R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non è facile, in questo nuovo album firmato dall’americano Greg Lamy – che vive attualmente in Lussemburgo – e dal piemontese Flavio Boltro, capire chi tra i due sia l’attore protagonista. Nonostante entrambi si presentino con un diverso approccio musicale molto personalizzato e suonino due distinti strumenti, queste semplici differenze non sono sufficienti per stabilire chi accompagna chi. Eppure non possiamo fare a meno di notare che così come Lamy è discreto e moderato nei suoi interventi di chitarra, tanto più presente e autorevole pare Boltro con la sua tromba. Tuttavia sbaglieremmo nel cercare una gerarchia di importanza tra i due artisti, rischiando di confondere le loro naturali differenze di temperamento con un’avventata supposizione critica. Di Greg Lamy ci eravamo interessati per l’uscita del suo Observe the Silence del 2021 – la recensione potete trovarla qui – ma per quello che riguarda Boltro dobbiamo strapparci le vesti e recitare il mea culpa, perché noi di Off Topic non ci siamo mai occupati direttamente di uno tra i più importanti e bravi trombettisti europei – voglio ricordare tra le sue collaborazioni, quelle con Michel Petrucciani e Michel Portal, tanto per citarne due tra le molte. Siamo quindi contenti oggi di rimediare, almeno parzialmente, ponendo l’attenzione su questo Letting Go, album pubblicato con la doppia intestazione Lamy-Boltro. I due musicisti si sono rodati attraverso qualche esibizione live prima di accedere in sala d’incisione ma la loro integrazione pare scorrere senza ostacoli e anzi, il titolo dell’album sembra invitare l’ascoltatore a lasciarsi andare al flusso della musica prodotta. Forse l’aggettivo migliore per inquadrare la relazione tra i due jazzisti l’ha utilizzato F. Cataldo Verrina in un articolo firmato il 10 giugno ’23 sulle pagine di Doppio Jazz, utilizzando il termine confluente. Questo rende bene l’idea di una doppia circolazione emotiva proveniente da ciascuno dei due musicisti, finalizzata a creare una sequenza di note in cui l’amalgama tra le due personalità si manifesta come uno tra gli elementi più evidenti della loro collaborazione.

Letting Go non lo potremmo certo definire come un lavoro tradizionalista dati i numerosi elementi che vi scorrono in profondità, alcuni provenienti dal rock-blues – come del resto si era già notato in Observe the Silence – altri setacciati dalle parti più nobili del pop e del folk. Tuttavia questo album è e rimane un’opera jazz, caratterizzata dal suono turgido e molto personale di Boltro e dalla chitarra di Lamy che questa volta mostra qualche influenza più avvertibile di Bill Frisell, particolare che non mi sembrava di aver notato nell’album precedente. Ma chitarra e tromba non sono i soli strumenti di questa incisione. C’è anche la presenza di una ritmica costituita da Gautier Laurent al contrabbasso e da Jean-Marc Robin alla batteria, i due elementi portanti e ben testati del Greg Lamy Quartet e che comparivano, tra l’altro, anche in Observe…

Si comincia l’ascolto con Bridge House e l’attacco è moderatamente rock, sia con l’intervento alla chitarra di Lamy che con la batteria di Robin a scandire le battute, mentre Boltro sottolinea il tema quasi morriconiano che caratterizza il pezzo. Lo stacco che prelude all’assolo di Lamy ribadisce la matrice rock-blues della traccia, interpretata da entrambi i titolari con lo stesso clima mentale. Nel frattempo, mentre la chitarra diventa sempre più claptoniana, la tromba segue quest’ultima come un’ombra inanellando una serie di scale che si fondono poi con quelle di Lamy. Coccinelle è un curioso brano costruito da due segmenti distinti che si susseguono più volte provando infine a confluire in un unico andamento. La prima parte è strutturata in forma modale con una certa componente tensiva tra le note, mentre la seconda si sviluppa in maniera tonale e sembra una ballata popolare quasi celebrativa. Ad un primo ascolto queste due sezioni paiono non essere per nulla affini una con l’altra, tuttavia dopo una lunga articolazione di assoli che s’appoggiano alla porzione modale, nel finale tutto scivola in un’unica componente e quasi miracolosamente le differenze tra le parti sembrano ridursi e diventare un tutt’uno. Anche Alba Marina è animata da una melodia cantabile condotta prevalentemente dall’autore di questa traccia, cioè Boltro. L’accompagnamento brushing del batterista, molto leggero, sfiora il rullante mentre la tromba intona il suo canto. Lamy lavora nella prima parte con un accompagnamento delicato e trattenuto, con il contrabbasso che raccorda i due strumenti principali. Il clima è quasi latino ma gli assoli sono austeri, misurati e quello di Lamy interviene sempre con quella venatura bluesy che mantiene l’assetto centrato su una struttura intermedia tra jazz e dintorni, affrontando il brano con passo morbido e rilassato. Un po’ diverso è Let’s Fly, che inizia sempre con un’anima macchiata di rock e che fa sentire come la composizione sia da attribuirsi, proprio per questo, a Lamy. La ritmica si adegua ad una struttura più semplificata mentre il tema viene sviluppato da Boltro con la timbrica corposa della sua tromba. Ottimo l’assolo di chitarra che si fa naturalmente strada tra la rete ritmica piuttosto levigata, almeno fino al momento in cui il fuzz apre a un territorio inatteso, decisamente più ruvido, dove la tromba s’impegna in un brioso assolo che accompagna la crescita dinamica di contrabbasso e batteria verso il finale del brano. My Dearest (for Camille Part II) è la seconda parte di uno dei brani migliori del precedente album, Observe the Silence. Qui è stata tracciata una linea liquida tra puro jazz – e mi riferisco alla lunga introduzione per chitarra solo – e una seconda porzione di brano decisamente pop-rock. Sarà che personalmente sono un amante della chitarra – e del piano – quando suona in solitudine ma questa dedica a Camille mi sembra fra le cose migliori fin qui ascoltate. Boltro non fatica a scavarsi uno dei suoi melodici e intriganti assoli mentre c’è da segnalarne anche uno asciutto e notevolmente bello da parte del bravo contrabbassista Laurent. Memorabile il dialogo serrato ma sempre limpido e mai confusamente sovrapposto che ascoltiamo nel finale tra chitarra e tromba.

Onirica ha un intro di tre note ripetute in un Re naturale e spaziate da pause strategiche proposte dal contrabbasso, cui seguono dei lenti accordi di chitarra. Quando entra il soffio della tromba, i due strumenti procedono quasi all’unisono per rimarcare la profondità del tema, vagamente sognante come forse il titolo del brano vorrebbe suggerire. Nel momento in cui chitarra e tromba si staccano dal loro procedere comune cominciano a palesarsi individualmente a turno. Se la tromba va in assolo, la chitarra si sistema subito al seguito, accompagnandola con suoni in riverbero. Ma quando è la chitarra a decollare in solitudine lo fa con bruciante intensità, recuperando un rapporto a tre con la ritmica che qui mostra il suo lato migliore. L’evoluzione alla sei corde di Lamy, spesso con suoni in moderata distorsione e con quello che sembra un delay, procede fino ad un soffice ma deciso stacco di batteria dopo di cui viene ripreso il tema a due giusto poco prima di chiudere. Enfin si fa valere con un tempo in 4/4 innescato dalla chitarra a cui segue il tema esposto dalla tromba. Ci sono spesso queste influenze popolaresche, quasi bandistiche, sostenute nello specifico da un’aria un po’ nostalgica, imbevuta da una strana forma di malinconica lontananza come se si volesse alludere ad una sorta di rimpianto. Il lungo intermezzo ritmico con l’ossessivo tempo chitarristico, senza più alcun tema che risuoni fino alla fine del brano, porta anzi con sé qualcosa di più, una sensazione di disfacimento, un corteo che procede per inerzia fino a sciogliersi quando la processione finisce. Daddy & Daughter vibra di sentimenti intrinseci, personali, e crea attorno a sé quella bellezza corrosiva che si sviluppa partendo da affetti semplici ma conservando uno sviluppo armonico tutt’altro che banale, anzi, è forse proprio in questo brano che riusciamo ad ascoltare i momenti più imprevedibili dell’album. La sensazione intimista di questo pezzo è garantita sia dalla chitarra suonata sottovoce e poi dalla tromba con la sordina che ne rimarca l’atmosfera confidenziale. Si è abbandonata ogni derivazione pop e folk e ci si è concentrati su una dimensione puramente jazz e non so se a torto o a ragione ma questa impostazione ci regala il brano più intenso della raccolta. IKB3 è una traccia di sola chitarra e ritmica, stranissima, molto lenta, modale e dilatata. L’impronta di Frisell mi sembra qui piuttosto evidente e deve aver probabilmente assorbito più o meno direttamente qualcosa da Fred Frith. Si fatica a trovare punti fissi nonostante la chiarità dei suoni, pur muovendosi nell’ambito di un unico tono di base. Proprio da un assolo così, che insegue più il colore che non una traccia melodica, riusciamo a percepire la grande perizia di Lamy che non ama funamboliche rincorse sulle corde ma si rende interessante e magnetico proprio per questa volontà di fuga dai tecnicismi inutili. Chiude tutto un brano di Pino Daniele del 1979, contenuto nell’omonimo album. Vince ovviamente la melodia – di cui Daniele è stato maestro indiscusso – portata dalla tromba un tono più sotto l’originale. Boltro sostituisce il sax di James Senese e in un secondo tempo la voce dell’autore napoletano. Però la chitarra gli cuce addosso una spaziosa armonizzazione e il contrabbasso, è bello saperlo, ha ancora qualcosa da dire con un breve ma espressivo assolo.

Lamy e Boltro insieme decentrano lo sguardo del jazz volgendo gli occhi anche verso altri generi e ispirazioni musicali. Il confronto strumentale tre i due è costantemente dialogico e diretto alla costruzione di un’opera intensa ed elegante. Mentre Lamy mostra qualche temerarietà nei suoi assoli e nel suo modo di trattare gli accordi, soprattutto durante le esposizioni soliste della tromba, Boltro dispiega il suo talento attraverso una musica catartica, d’impressione circolare, inanellando una sequenza di assoli che cercano una coerenza poetica lavorando sulle pure melodie. Il suono della sua tromba si esprime con malinconico trasporto, inseguendo assieme al suo partner una narrazione lineare e costantemente emotiva. Il diario di bordo di questa navigazione a quattro racconta quindi di un viaggio con mare calmo, assenza di nebbie e venti favorevoli. L’accesso ad un porto tranquillo altro non è che la naturale conclusione di un incontro artistico conclusosi secondo le più rosee aspettative.

Tracklist:
01. Bridge House
02. Coccinelle
03. Alba Marina
04. Let’s Fly
05. My Dearest (For Camille, Part II)
06. Onirica
07. Enfin
08. Daddy & Daughter
09. IKB 3
10. Chi Tene O’Mare

Photo © Marlene Soares

 

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