso e preciso, riprendendo di striscio le scale tematiche iniziali fino allo spazio concesso a Perdomo col suo piano che dimostra in questo caso la verve di un autentico bopper. Fivin’ è un brano più moderato del precedente ed inizia con un ostinato battere su un fa della tromba che costituirà la piattaforma di lancio per l’assolo relativamente tranquillo di Harrell. Qui Perdomo lo ascoltiamo al Rhodes con cui si destreggia tra le note di un assolo alla Hancock. Segue un passaggio di contrabbasso anch’esso in assolo, scandito dagli accordi di sostegno di Perdomo e dal tempo efficace di Cruz alla batteria. Oak Tree – chissà se il termine oak non si riferisca proprio a quella quercia che è Harrell – ha un tema molto cantabile, quasi una canzone senza parole con delle risoluzioni melodiche che stanno comodamente tra uno standard anni’40 e le linee strutturali d’un Wayne Shorter. Qui la tromba, soprattutto nell’assolo, mantiene spazi più o meno ampi tra una frase e l’altra, per lo meno nei frangenti iniziali, per poi scaldarsi in qualche rapida scala prima del ritorno al tema principale. Anche Tribute come Fivin’ in precedenza si presenta con una nota ostinata – questa volta un re – e devo dire che le fasi iniziali di questo brano non possono non ricordare Joao Gilberto, probabilmente il destinatario di questo tributo. Il brano si sviluppa su un’ossatura ritmica di bossa nova e più che dalla tromba qualche citazione brasiliana la si avverte dal Rhodes di Perdomo, anche se questi la nasconde sotto una trama di veloci scale be-bop. Con Zatoichi – film del 2003 diretto dall’imperturbabile Takeshi Kitano – si cambia rotta e si viaggia su binari molto più contemporanei. Tromba e contrabbasso corrono apparentemente in sincrono e la tromba sovraincisa di Harrell si lancia in uno spettrale momento free, direi assolutamente non prevedibile in questo contesto però presente nelle corde eclettiche del trombettista. Un momento di stanca nella parte intermedia, in cui l’improvvisazione soprattutto del piano non riesce a trovare una linea espressiva traducibile, dando poi opportunamente spazio alla batteria di esprimersi in un assolo prima della ripresa conclusiva del tema.

Sun Up è un reggae regolato dal battito del Rhodes con la tromba che dilata le porzioni intervallari della propria sonorità, anche in questo caso facendo intuire una certa cantabilità alla giamaicana, per altro rimarcata da Perdomo e anche da Okegwo che si lascia tentare da qualche spunto dub. Improv è un tuffo nel passato all’ombra del vecchio e caro hard be-bop e una certa sensazione di dejà entendu si spande durante l’ascolto. Aumenta lo spazio espressivo a disposizione di Perdomo con uno dei suoi assoli perfetti e old style quando accompagna le evoluzioni di Harrell sul modello Hubbard. Comunque il brano si mantiene con tutti i crismi del godimento stilistico rievocando giocoforza i dischi Blue Note della Rudy Van Gelder edition… Shadows riprende moderatamente i ritmi latini comparsi in precedenza sotto forma di bossa nova. Personalmente adoro queste atmosfere distratte, un po’ languide, senza la compulsione di procedere verso chissà quali tensioni. La tromba è molto rilassata, gli altri strumentisti anche, la linea melodica è semplice, quasi elementare nel suo svolgersi. Le percussioni di Cruz aggiungono pennellate di colori bruni alla composizione, infiltrandosi tra i suoni alle volte sovraincisi di Harrell, mentre il piano svagato di Perdomo s’adatta all’atmosfera post meridiem dell’intero brano volteggiando con grazia errabonda su e giù per la tastiera. Archaeopterix suggerisce anche ai non esperti in paleontologia che il sintagma Pter proviene dal greco antico e significa “ala”. Si tratta di un dinosauro alato che si è guadagnato l’onore di regalare il suo nome giustappunto a questo brano di Harrell, se non altro per far sapere cosa diavolo fosse. Frasi brevi e spezzettate di tromba contrappuntate dai passaggi del contrabbasso e del piano, mentre la batteria tiene lo swing e fa battere il piedino. Come sempre ascoltiamo un assolo sfavillante di Perdomo che conferma da sempre alcune mie convinzioni sull’assoluta preparazione e bravura dei pianisti centro e sudamericani. Anche Okegwo si concede un cronometrato piccolo assolo prima del tema finale portato dalla tromba. Robot Etude è un curioso brano a metà strada tra Radiohead e Paul Bley – dubito di riuscire a rendere l’idea – dove il desiderio di uscire da un terrapiattismo stilistico crea qualche forzatura nell’interpretazione anticonvenzionale di un brano che vorrebbe essere contemporaneo a tutti i costi ma che finisce per autofagocitarsi. Love Tied termina l’album in bellezza recuperando quelli che sono apparsi essere i canoni migliori di questo lavoro, cioè rilassatezza, moderata esuberanza – un po’ più schizzato il pianista che pare divertirsi e divertire alquanto col suo assolo. C’è tempo anche per un intermezzo di batteria, giusta ricompensa per chi ha tirato le fila ritmiche, insieme al contrabbasso, lungo tutto il tragitto fin qui percorso.

Sembra proprio che Harrell non risenta dell’età che avanza. Ancora si propone con il suo stile morbido ed eterogeneo, a cavallo tra modernità e tradizione, facendo sentire la sua voce quieta ma con aspri spigoli che a volte emergono inaspettati. Riesce ancora una volta a consegnarci, comunque, un’esperienza solida ed appagante.

Tracklist:
01. Evoorg
02. Fivin’
03. Oak Tree
04. Tribute
05. Zatoichi
06. Sun Up
07. Improv
08. Shadows
09. Archaeopteryx
10. Robot Etude
11. Love Tide

Photos © Angela Lee Tada Harrell