R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Con regolare cadenza, la giovane virtuosa batterista sud-coreana Sun-Mi Hong pubblica la quarta pagina della storia della sua crescita musicale, cioè Fourth Page, Meaning of a Nest. Ritroviamo questa artista – stabilizzatasi ad Amsterdam da circa un decennio – dopo aver recensito l’album del 2022, il precedente Third Page Resonance – vedi qui. Insieme a lei recuperiamo oggi anche l’identica formazione presente in quel lavoro, cioè la pianista Chaerim Im, Nicolò Ricci al sax tenore, Alistair Payne alla tromba e Alessandro Fongaro al contrabbasso. Dal punto di vista dell’investimento tecnico, emotivo e della raffinatezza strutturale, si conferma la capacità della Hong di raccontare storie complesse e intimamente individuali attraverso un personale e astratto linguaggio contemporaneo.

Per chiarire meglio il termine che caratterizza la sua espressione musicale, teniamo presente di stare alludendo ad una serie di esplorazioni sonore che sfidano i confini tra composizione e improvvisazione, tra costruzione formale e visionaria libertà. L’equilibrio tra queste componenti mi sembra riuscito, anche se non colgo una particolare attenzione ai temi musicali – comunque spesso intriganti nei tratti sovrapposti dei due fiati – quanto piuttosto il desiderio di sondare tutto un percorso di sfumature in continua evoluzione, di trame meticolose poco prevedibili che s’intersecano le une alle altre. Il tutto viene sorretto dal drumming liberamente partecipato e quasi armonico dell’Autrice che rappresenta il fulcro narrativo dell’album, avvolgendo la band in spirali di possibilità ritmiche sempre mutevoli. Centrale è il tema del “nido” come metafora della ricerca di un luogo di appartenenza. La Hong, infatti, esplora qui il concetto di “casa” non come uno spazio fisico immutabile ma come un’idea fluida costruita attraverso le connessioni umane e artistiche che si acquisiscono quando si abita in un nuovo ambiente distante dal proprio mondo d’origine. “La scena internazionale di Amsterdam mi ha spinto a riflettere profondamente sulla mia identità e sul mio cammino”, ha dichiarato la stessa Hong e queste considerazioni permeano ogni nota di Fourth Page. La musica è qui profondamente introspettiva e le composizioni, anche nei momenti più tumultuosi, non sono fughe verso l’ignoto ma esplorazioni dell’intimità e della vulnerabilità dell’Autrice. La struttura dei brani di Fourth Page appare però a tratti labirintica, non di facile assimilazione. Rispetto al precedente album del 2022 si riscontra una direzionalità ancor più introvertita, alle volte un po’ farraginosa, ma resta comunque immutata la sensazione sorprendente di trovarsi all’interno di una forma musicale non comune, costituita da vortici di materia sonora intervallati da attimi di estatica sospensione. Ovviamente, in un lavoro complesso come questo, l’essenziale sta nel non perderne il controllo, nel mantenere un persistente assetto dialogico tra le parti per evitare un viaggio erratico e casuale. E, in ultima analisi, bisogna pur prendere atto doveroso dell’integrità professionale di questa musicista, posseduta da un’indomita volontà di ricerca, poco sensibile perciò all’idea di accomodare l’ascoltatore in facili istanze di immediato piacere.
Primo brano a porsi sotto la nostra attenzione è Finding. L’inizio quasi sottovoce di tromba e sax sono l’abbrivio ad un tema in cui entra una progressione melodica discendente gestita dal pianoforte e sostenuta da una solida ritmica. L’assolo di contrabbasso, tra accordi squillanti e ripetuti da parte della Im, ci accompagna fino a metà brano, dove uno stacco improvviso d’immagine prelude ad un dialogo di assoli tra sax e tromba che si scambiano frequentemente il testimone. L’improvvisazione si fa liberamente free e un po’ caotica ma è comunque la ritmica che mantiene l’equilibrio tra i fraseggi sovrapposti dei due fiati e l’intraprendenza pianistica. Segue Perpetuating con un accenno tematico cupo suonato all’unisono da tromba e sax. Il pianoforte cerca di schiarire il clima con passaggi di accordi ad intervalli che sembrano uscire da un accompagnamento di Sakamoto. Il brano procede lentamente, quasi involuto su sé stesso, fino a quando una soluzione modale con un out of tune dei fiati cerca di forzarne i limiti muovendosi al di sopra d’un indiavolata Hong che brutalizza i suoi tamburi e i piatti circostanti. Verso il finale viene ripreso il tema iniziale, seppur velocizzato.

Meglio Escapism, più omogeneo e delicato, pur in larga parte estremamente rarefatto. Gli accordi pianistici, soffusi e vitrei, accompagnano il lento procedere appena soffiato di sax e tromba. Gli appunti di contrabbasso e batteria sembrano ricami sonori prima che i fiati riprendano quota e polmoni. Il brano, nel suo complesso, appare molto suggestivo ed introverso. Toddler’s Eye appare come una tra le tracce migliori, forse se non pacificata, almeno quella più solare. Inizia con un riff ascendente di contrabbasso su cui è soprattutto la tromba a costruirvi una sorta di contrappunto, mentre il sax si trova in sincrono a ripetere le stesse note impostate da Fongaro e Payne. La musica acquisisce un andamento circolare, quando poi sarà il sax con un assolo ad entrare in questa rotazione e a trascinare un crescendo di pianoforte e di ritmica, con naturalmente la batteria ben in evidenza. Segue poi un brano suddiviso in tre parti, A Never Wilting Petal. La prima parte, Journey, appare come una lenta fioritura di suoni, uno sbocciar di note e trilli con ombre appena accennate. La musica mantiene una purezza spirituale che si manifesta con un incipit al sax tenore e qualche accordo di pianoforte sperduto in lontananza. Il senso del brano mantiene la sua inafferrabilità anche quando arriva la tromba a partecipare al colloquio collettivo e una certa crepuscolarità sembra scorrere liquida tra le note. Il moderato incremento dinamico della seconda metà del brano, rigorosamente modale, non turba più di tanto la generica atmosfera di rilassata riflessione. La seconda parte, Loneliness, assomiglia inizialmente ad un gospel introdotto dal piano ma quando arrivano i due fiati, in un primo momento all’unisono, le acque paiono lievemente agitasi. La batteria dell’Autrice è sempre lì a dettare i tempi, a seguire in primis la tromba molto soffiata che pian piano incrementa il volume del suo intervento, mentre il sax si annida dietro le quinte. Ma è il pianoforte, questa volta, fino ad ora nelle vesti di brillante comprimario, a prendersi la dovuta scena con un assolo rendendo giustizia alla pianista Im, che mi aveva molto impressionato nell’album precedente del 2022. Uno strano assolo pianistico, dunque, che tende nella sua seconda parte ad uscire volontariamente dal centro tonale per poi accodarsi al finale più dinamico e riverberante. La terza ed ultima parte di A Never… è Blossom. Gli accordi reiterati e ostinati di piano – con un buon impianto stereo si avverte il pedale del sustain quando viene premuto – fanno da substrato su cui i due fiati all’unisono insistono su un tema frammentato da cui si distacca il sax in primo piano. Ed è proprio lo strumento di Ricci che si riveste di timbriche più calde prima di affrontare le scale finali fuori sintonia tonale. La parte finale ritorna con entrambi i fiati in sincrono. Heart Stone è il brano conclusivo. Il rimescolio di suoni gutturali rilevati dalla tromba sembra preludere al peggio ma un miracoloso sottofondo appena accennato di pianoforte e percussioni riesce a far emergere dal primitivo brontolio un respiro più consonante allo strumento di Payne. Di seguito un avvolgente assolo di contrabbasso si esprimerà dialogando in trio con il piano e la batteria. La tromba ricompare con qualche sonorità traboccante di solitudine, con un passo che parrebbe richiamare alla mente un nodo di dolore irrisolto, pur evidenziando un netto tentativo di riscatto nel tratto finale.
Le buone credenziale raccolte fino ad oggi dal lavoro della Hong continuano a valere pure in occasione di questo Fourth Page. Anche se non nascondo che l’entusiasmo dell’album precedente si sia in me un po’ affievolito, complice una certa gracilità di idee complessive e la presenza di temi non indimenticabili. Ma come già rilevato, l’aspetto più intrigante dell’album sta nella rete di comunicazioni sia effettive che subliminali intercorrenti tra gli elementi del gruppo e soprattutto nella trama schiumosa dei fiati che lavorano spesso all’unisono, trascinati dall’esuberanza ritmica dell’Autrice, autentica voce declamante di questa ulteriore, commovente confessione di vita.
Tracklist:
01. Meaning of a Nest I: Finding (5:31)
02. Meaning of a Nest II: Perpetuating (4:23)
03. Escapism (2:53)
04. Toddler’s Eye (3:56)
05. A Never-Wilting Petal I: Journey (3:43)
06. A Never-Wilting Petal II: Loneliness (5:59)
07. A Never-Wilting Petal III: Blossom (4:56)
08. Heart Stone (8:36)
Photo © Federico Castelli




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