R E C E N S I O N E
Recensione di Stefania D’Egidio
I Queens of The Stone Age sono tornati con il loro ottavo album in studio, uscito lo scorso 16 giugno per l’etichetta indipendente Matador Records, registrato e mixato al Pink Duck di Josh Homme sotto la produzione di Mark Rankin. Artwork affidata invece al collaboratore di lunga data Boneface. L’uscita dell’album è stata preceduta da un Midnight Club Party nelle principali città italiane con il coinvolgimento di vari negozi di dischi e pub, dando così la possibilità ai fedelissimi della band di ascoltare in anteprima l’album, insieme ad amici e parenti, e di accaparrarsi prodotti autografati.

Confesso di non averli mai seguiti con costanza, se non per le note vicende personali del frontman, assente la sera della strage al Bataclan per puro caso e poi preso di mira da un destino beffardo: nel 2019 la separazione dalla moglie, poi la battaglia legale per l’affidamento dei figli, la morte degli amici Mark Lanegan e Taylor Hawkins e, ciliegina sulla torta, un intervento chirurgico per l’asportazione di un tumore. Dice di esserne uscito migliore e In Times New Roman nasce proprio da tutto questo. Un album crudo, con doppi sensi e neologismi coniati ad hoc per l’occasione (Obscenery, Carnavoyeur e What the Peephole Say), ma anche un certo stile che riporta al bel rock del passato: se fossimo nei primi anni ’80 potrebbe tranquillamente essere scambiato per un album della premiata ditta Bowie-Visconti, per le atmosfere e per il modo di cantare di Homme nel trascinare un pò la strofa.
Chitarre rocciose e onnipresenti, batteria potente e ritmiche sempre piacevoli che nell’insieme danno una bella scarica di adrenalina. Proprio nelle ritmiche questo lavoro trova il suo punto di forza, ruffiane a tal punto da costringerti a tenere il tempo con il piede, in Negative Space ad esempio, con sfumature funky in Time & Place o più dark in Made in Parade. Testi sfrontatamente espliciti e una bella alternanza di chiaroscuri, come in Sicily, un brano che poggia su un delicato equilibrio tra alti e bassi con un risultato davvero accattivante.
Se Paper Machete, il primo singolo estratto dall’album, e Negative Space rappresentano un ritorno alle origini per il groove pesante e le chitarre taglienti, Emotion Sickness segna un’uscita dai soliti binari per la vena pop, le armonie, le orchestrazioni e il ritornello orecchiabile. Per la chiusura invece Straight Jacket Fitting, un pezzo dalla indolente cadenza blues con un singolare finale acustico di ben due minuti.
Voto: 9/10 Nel complesso un lavoro soddisfacente, piacevole, che fa venir voglia di guardarli dal vivo anche a chi, come me, non ne ha mai approfondito la conoscenza e a tal proposito la band ha già annunciato alcune date europee per il tour The End Is Nero, con concerti in Germania, Francia e Inghilterra nel mese di novembre, chissà che non aggiungano anche un paio di tappe in Italia….
Tracklist:
01. Obscenery
02. Paper Machete
03. Negative Space
04. Time & Place
05. Made to Parade
06. Carnavoyeur
07. What the Peephole Say
08. Sicily
09. Emotion Sickness
10. Straight Jacket Fitting




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