R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Un gruppo chordless, come il quintetto messo insieme dal sassofonista statunitense Tim Armacost, suona musica senza lo strumento che provveda agli accordi. Il tessuto armonico è più sottinteso che reale, il reticolo che sorregge le linee melodiche si determina dall’incrociarsi dei suoni puri degli strumenti a fiato e tutt’al più dal contrabbasso che può lavorare su semplici bicordi, facendo vibrare due corde contemporaneamente. Il suono che complessivamente ne deriva, come si può immaginare, è asciutto, essenziale e l’arduo compito dei musicisti consiste nel cercare di riempire il viscerale vuoto armonico sia con un opportuno supporto ritmico che con una convincente prova melodica. Un’opera come questa Something About Believingil titolo è preso in prestito da un brano di Duke Ellington, proposto peraltro all’interno dell’album – lavora come benzina sul fuoco dell’immaginazione perché spetta all’ascoltatore scrutare l’anatomia della musica presente, cucire insieme le parti disponibili, sopperire con la fantasia al sacrificio dello strumento armonico per godere, paradossalmente, della sua assenza. La storia del jazz non è certo nuova a questo tipo d’esperienza e senza ricorrere ai soliti esempi di gruppi analoghi guidati da mostri sacri come Ornette Coleman, Lee Konitz, Sonny Rollins, Gerry Mulligan, è sufficiente sfogliare all’indietro le pagine di Off Topic per incontrare non pochi ensemble con queste caratteristiche. Il sessantaduenne Armacost è un musicista dalla storia personale complessa, che ha abitato, negli anni, in molti Paesi del mondo, sia orientali come il Giappone, le Filippine e l’India sia europei come l’Olanda finendo poi, oggi come oggi, a stabilirsi negli USA a New York.

In ciascuna di queste nazioni, il sassofonista ha organizzato gruppi musicali, incisioni, concerti ed ha prodotto una cospicua discografia personale, sia come titolare che come collaboratore di gente come Jimmy Cobb, Kenny Barron, Victor Lewis, Peter Erskine, Roy Hargrove, Randy Brecker e parecchi altri. Nell’occasione di questo Something… Armacost ha riunito attorno a sé alcuni esperti musicisti di grande fama, proponendo loro la realizzazione di sette brani in totale, due composti dallo stesso Armacost più cinque riproposizioni tra le quali un paio di pezzi firmati da Ellington e da Monk. Oltre al sax tenore dell’Autore, troviamo altri due fiati, il sassofono baritono di Gary Simulyan, la tromba di Tom Harrell – leggi qui e qui – il contrabbasso di John Patitucci – puoi trovare alcune cose qui e la batteria di Al Foster – qualche riferimento lo si legge anche qui. Non è certo da un supegruppo come questo che possiamo aspettarci chissà quale vertigine metafisica. Il quintetto di Armacost suona musica materica, solida come l’hard-bop di razza, e la pratica con naturalezza, direi anche con quel distacco che appartiene ai musicisti di classe superiore. Agli occhi di questo Chordless Quintet, il jazz è un demone che trasforma i veleni della vita in una forma di energia pulita, proprio come succedeva ai vecchi maestri del be-bop. Però occorre rimarcare come questo album sia legato alla contemporaneità, non alla nostalgia di un tempo passato. Se la sostanza progettuale si mantiene vicina a certe strutture storicamente collaudate, la forma con cui questa musica si manifesta è molto attuale, immersa in un turbine ritmico a cui partecipano anche i fiati, scansionando gli spazi degli assoli e manovrando gli unisoni coadiuvati, ovviamente, dall’avvolgente contrabbasso di Patitucci e dal misurato ma sempre centrato lavoro di Foster – dieci anni in compagnia di Miles Davis hanno ovviamente lasciato il segno… Jazz contemporaneo, si è detto, ma non sperimentale. I brani non composti dal leader sono rivisitati in una conformazione assolutamente soggettiva – confrontarli con gli originali è sempre utile, per chi fosse interessato nel capire il grado d’indipendenza e di personalità di questo gruppo – ma sempre rispettandone i tratti fondamentali. Il sassofono tenore di Armacost si mantiene effervescente, con i suoi tenaci fraseggi complessi e tonali, frutto non solo delle sue capacità personali ma anche dell’esperienza acquisita negli anni e dalle numerose collaborazioni a cui si è sopra accennato. L’aggiunta di Tom Harrell con la sua tromba, ha contribuito ad allargare un originario quartetto – i suoi elementi si esibiscono insieme più o meno da otto anni – in una formazione più completa e duttile.

It’s Really Just a Blues, il titolo apripista del brano composto dal Armacost, sembra voler assicurare l’ascoltatore che proprio di un vero blues si stia trattando. Una pulsazione di contrabbasso e batteria lascia spazio alla tromba di Harrell che subito si relaziona prima col sax baritono e poi con il tenore. Dopo un breve procedere di tutti i tre i fiati insieme, parte Armacost che si articola con Patitucci e Foster in un momento di trio in solitudine. Libertà espressiva, certo, ma lontano da spicce soluzioni atonali. Quando s’arresta il suono del sax tenore, compare al suo posto la tromba che sembra, nelle primissime fasi, un po’ incerta nel catturare le note con precisione. Harrell si scalda presto per poi cedere lo scettro dell’assolo al sax baritono. Si viaggia quindi con delle fasi a trio in cui i due sax e la tromba fungono da strumenti principali. Un groove impeccabile si trasforma poi in un incrocio a tre voci mediato da ciascuno dei fiati, intervallati da qualche stacco misurato di batteria. Si finisce un po’ con l’unisono e un po’ con una coda dixie di modo che questo quasi blues venga interpretato dal quintetto in maniera molto peculiare.

Dance to the Lady è un brano composto dal sassofonista John Handy e presente nell’Lp In the Vernacular del 1959. Handy è ancora, all’età di novantuno anni, da considerarsi un fiatista molto versatile, in grado di aver saputo suonare in carriera parecchi strumenti ad ancia e in particolar modo il sax contralto, che era il suo mezzo espressivo preferito. Il tema accattivante che caratterizza il brano viene introdotto dall’unisono di tromba e sax tenore, tra i quali s’allinea in un secondo tempo anche il baritono di Simulyan. Dopo l’esposizione del tema dei tre fiati che non fanno rimpiangere l’assenza del piano – c’era Don Friedman alla tastiera nella versione originale di Handy – segue una lunga pausa riempita da un assolo di Patitucci prima deI ritorno dello stesso tema portante. Insomma, questo brano, un tipico mid-tempo swingante di hard be-bop melodico, è un’alternanza di formule a trio poste nel mezzo della presentazione iniziale e finale della linea tematica, senza trascurare ovviamente il già citato contributo solistico di Patitucci. Ogni strumentista ha la possibilità di mostrare le proprie doti d’improvvisazione, sotto lo sguardo ritmicamente vigile di Foster alla batteria. The Chief è un pezzo del batterista Al Foster che viene da Brandyn (1997). Il quintetto di Armacost ne mantiene integro il gradevole tema costruito su una ritmica velatamente sudamericana, giocando sia sull’integrazione dei tre fiati che sulle loro comparse solistiche. Comincia il sax tenore del leader col suo fraseggio serrato ma non troppo, poi la tromba di Harrell con un andamento più disteso e più tranquillo, seguita dal sax baritono di Simulyan che a mio parere esegue l’assolo migliore, non solo più melodico ma con velleità esplorative a largo raggio rispetto ai suoi sodali. Si chiude con il tema principale in una specie di rimando speculare tra la tromba e il resto dei fiati. Peccato che il brano venga sfumato sul finale, quando i tre solisti si stavano incrociando e sovrapponendo in un interessante epilogo. Something About Believing fa parte della triade di musica sacra ellingtoniana, in particolar modo di Second Sacred Concert da cui questo brano è tratto (1968). Il bellissimo tema portante che nell’originale viene suonato al piano elettrico dallo stesso Ellington, qui invece è supportato ovviamente dai fiati, in un efficace insieme da cui emerge sia la tromba che il sax baritono in cerca di affascinanti contrappunti. Il climax originale, seppur lievemente desacralizzato e reso più swingante, non fa rimpiangere il senso orchestrale intrinseco del brano del Duca. Tanto più che possiamo goderci degli assoli piuttosto belli e molto cool, in primis quello di Tom Harrell, a cui fa seguito il tenore persino più sofisticato di Armacost e che passa poi il testimone ad uno splendido baritono. Conclude il misuratissimo intervento di Foster che suona la sua batteria in solitudine come fosse uno strumento melodico, prima della riproposizione finale del tema. Questa title-track è forse il pezzo migliore dell’album che inserisco, tra l’altro, piacevolmente nella mia playlist personale. Oska T. è un brano di Thelonious Monk che compare in Big Band and Quartet in Concert del 1964. L’origine di questo titolo non è mai stata del tutto chiarita. Alcuni hanno affermato trattarsi di una dedica ad un commentatore radiofonico di jazz, tale Oscar Treadwell, ma altri hanno invece sostenuto che più banalmente fosse una tipica contrazione americana della più britannica espressione ask for tea. Comunque sia, il brano viene asciugato dal suo naturale e ripetitivo swing per renderlo più misterioso e umbratile, dove il contrabbasso sostituisce la sequenza di accordi sporchi del piano di Monk. Il rallentamento ritmico lo pone su un piano quasi analogo al blues, sviluppato peraltro in una forma modale, uno stile un po’ lontano dalle abitudini monkiane. L’assolo di tromba è il migliore di quelli eseguiti finora da Harrell ma non è da meno il tenore del leader che s’impegna in un lungo soliloquio, mentre tace il baritono. Il clima, ovattato, notturno, pieno di sottintese simbologie urbane, procede tra il gioco leggero dei piatti di Foster e il contrabbasso felino di Patitucci. Vendetta è una traccia di puro be-bop composta dal sassofonista Harold Land e che possiamo trovare sull’Lp Westward Bound, una raccolta uscita di recente (2021) che contiene registrazioni live inedite del periodo che va dal ’62 al ’65. Classico brano da unisono fiatistico, un uptempo che esige una accurata lettura del pentagramma, dato che si tratta di temi talmente complessi da essere praticamente non memorizzabili. In più, essendo le improvvisazioni altrettanto melodicamente intricate, esse finiscono per diventare indistinguibili dagli stessi temi, almeno per un orecchio poco allenato. Comunque, grande vigoria ritmica ed assoli per tutti!! Il brano che chiude la selezione è di Armacost. Se l’apertura dell’album era …quasi un blues, Disunited States lo è pienamente, con il suo piccolo preludio riservato al cammino del contrabbasso e alla batteria. La coppia di sax disegna il tema, torpidamente malizioso, poi il suono si fa magro col sax tenore e un secondo momento dopo col baritono, entrambi a procedere ciascuno per proprio conto in un trio esclusivo con la ritmica. Ancora più isolato sarà il contrabbasso che passeggia senza fretta negli angoli più scuri del proscenio sonoro. Qualche stacco di batteria ed infine torna il tema riservato alla coppia di sassofoni, ancora una volta insieme in questo racconto blues.

Il Tim Armacost Chordless Quintet offre un approccio moderato al jazz contemporaneo, tenendosi da una parte lontano da qualsiasi clima dissennato e surreale ma comunque restando nelle vicinanze alla vecchia sorgente dell’hard be-bop. Tutto si mantiene nell’orbita di una sobrietà ben stigmatizzata dalla ritmica composta della coppia Patitucci-Foster. Pur mancando il plusvalore della imprevedibilità, quel ghiribizzo insolito che potrebbe caratterizzare più incisivamente il carattere del gruppo, la solidità professionale e l’atmosfera anti-epica di questo album ne sottolineano l’umore raffinato e l’intrinseco valore. Tutto ciò nonostante – come accennato agli inizi di questa recensione – la scelta di viaggiare senza strumento armonico di base, privandosi della rassicurante struttura accordale su cui costruire l’intero impianto sonoro.

Tracklist:
01. It’s Really Just A Blues (8:14)

02. Dance To The Lady (10:05)
03. The Chief (7:45)
04. Something About Believing (9:47)
05. Oska T (9:31)
06. Vendetta (7:09)
07. Disunited States (9:54)

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