R E C E N S I O N E
Recensione di Olivia Gazzarrini
Baba Sissoko infonde qualunque strumento tocchi del retaggio ancestrale e spirituale che lo abita e di un’emanazione magica con una naturalezza disarmante. In questo suo ultimo lavoro Paris Bamako Jazz, produce ritmiche incalzanti e ripetitive che affondano le radici nel blues del deserto per risultare a tratti musica progressiva moderna.
Disco nato dalla comunione simbiotica, umana ed artistica con il pianista francese Jean-Philippe Rykiel e secondo album insieme, dopo una prima recente uscita dal nome Griot Jazz, Sissoko inganna l’ascoltatore, attraverso il virtuosismo poliedrico da polistrumentista qui ampiamente dimostrato, nel suonare più strumenti alla volta, come se si fosse sdoppiato o disponesse di sei arti. Ascoltando ripetutamente il disco mi sono chiesta se stesse realmente suonando più strumenti simultaneamente o si fosse creato in me un effetto ipnotizzante e piacevolmente spiazzante, come del resto la circolarità della musica africana crea ed induce.

Canali sono le percussioni tradizionali dell’Africa Occidentale come il Tamani, tipico dei “griot“, poeti e cantastorie, detta anche “percussione clessidra” o “percussione che parla”, lo ngoni, antenato del banjo, o “arpa del cacciatore” accompagnata dal karagnan, il tubo di metallo seghettato raschiato da una bacchetta di metallo, il djembè e la yabarà, una zucca dotata di un filo di perle o conchiglie anche chiamata “zucca dell’umanesimo”, simile allo shekere.
In proposito, qualche mese fa ne ho fatto esperienza diretta avendo avuto la fortuna di ascoltarlo al Parc di Firenze ed in un contesto intimo. Il tocco preciso e perfetto delle ventuno corde della sua arpa liuto (kora) produce vibrazioni che risuonano con i nostri recettori sottili e primordiali. Senza conoscere ego o autoreferenziale virtuosismo, Baba Sissoko è un inconsapevole “genius” e shamano, che con la musica cura e guarisce indistintamente l’anima di chiunque lo contempli ed è capace di entrare in intima e totale identificazione con il suo strumento di cui come racconta, i componenti della sua famiglia, come lui stesso, sono da generazioni abili costruttori.
Mentre ascoltavo mi sono chiesta di quali sacre e formidabili memorie siano infusi questi oggetti che risuonano, nei contesti corali di ascolto dal vivo, di storie legate all’utilizzo rituale e tribale della musica per la salute spirituale, fisica e mentale della comunità e per onorare ed ingraziarsi gli antenati e le divinità della terra al fine di assicurare acqua, ricchi raccolti e caccia per la collettività.
In quanto ogni forma in natura ha una funzione, in veste di griot, che nelle comunità dei paesi dell’Africa occidentale sub-sahariana svolge anche il ruolo di conservare la tradizione orale degli antenati, la sua è ugualmente quella di perpetuare, sulla scia di Ali Farka Tourè, la diffusione della musica tradizionale del Mali e dell’Africa Occidentale, di cui grossi nomi come Ry Cooder o Damon Albarn si sono ampiamente innamorati.
La sua voce è lo strumento che insieme al piano di Rykiel armonizza l’intero e coerente flusso sonoro di queste undici tracce che portano l’ascoltatore in una dimensione di pace, gioia, rispetto e amore per la vita e per la musica.
Baba Sissoko: voce, ngoni, tamani, djembè, yabarà, kragnan
Jean-Philippe Rykiel: piano, tastiere
Tracklist:
01. Beni Dakan (4:01)
02. Badouwade (3:56)
03. Nebafo Masaye (5:37)
04. Paris Bamako Jazz (4:03)
05. Tienebedeli (4:01)
06. Makono So (3:40)
07. Donfoli (3:37)
08. Mon Lion (5:01)
09. A Barica (3:32)
10. Atarida (4:40)
11. Aukanason (3:14)




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