R E C E N S I O N E


Recensione di Elena Colombo

È con un beat leggero ma continuativo che inizia Heat, primo degli otto brani che costituiscono IXVXI, nuovo album del musicista e producer Sacrobosco. Con un crescendo ritmato ed eco lontane, Heat ci accoglie nell’universo dell’IDM, l’Intelligence Dance Music, genere di musica elettronica. Il brano si fa sempre più coinvolgente, i suoni degli strumenti a corde mediorientali si mescolano con sonorità più frenetiche fino a una sorta di tracollo finale, dove tutto sembra andare in tilt.
La successione dei brani prosegue con sonorità techno che si intrecciano e trasportano l’ascoltatore in un mondo lontano, fatto di loop e riverberi alienanti. Prima di immergerci in questo oceano sonoro, è bene fare una parentesi sul suo autore. Giacomo Giunchedi, vero nome di Sacrobosco, è un musicista di origini abruzzesi da tempo basato a Bologna. La sua prima esperienza nell’elettronica risale al 2014, con il trio electrowave Torakiki; mentre il suo debutto come Sacrobosco, che gli ha fatto intraprendere un ricco tour internazionale, risale al 2020.

IXVXI, uscito per la casa discografica Trovarobato il 6 ottobre 2023, è in realtà la seconda parte di un altro disco, IVXVI, pubblicato qualche mese prima, il 5 maggio. Le due opere sono complementari: l’artista le aveva inizialmente pensate come un unico disco, per poi cambiare idea, per favorire un ascolto più godibile e focalizzato. L’estetica della copertina è la stessa, con una fotografia scura di persone i cui volti rimangono sfocati. La foto è di Gabriele Drago, mentre il progetto grafico è dello stesso Giunchedi. Si notano simili suggestioni musicali, che lasciano intuire che i due album sono parte dello stesso progetto. Lasciamo all’ascoltatore la comparazione – e l’eventuale preferenza – dei due album gemelli.

Le otto tracce che compongono IXVXI sono quasi degli esercizi musicali, con dei finali talvolta inaspettati, come nel già menzionato Heat, o in Neverleave, dove dopo un beat che mi ha ricordato il suono di un piccone e tintinnii che si aggiungono gradatamente creando un vivace contrasto, a dieci secondi dal finale tutti i suoni si zittiscono e lasciano il posto a una tastiera elettronica che si spegne in lontananza. Personalmente, ho apprezzato meno questo finale, perché ho trovato il voluto contrasto fin troppo stridente con il resto della traccia.
Mi è invece piaciuto molto Higher, brano uscito anticipatamente e anche il più breve: la traccia dura infatti poco più di due minuti. Higher si basa su un campionamento di Skating In Central Park, brano jazz di Bill Evans e Jim Hall, rimaneggiato e impilato in un loop ipnotico su cui alcune linee di piano elettrico. Il lancio del singolo è stato accompagnato da un videoclip dove una ballerina si sdoppia e smaterializza, confondendo il nostro sguardo. Talvolta sembra che la prima e la seconda ballerina stiano compiendo le medesime mosse, a distanza di qualche secondo; altre volte invece stanno chiaramente eseguendo due performance differenti; poco dopo sembrano ballare insieme, come in un duetto; altre volte ancora si fondono in un’unica persona. Mi hanno ricordato le ballerine di Edgard Degas, con i loro tratti sfuggenti volti a lasciare solo un’impressione nell’osservatore/ascoltatore. Il suono che ribatte ripetutamente per l’intero brano accompagna i loro movimenti, finché le danzatrici non scompaiono lasciando la grigia palestra vuota.

Tra gli altri brani, è avvolgente il loop che caratterizza Peculiar, fatto di un mix di chitarra, basso e suoni elettronici. Interessante anche il coinvolgente vortice di Resistance, un pezzo da cui non si riesce a distogliere l’attenzione grazie ai suoni sorprendenti che si susseguono e culminano in un sample di piano. IXVXI si chiude con Sic, una rielaborazione che si regge su un campionamento tratto da Face di Coby Sey, e che si conclude con un graduale diminuendo, mettendo fine al disco.

Tracklist:
01. Heat
02. Peculiar
03. Neverleave
04. Higher
05. Ghosting
06. Resistance
07. Talcoat
08. Sic

Photo © Susana Ljuljanovic


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