I N T E R V I S T A
Articolo di Elena Colombo
La figura di un uomo che abbraccia una chitarra, un video live in controluce, registrato in una cameretta, dall’atmosfera amatoriale: così comincia il video de La vita sognata, canzone che di amatoriale ha in realtà molto poco. La semplicità degli accordi di chitarra potrebbe infatti ingannarci e farci pensare a un cantante un po’ naïve, o a un’improvvisazione. Filippo Ghiglione – ecco chi si cela dietro I Temporali – è invece un cantautore talentuoso, dalla carriera brillante, come si evince dalla voce pulita e limpida, che accompagna questo brano malinconico, dove ripercorre una vita immaginata, un sogno. Il suo EP Tre stagioni. La vita sognata, la vita vera è il debutto come I Temporali, progetto alt-folk che segna un ritorno alle origini, dopo anni passati con il moniker f o l l o w t h e r i v e r.

Nel tuo brano, come nel tuo alter ego artistico, non mancano i richiami ai temporali. Le persone solitamente associano la pioggia a qualcosa di negativo, mentre il sole è sinonimo di ottimismo. Tuttavia, nell’immagine di copertina del disco, ci sono quattro nuvolette stilizzate, che mi hanno strappato un sorriso per il loro essere punti di colore su uno sfondo grigio. Che cos’è dunque per te il temporale? Luce o buio?
Sono felice che le nuvolette dell’illustratore Matteo Anselmo siano state notate, uno dei significati della cover in effetti era proprio quello di evidenziare questo contrasto interno dei temporali. Sicuramente da una parte li associamo a qualcosa di pauroso e negativo, come i tuoni e i lampi che ci spaventano da piccoli, la tristezza quando vediamo nuvoloni grigi all’orizzonte oppure la devastazione che possono portare certe tempeste. Ma i temporali a volte hanno anche risvolti positivi, primo fra tutti il far germogliare piante, fiori e alberi (proprio come sono germogliate queste canzoni) nutrendo la terra arida dopo i mesi estivi, e poi portano anche momenti di calma e riflessione, come quando ascoltiamo il ticchettio della pioggia sul vetro durante le pigre domeniche mattine di settembre. Sono anche sinonimo di pazza gioia improvvisa, come i velocissimi temporali estivi che sprigionano il petricore che sale dall’asfalto. E poi alla fine sono grandi masse d’aria che si spostano per occupare spazi vuoti, adattandosi al contenitore che trovano. Un po’ come siamo noi, no?
Parli anche di stagioni e allora la domanda mi sorge spontanea. Qual è il tempo ideale per comporre?
Per comporre le canzoni di questo EP sicuramente la primavera, l’estate e l’autunno del 2021, il periodo in cui sono state seminate e concepite! A parte questi precisi riferimenti temporali, più che tempo io ho sempre associato la scrittura delle canzoni a due luoghi: uno è quello dei viaggi in macchina, quando le idee di musica e testo che ti frullano in testa scalpitano da qualche parte in un angolo del cervello, e poi il secondo è una piccola casetta in montagna, dove durante l’estate quei pensieri vengono raccolti e sbrogliati. Per queste canzoni però è funzionato in maniera diversa, e molto spesso il luogo ideale sono state le corse sulle spiagge di roccia, all’alba, quando il sole si è da poco affacciato oltre l’orizzonte.

In questo brano ti esprimi in lingua italiana, ma nel corso della tua carriera è stato l’inglese a farla da padrone. Com’è tornare a cantare nella tua madrelingua?
È stato un vero e proprio ritorno a casa! Dopo tanti anni passati a scrivere e a cantare in inglese ho iniziato a sentire il bisogno di tornare a farlo in italiano, ma mi mancava il coraggio. Avevo sviluppato una vera e propria fobia per l’italiano, avevo paura da una parte di non riuscire a esprimere i concetti nel modo giusto, e dall’altra di “piegare” le mie origini musicali legate al mondo alt-folk americano a un linguaggio che non poteva adattarsi bene. Poi dopo un temporale emotivo qualcosa si è sbloccato, e ora più che mai sento di essere davvero me stesso quando canto queste canzoni. Ci pensavo poco tempo fa, subito dopo il live di presentazione che ho fatto a Genova: più che durante l’esecuzione stessa delle canzoni, ho sentito una forte differenza rispetto a come mi ponevo prima proprio nelle pause tra una canzone e l’altra, dove mi rapportavo con il pubblico. Mi sentivo tranquillo, sereno, davvero me stesso, perché sapevo che con quelle canzoni stavo raccontando il vero me.
“Siamo in due nella tempesta”. Nel brano ti rivolgi più volte a un “tu” non meglio specificato. Chi è questo tu? Una persona reale con cui hai perso i legami, o una figura immaginata, nella tua “vita sognata”?
Come spesso succede nella scrittura delle canzoni, sono vere entrambe le cose, e anche di più. Sicuramente questo EP e queste canzoni nascono a seguito di un temporale emotivo appunto, di una separazione da una persona che non fa più parte della mia vita, e io non faccio più parte della sua. Come per l’accettazione di un lutto, queste canzoni sono state un modo per superare questa separazione, costruendosi un piccolo posto in cui poterle coltivare per elaborare la perdita fino al momento in cui lasciarsi alle spalle tutto quanto, o meglio, in cui accettare un dolore che rimane come parte di sé, utilizzandolo come carburante per partire da una vita sognata, legata a un qualcosa o qualcuno di immaginato appunto, e poi arrivare a una vita vera. Ma scrivendo queste canzoni mi sono accorto di quanto nel rivolgermi a un “tu” in realtà mi stavo rivolgendo a me stesso, e a una persona che ho recuperato da qualche parte dentro di me.
C’è molta malinconia in questo brano. Ma percepisco anche una certa serenità, quale un’accettazione che quella vita sognata è sì lontana, ma il fatto stesso di poterla sognare la rende presente. Sbaglio? Possono i sogni essere nostalgici senza necessariamente essere tristi?
È esattamente così, hai colto in pieno il significato dell’EP e del viaggio che si porta dietro. È stato un ritrovare se stessi nel dolore e nella perdita e riscoprirsi nuovi, più completi quasi, dopo aver accettato e compreso che per certe cose il tempo non scorre allo stesso modo e quasi non esiste. Resteranno per sempre con te, in un modo o nell’altro, e tu devi solamente lasciare che questo succeda e, quando arriva il momento, uscire da quella stanza che hai costruito dopo averla arredata con cura, lasciando crescere le canzoni che hai piantato e annaffiato, per poi liberarle nel mondo, fra le altre persone, mentre quel piccolo posto vivrà per sempre da qualche parte dentro il tuo cuore.
Photo © Ilaria Paderi






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