R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Pat Metheny ha sempre espresso una doppia natura di sé, rapito quasi in egual misura sia dalla dimensione elettrica che da quella acustica del suo strumento. Una duplicità che si è manifestata anche attraverso le variabili formazioni strumentali in cui si è impegnato nella sua carriera, attratto a volte dall’intensità magmatica di ampi volumi sonori e altre volte dalla rarefatta essenzialità di lavori in duo – ad esempio con Charlie Haden, Jason Vieaux, Brad Mehldau – o ancora dalla dimensione in solitaria. Metheny ha comunque dimostrato di trovarsi sempre a proprio agio, qualunque sia stato il clima emotivo delle sue produzioni e dei suoi concerti live. Tuttavia questo non toglie nulla all’evidente dualismo – oserei definirlo ontologico – che anima da sempre le intenzioni di questo musicista e che continua a sussistere ora in questo ultimo album, Dream Box. Qual è, infatti, la vera natura di questo musicista? Qual è la sua dimensione preferenziale, ora che dopo una cinquantina di album pubblicati Metheny si è consolidato come uno tra i migliori chitarristi jazz di sempre? Il nuovo disco non risolve il dilemma, svolgendosi in una sequenza di nove brani, estrapolati da un novero di incisioni raccolte nel corso degli anni e selezionate dall’Autore nelle pause fisiologiche raccolte durante i suoi lunghi tour. Le tracce, come racconta Metheny stesso, gli si sono rivelate alla stregua di sogni riaffiorati dall’oblio del Tempo e del cui contenuto egli stesso aveva perso memoria. L’album non è un vero e proprio solo nel senso letterale del termine, in quanto è costituito da due tracce separate, una che contiene la parte armonizzata – insomma la stesura degli accordi e poco più – la seconda che sviluppa una melodia ricca d’improvvisazione e che si adagia sulla prima creando un clima impressionista molto raffinato.

Da questo punto di vista, quindi, questo album pare diverso da alcuni dischi precedenti simili come One Quiet Night (2003) e What’s it all About (2011) costruiti con il suono di un unico strumento per lo più acustico. Parrebbe invece più vicino, come idea strutturale, a New Chautauqua del 1979. In Dream Box il particolare interessante è che le chitarre utilizzate sono elettriche semi-acustiche, cioè hollow body – in contrapposizione con le solid body che non hanno alcuna cassa armonica – e sviluppano una sonorità calda e tranquilla, tanto che Metheny riesce a dare persino l’impressione di lavorare in uno spazio acustico anziché in uno elettrificato. Ecco quindi che ritorna il concetto di dualismo sopra accennato che fortunatamente il chitarrista americano non ha mai risolto. Vivono in lui, infatti, due mondi ben armonizzati l’uno con l’altro, l’elettrico e l’acustico, quindi – anche quando quest’ultimo, come accade in Dream Box, più che praticato è solo evocato… Ciò che veramente conta, al di là di ogni tentativo di indagine sulla vera anima di Metheny, è la sintesi che l’artista riesce a compiere in questo album, animato da una scrittura pulita e ordinata, senza sovrastrutture, molto eufonica, affidata in gran parte alla sensibilità improvvisativa, sempre eccellente, che appartiene all’Autore come una seconda pelle. Sei brani su nove sono dello stesso Metheny ma tutti sono caratterizzati dalla medesima impronta di meditata lentezza e per di più suonati quasi sottovoce, tanto da richiedere, all’ascolto, un deciso incremento di volume in alcuni punti per non rischiare di perdersi qualcosa degli affascinanti passaggi armonico-melodici disponibili. La sensazione complessiva è come quella che si può provare ascoltando musica nelle prime ore del mattino, in quei momenti dove si sono dissolte le ultime immagini oniriche e pare di ritrovarsi, al termine del sonno, sulla sabbia che affiora dalla bassa marea.
Il primo brano estratto da questa scatola è The Waves Are not the Ocean con un suono che si fa poco più presente di un sospiro, estremamente melodico e meditato. La parte armonizzata è arricchita da una progressione crescente di otto accordi su cui la linea melodica costruisce un’aria che in alcuni punti rimanda alla soundtrack di C’era una Volta il West e del resto lo stesso Metheny fa riferimento a Morricone come uno dei suoi compositori preferiti. La misurata essenzialità delle note si distende con la leggerezza d’una piuma mentre Metheny controlla le sue timbriche con un tocco appena accennato. From the Mountains si presenta in modo meno immediato del brano precedente, con una costruzione armonica più elaborata fin dalle fasi iniziali. Metheny lavora sulle rimembranze e sulle immagini evocate dalla memoria che paiono accavallarsi l’una sull’altra. Qualche accenno casuale a My Funny Valentine, con la prevaricazione del silenzio che si guadagna spazi importanti tra le pieghe dell’impianto melodico. Le note paiono affondare in un tranquillo mare notturno mentre tutto sembra scorrere e disperdersi in una tenue foschia malinconica.

Ole & Gard ha l’assetto di uno standard, anche non essendolo ma è in realtà pura essenza nello stile di Metheny. Qui ritorna l’impronta tipicamente più jazz che a dire il vero si era un po’ smarrita durante l’esecuzione dei primi due brani. Anche il tocco si fa leggermente più incisivo, tanto che se fosse comparsa una ritmica con basso e batteria essa avrebbe trovato qui il suo canale preferenziale, inserendosi in modo ottimale tra i temi della composizione. Trust Your Angels torna all’interno di una dimensione più soffice, in quella crestomazia di brani languidi e serotini che hanno il sapore della ballad. Pare quasi di avvertire il contrabbasso di Haden, evocato dall’ordinato incedere delle corde basse di quella chitarra che, tra le due, disegna le geometrie della base armonica. Molto espressivo il tocco di Metheny, qui davvero inconfondibile. Never Was Love è un brano di Russell Vernon Longstreth – più conosciuto col nome d’arte di Russ Long – che fu pubblicato in origine nel 1982 nell’album Long on Jazz in Kansas City. In Dream Box l’Autore cerca di estrapolare dalla melodia pop del brano – esempio di quel sottogenere californiano chiamato yacht rock, tipo Christopher Cross, per intenderci – qualche risvolto nascosto per impostare una linea d’improvvisazione più vitalistica, trasformando la traccia originaria in un pezzo squisitamente methenyano. Arriviamo ora ad uno degli standard più famosi e belli della storia del jazz, I Fall in Love Too Easily, scritto nel 1944 dalla coppia Styne-Cahn e cantata per la prima volta da Frank Sinatra nel film Due Marinai e una Ragazza (Anchors Aweigh) del 1945. Metheny si fa portar via dai venti della memoria, cercando di riassumere le decine e decine di versioni illustri che questo brano ha conosciuto nel tempo. La morbidezza della chitarra sommata ad un moderato riverbero si colloca a metà tra l’ombra rarefatta della tromba di Miles Davis in Seven Steps to Heaven e il piano aureo di Bill Evans in Moon Beams – l’album con in copertina il volto di Nico un po’ prima dell’avventura coi Velvet Underground… Una prosa fluente e cristallina regala un intenso piacere all’ascolto di questa storica, malinconica e rassegnata sequenza di note. P.C of Belgium ritrova la firma compositiva dello stesso Metheny. Naturalmente c’è ben poca soluzione di continuità tra un brano e l’altro e questo contribuisce ovviamente al mantenimento del clima gloomy che pervade tutto l’album. Con Morning of the Carnival (Manha de Carnaval) si torna a celebrare un’altra cover, questa volta un brano strafamoso di Luis Bonfà e Antonio Maria, la celebre bossa-nova scritta nel 1959 tratta da Orfeo Negro, in origine una piece teatrale di Vinicius de Moraes. Clouds Can’t Change the Sky riprende concettualmente il primo brano dell’album. Così come le onde non sono l’Oceano, in modo simile le nuvole non sono il cielo e non possono cambiarlo radicalmente. Anche in questo caso, come già nel brano di incipit, acquista importanza una ripetuta progressione ascendente di accordi, sulla quale i suoni sembrano dissolversi lentamente nell’aria come nubi vaporose. La tendenza musicale si fa ancora più introvertita, più raccolta e Metheny chiude l’album in estremo raccoglimento meditativo.
Una parentesi decisamente umbratile è l’atmosfera su cui s’intrecciano quasi pigramente accordi e melodie estratti da questa scatola di sogni. Ma dato che il termine box indica gergalmente la chitarra hollow body, si comprende come sia proprio la chitarra di Pat Metheny la vera protagonista di questo album. Lo strumento, qui duplicato su due piste, è un vero e proprio contenitore di suoni in grado di raccontare metà dell’educazione sentimentale dell’Autore, quella più legata alla sua dimensione intima, idealmente acustica e anche quietamente implosiva.
Tracklist:
01. The Waves Are Not The Ocean (5:39)
02. From The Mountains (8:20)
03. Ole & Gard (6:33)
04. Trust Your Angels (5:29)
05. Never Was Love (5:57)
06. I Fall In Love Too Easily (5:08)
07. P.C. of Belgium (5:01)
08. Morning Of The Carnival (6:43)
09. Clouds Can’t Change the Sky (7:15)


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