R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ho letto da qualche parte che il jazz è l’unica musica in perenne equilibrio tra la certezza della scrittura e il vuoto senza rete dell’improvvisazione. Non posso che essere d’accordo con questa affermazione. Nel momento in cui si abbandonano le linee rassicuranti del pentagramma le possibili scelte sono due: o si riesce a camminare sul filo oppure si rischia la caduta. C’è molta componente improvvisativa, in questo Third Page Resonance, opera terza della batterista coreana Sun-Mi Hong e del suo collaudato quintetto con il quale condivide la propria musica dal 2017. Da circa dieci anni stabilitasi ad Amsterdam, la Hong viene tutt’ora definita come astro nascente nel panorama jazz europeo, ma questa definizione le va stretta. La sua stella è ormai matura, brilla di luce popria e di originalità, tant’è che questo suo ultimo album – i primi due sono stati entrambi pubblicati nel 2020 – mi sembra una delle novità più fresche e lucide apparse nel corso dell’anno. Difficile trovare dei riferimenti precisi al suo modo di suonare, anche per quello che riguarda gli altri elementi del gruppo. Questo perché la musica che ascoltiamo da Resonance è tutto fuorché prevedibile e usuale, a tratti addirittura infusa di una forma di misteriosa magia combinatoria, con misurazioni ben bilanciate tra i vari strumenti. Si procede su quel crinale che separa talora in maniera poco identificabile scrittura ed espressione estemporanea ma è certo che la sorpresa di certi passaggi inventati all’impronta tengono lontana la noia e l’abitudine. Non si pensi ad una musica priva di elementi fondamentali, come la melodia e l’armonia più tradizionale ma nemmeno costituita da suoni estremi. Non c’è rabbia o sentore di frustrazione tra le pieghe di questa musica, anzi, si avverte una sensazione mista tra vitalità e riflessione meditativa, qualità che la rende per questo affascinante e unica nel suo genere. La Hong suona la batteria come poche volte ho sentito fare, cioè mescolando percussioni su tamburi e piatti in modo che essi stessi acquisiscano una sonorità intrinseca, una personalità quasi armonica, alla pari di tutti gli altri strumenti che la circondano. Oltre alla leader di questo quintetto, a completare il gruppo, troviamo in primis quello che forse è stato il musicista con cui la Hong ha lavorato di più, cioè il trombettista Alistair Payne. C’è inoltre Chaerin Im al piano – tenete d’occhio questa pianista, è quanto di meglio abbia potuto ascoltare in questi ultimi tempi e a questo proposito se recuperate in streaming il suo splendido Ep, Florescent in coppia col chitarrista HORIM, non ve ne pentirete di certo – Nicolò Ricci al sax tenore e Alessandro Fongaro al contrabbasso. All’interno delle note stampa allegate viene ribadito, dalla stessa Hong, il profondo amore e il saldo legame emotivo con il suo strumento, talmente intenso da spingerla ad abbandonare il suo paese natale e a trasferisrsi da un continente all’altro per cercare di dar corpo ai propri sogni. Qualche engramma della sua provenienza dev’essere rimasto nella tecnica percussiva, soprattutto in alcuni momenti di apparente richiamo alle tradizioni rituali coreane, ma sono lampi, impressioni fugaci che non intervengono in modo indelebile nella sua musica.

Care Less, come brano in apertura lungo quasi una decina di minuti, si presenta con le credenziali giuste fin da subito. Un poderoso contrabbasso e una batteria che procede a balzelli, creano inizialmente un tempo fluido che s’allinea, poi, nel tema incalzante gestito dai fiati. Procedono brevemente all’unisono sax e tromba ma è il contrabbasso che diventa l’arbitro della distribuzione degli interventi dando il via ad una ripetuta sequenza spiccia di assoli in cui appare per prima la tromba, poi il piano, quindi il sax. Il ciclo si ripete con la stessa sequenza, rivoluzionando gli schemi classici dei lunghi assoli, uno per ogni musicista, che frequentemente seguono il tema. Ma ecco che terminata la prima parte se ne origina una seconda, dall’assetto più recondito, in cui l’elemento estemporaneo fa capolino con discrezione. Il brano si spegne gradatamente tra disseminate isole di silenzio. Blind ha una tematica piuttosto oscura, con il piano che traccia una serie di accordi sui quali i fiati si contorcono in scontrosi lamenti. Ma da questo momento in poi la batteria comincia a scalciare, modificando lo stato d’animo grazie anche alle progressioni del piano che pare liberarsi dalla cappa nebbiosa fin qui avvertita. La rinascita pianistica s’accompagna alle quasi stupite note di sax, con Ricci che scandaglia scale e fraseggia in sola compagnia strumentale della Im. L’incremento della componente ritmica, che diventa a tratti anche impetuosa, sollecita un ulteriore scatto con un nuovo tema che ricorda lontanamente certi passaggi della Sun Ra Arkestra. È la volta della tromba, ora, a impostare un assolo che tenderà ad incrociarsi in più punti con il sax. La temperatura resta alta e febbrile fin quasi nel finale che smorza un poco la tensione. 0191 è il primo piccolo capolavoro dell’album dove possiamo apprezzare l’arte e il tocco sapiente della Im al suo piano. Il brano è assai malinconico, molto melodico con una bellissima progressione di accordi di forte impronta classica. In sottofondo solo le varie percussioni della Hong ed è proprio qui che si avverte la sensazione che la batterista vada ad abbeverarsi alla sua tradizione d’origine, se non altro per il variegato ricorso a piatti e sonorità tintinnanti che non lasciano mai in solitudine il pianoforte. La trama pianistica è eccellente e questa composizione, come tutte quelle dell’album, è firmata dall’Autrice. Sarebbe comunque interessante sapere quanto e quale sia stato il contributo della Im, di cui s’intuisce la forte personalità e il modo di approcciare lo strumento molto caratterizzato, non allineato con quello di tanti altri pianisti contemporanei. Screams Like Vapours è data, in scaletta, come improvvisazione totale. In realtà è un dialogo a due tra tromba e batteria. È quest’ultima che delinea la struttura ritmica sulla quale Payne improvvisa. Percussioni che sembrano cerimoniali, tromba che resta nei limiti, senza estremismi. Insomma, qui non vale la regola liberi tutti in tema d’improvvisazione ma rimane un certo ordine procedurale che rivela le idee chiare della Hong.

Letters With no Words è quasi una barcarolle contemporanea impostata su coppie di accordi di piano che s’alternano al contrabbasso archettato. Questa traccia non la si può definire certo una ballad, non ne ha le stigmate ma si avvicina di più ad un valzer lento, ad alcune immagini di Carla Bley quando incrocia con Steve Swallow nei suoi rari momenti sospesi. I fiati sottolineano l’andamento con singole note che si sovrappongono alla cadenza ritmica. La tromba imposta un assolo che trasuda malinconia da ogni poro, cercando nel finale d’infilarsi in corridoi extratonali mantenendo intatto il pathos fin qui espresso. Nella parte conclusiva si uniscono i fiati ripercorrendo i gradini del tema. Bellissimo brano, uno di quelli che si vorrebbe ascoltare in loop perché in grado di svelare stimolanti emozioni ad ogni nuovo passaggio. As We Are, con quella dichiarazione d’intenti iniziale, sembra proiettarsi dalle parti della Arkestra salvo inaspettatamente rallentare e rarefarsi in un iniziale colloquio sottovoce tra piano e tromba. L’innesto del sax fa da propulsore all’esplosione del gruppo, la ritmica incalza e suona potente mentre i fiati si scambiano il testimone degli assoli. Un’improvvisa deflagrazione luminosa perdura dal minuto 02′ 45” allo 05′ 00” fino a quando la corrente s’incanala in un tema che precede un assolo di sax piuttosto moderato, verso un finale più flemmatico. Torniamo poi in clima maggiormente sommesso con Home dove il tema lento e meditabondo procede in sincrono tra piano e sax. Con disarmante bellezza tutto si sviluppa attraverso l’inserimento della ritmica e della tromba, mantenendo però la struttura di base piuttosto sommessa. Verso metà brano, nonostante l’assetto ritmico resti costante, i due fiati si sostengono l’un l’altro in una bellissima e breve sequenza. Il contrabbasso entra a sua volta in assolo morbido, precedendo di poco la chiusura definitiva del pezzo. Anche questa traccia merita attenzione e plauso per la bontà compositiva ed esecutiva. L’ultimo brano è la ripresa non più improvvisata di Scream Like Vapours che viene invece trasformata in vero e proprio tratto tematico. Il brano è indicativo dello stile di questo gruppo, come si è già detto, in equilibrio mai precario tra partitura e improvvisazione.

Mi è capitato tra le mani un vecchio testo di Fisica che mi era servito come esame complementare, durante i miei studi universitari. Da quell’insieme di pagine è comparso un piccolo foglio di appunti che parla delle Trasformate di Fourier, ovvero grosso modo la procedura della rappresentazione di un’equazione matematica in funzione d’onda. Pensavo, rapportando il tutto ad un album come questo, che il concetto di trasformazione in onda ben si adatta alla Hong e al suo gruppo. Come passare, cioè, con scorrevolezza dalla fase silente della scrittura ad una forma più svincolata dalla stessa, per abbandonarsi al fluttuante moto ondoso dell’improvvisazione. Transitare cioè da un’equazione armonica alla sua rappresentazione in termini più fluidi, in una continua alternanza che si riscontra spesso in questo disco e che costituisce nel suo complesso una bella e inaspettata sorpresa di fine anno.

Tracklist:
01. Care Less (9:30)
02. Blind (9:43)
03. 0191 (5:49)
04. Screams Like Vapours (Improv) (2:30)
05. Letter with No Words (6:38)
06. As We Are (6:52)
07. Home (5:18)
08. Screams Like Vapours (Encore) (2:20)