R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Non si può capire interamente la musica di Idris Ackamoor ignorando l’Afrofuturismo, l’Afrobeat, l’AACM di Chicago o l’intera Wind City. Né si può tentare di ragionar di fino senza conoscere o almeno aver sentito parlare di Fela Kuti, Pharoah Sanders, Cecil Taylor, i coniugi Coltrane e naturalmente Sun Ra. Ma sarebbe anche un azzardo storico ignorare le lotte rivendicative dei neri dagli anni ’60 in poi, gli omicidi politici di M.L. King e Malcom X e l’attuale catena di uccisioni accidentali da parte della polizia statunitense nei confronti di persone dalla pelle nera. Insomma, per farsi un’idea di chi sia Ackamoor e i suoi Pyramids occorre un adeguato bacino di riferimenti senza i quali parte del significato musicale dell’artista americano potrebbe andare perduto. Sono infatti contrario a chi vorrebbe solamente far parlare la musica – sembra un ossimoro già di per sé – come se questa e l’Arte in generale non fossero un tutt’uno con la Storia e l’evoluzione sociale. Uno tra i fermenti culturali che hanno portato a quella sorta di rinascita musicale partita negli anni ’60 proprio dagli Stati Uniti, fu appunto l’Afrofuturismo. Nonostante questo termine sia stato coniato tardivamente per raccontare il desiderio revanscista di una buona parte della popolazione americana estranea ai diritti e ai privilegi dei bianchi, esso indicava più propriamente un movimento di pensiero che avrebbe voluto gli afroamericani come protagonisti di una globale rinascita civile. Ciò sarebbe potuto avvenire attraverso non solo l’Arte e il recupero delle tradizioni degli ancestors ma anche con un’immaginazione proiettata verso un futuro quasi fantascientifico, in cui potevano venire precocemente affrontati temi come il femminismo, l’ecologismo, la riappropriazione delle tecnologie e la rivalutazione del misticismo magico, visto come un rifugio spirituale dai veleni del consumismo liberista.

La musica poteva espandersi al di fuori dei canoni della tradizione bianca occidentale e accademica, recuperando l’appartenenza al sistema modale e inoltre poteva teatralizzarsi con cori, abiti multicolori d’ispirazione egizia – come nel caso del copricapo in puro stile faraonico di Ackamoor – o attraverso i travestimenti improbabili di Sun Ra. Questa forma di jazz coniugata con la tradizione ancestrale, unita alla trasformazione dell’immagine degli artisti lontana dal concetto di elegante sobrietà borghese, aggiungendovi in più l’innesto di nuovi elementi musicali melodico-psichedelici e le forti motivazioni politiche, diventò per comodità tassonomica quello spiritual jazz che ogni tanto oggi ricompare, alle volte solo come termine astratto, nel definire la musica di artisti neri emergenti ispirati dal pensiero afrofuturistico. Insomma, colori, gioia di vivere, ironia, nuova coscienza politica e spirituale insieme ad una musica de-condizionata sono stati gli ingredienti precipui attraverso cui è maturato Ackamoor. La sua storia come musicista nasce verso la seconda metà degli anni ’60 con un conflitto d’interessi tra il sax e il basket, avendo questo sport a lungo abitato i desideri giovanili del nostro Idris. Poi, una volta operata la scelta definitiva, egli fonda il nucleo primigenio dei suoi Pyramids agli inizi dei’70, in Ohio, con la benedizione del suo mentore Cecil Taylor. Nel ’72 Ackamoor e la sua band partono per un viaggio in Africa, durato un anno, previo un necessario corso parigino di francese di sei settimane e una volta rientrati negli USA pubblicano i primi album autoprodotti. Nel ’77 il gruppo si scioglie ma verrà ricomposto più volte fino alla riorganizzazione decisiva nel 2015. Quest’ultimo album, Afro Futuristic Dreams, fa seguito ad una trilogia molto celebrata, soprattutto dalla critica, con We Be All Africans (2016), An Angel Fell (2018) e Shaman (2020). I colori utilizzati da Ackamoor & C. in questo Afro Futuristic… sono spesso sgargianti, festosamente anarchici, molto materici e mai utilizzati a caso. La libertà espressiva resta abbondantemente all’interno di un certo ordine formale, arricchito da molte trame percussive ma anche da spunti strumentali ben intrecciati soprattutto con fiati, violini, chitarre e voci, per lo più corali. L’intensa partecipazione collettiva fa pensare qualche volta addirittura a dei musical come Hair, più che altro per l’intenzione presente sottotraccia di poter scuotere e far prendere maggior coscienza di sé al pubblico, ma non è ovviamente da meno l’ombra straniante e onnipresente di Sun Ra. La componente jazz è palesemente ispirata, almeno nel sax di Ackamoor, allo stile di Pharoah Sanders, mentre la sezione più ritmica accoppiata all’uso delle chitarre elettriche rimanda a gruppi come Tinariwen o meglio ancora al riferimento più importante, cioè quello di Fela Kuti. Naturalmente non manca la componente funky di George Clinton dei suoi Funkadelic. Resta sfumata la presenza del free, infatti i Pyramids non seguono propriamente la stessa strada dell’AACM o dall’Art Ensemble of Chicago. L’elenco dei musicisti che formano le Piramidi è lungo e tortuoso e lo posizioneremo come sempre in coda alla recensione. Nel frattempo è utile citare i loro due membri fondatori. Ovviamente il leader Idris Ackamoor – che in realtà, senza copricapo egizio, si chiama più volgarmente Bruce Baker – che suona vari tipi di sax, il pianoforte, il flauto di Pan, il keytar – il termine è una sincrasi tra due vocaboli inglesi, keyboard e guitar, cioè una tastiera synth che si suona a tracolla – e naturalmente canta pure. Accanto a lui una collega della prima ora, la flautista Margaux Simmons, autrice di alcuni brani dell’album e impegnata ai flauti e alla voce.
Il primo brano che scorre in sequenza è la title-track Afro Futuristic Dreams. Dopo un breve annuncio programmatico del brano, una ritmica coordinata dalla secca chitarra elettrica di Bobby Cobb suona come i sahariani gruppi tuaregh, emersi con piglio creativo nell’orizzonte rock tradizionale e internazionale di questi ultimi vent’anni. Su questa si sviluppa una melodia medio-orientale reiterata e impostata dagli interventi vocali e dal flauto, evocata tra suoni elettronici di vario tipo e cori pluridirezionali. Il brano si sviluppa in una rigorosa dimensione modale e porta con sé – e per altro lungo tutto l’album – un che di giocoso tribalismo. Più jazzata appare Thank You God, con un intro vagamente free che ricorda molto da vicino l’esperienza di Pharoah Sanders. Dopodiché all’interno del magmatico ribollire prodotto dall’incrocio di archi, flauti, synth e percussioni indecifrabili, emerge il sax tenore di Ackamoor fiancheggiato dagli altri fiati, il trombone di Greg Stephens e la tromba di Aaron Priskorn. Il motivo principale del pezzo viene cantato coralmente anche se è primariamente impostato dalla guida dei fiati. Forti sono le suggestioni con il già citato musical Hair del 1967 ma ancor più risalta la componente funky-jazz con il sax del leader che pare sfuggire ad ogni controllo da un momento all’altro. Il finale, letteralmente, si riassorbe nel calderone fumigante da cui il brano era emerso.

Police Dem è la parentesi indirettamente più politicizzata dell’album. Sembra un rap con parole taglienti che fanno riferimento alle vittime nere della polizia. Al di là del testo, la meccanica del brano è assai vicino alle impostazioni di Fela Kuti, con il continuo botta e risposta tra il canto e la partecipazione strumentale insieme a una chitarra ritmica che cuce un ripetitivo riff. Buona la componente puramente percussiva operata da Ernesto Marichales e decisamente autorevole il tenore di Ackamoor. Dalla metà circa cessa il cantato corale, si rivela la chitarra che lavora attorno alla tonalità fondamentale e viene anche sovraincisa, cosicché se ne incrementa il corpo e lo spessore. Nel finale avviene la ripresa dell’intervento corale. First Peoples vibra di legami affettivi con gli antenati africani e viene connotata dalla presenza lineare ma suggestiva del flauto suonato dalla compositrice del brano, cioè la Simmons che esegue anche il recitativo iniziale e gli interventi successivi con timbrica vocale distorta. Il brano procede con una improvvisazione generale allungandosi tra vibrazioni chitarristiche e il potente basso elettrico di Ruben Ramos Medina. Interessante è il finale, con suoni e voci che sembrano concludere un rito magico, anziché un brano musicale. Truth To Power ci sorprende con un cominciamento sostenuto energicamente dagli archi e dai fiati, tra il sinfonico e il bandistico. Anche qui un breve cantato corale prima della parte più interessante, cioè l’incrocio tra la chitarra elettrica fortemente distorta e il sax contralto di Ackamoor che si allarga in una prova solista pirotecnica. Compare anche un assolo perentorio al violino di Sandra Poindexter, seguito da un secondo volteggio in solitudine, questa volta alla chitarra di Cobb. Chiusura col ritorno del coro e un vortice di archi finale. Re-Memory è una bella melodia dal sapore quasi indocinese, immerso in suoni liquidi, molto vicina allo spirito sixties. Il sax tenore di Ackamoor ricalca l’andamento delicato del brano ben cantato in coro. Una parentesi di maggior leggerezza propone il tema dell’Amore che arriva e se ne va, seguendo i comuni cicli dell’esistenza. Garland Rose s’appoggia a percussioni di colore più nord-africano con il sax contralto, il violino e il flauto che tracciano il sentiero melodico. Poi sax e flauto si svincolano da questo insieme procedendo alle volte quasi all’unisono ma tornando poi ad intrecciarsi e a sciogliersi per seguire per brevi momenti le proprie singole strade. A mio giudizio questo è il brano migliore dell’album, proprio per il colloquio spiraliforme a quattro con le percussioni di Marichales, il flauto della Simmons, il violino della Poindexter e naturalmente il contralto tornito e pungente di Ackamoor. Ritorna il tema molto sentito degli avi africani con Requiem for the Ancestors con la voce di Daria Nile e la sezione d’archi a costruire un tessuto d’accompagnamento dissonante che ritorna ciclicamente su sé stesso, su cui si cimentano il sax e la tromba di Aaron Priskorn, misteriosamente non segnalata negli accrediti del brano. Il suono appare un po’ labirintico e l’atmosfera mantiene per tutto il cammino un sentimento instabile e sfuggente. Con Nice it Up il clima muta diventando latinamente estroso, soprattutto grazie alle stratificazioni percussive, un ritmico girovagare ad opera sia della batteria di George Hearst che della mbira, piccolo strumento idiofono costruito con lamelle metalliche simile ad un carillon. Viene comunque mantenuto un buon parco di dissonanze strutturato nella sovrapposizione di fiati e archi che danno spazio prima al sax del leader e poi al flauto della Simmons. Si chiude con la ripresa di Thank You God, maggiormente corale e libera e con l’aggiunta di una sezione ritmica più contemporanea.
Possiedono quasi un incedere ieratico, le composizioni di questo album. Si ha persino a tratti la sensazione di una religiosità tangibile e la definizione pur superficiale di spiritual jazz pare adattarvisi a pennello. Una musica di questo calibro vanta evidentemente delle frequentazioni allargate che sconfinano in mondi paralleli ma tutti marchiati da questa tensione liberatoria che ha come fondamenta il recupero delle orgogliose tradizioni degli afro-americani. Racconta giustamente lo stesso Ackamoor in una bella intervista rilasciata a Chris May di All About Jazz nel 2020: “(… La maggior parte dei musicisti jazz…) sono stati allevati per essere granchi in un secchio. Dagli anni ’20 in poi, furono educati all’idea della scuola competitiva, dove si provava a superarsi a vicenda in jam session testa a testa – sono più cattivo di questo tipo, sono più cattivo di quel tipo – Ma la mia generazione sentiva che la priorità doveva essere l’unificazione. Il taglio competitivo era contrario all’unità. Si opponeva al detto ‘ciascuno insegni a uno‘“‘. Negli Stati Uniti era in corso una guerra razziale. Avevamo bisogno di presentare un fronte unito.” Inutile aggiungere ulteriori commenti.
Di seguito l’elenco dei musicisti partecipanti:
Idris Ackamoor – sax tenore, contralto, keytar & mbira
Ernesto Marichales & Bradie Speller – percussioni
Ruben Ramos Medina – basso elettrico
Margaux Simmons – flauto e voce
Bobby Cobb – chitarra e voce
Sandra Poindexter – violino e voce
Heshima Mark Williams – contrabbasso
Laura Boytz – violoncello
George Hearst & John Notaro – batteria
Greg Stephens – trombone
Aaron Priskorn – tromba
Vincent Tolliver – viola
Queen Califa & Daria Nile – voce
Ben Maddox – effetti elettronici
Tracklist:
01. Afro Futuristic Dreams (5:29)
02. Thank You God (13:19)
03. Police Dem (9:02)
04. First Peoples (6:55)
05. Truth To Power (7:21)
06. Re-Memory (5:33)
07. Garland Rose (6:46)
08. Requiem For The Ancestors (6:36)
09. Nice It Up (7:35)
10. Thank You God (Short Version) (6:20)






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