R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Guardando la foto della band che accompagna la pianista e compositrice Maria Grapsa, nata ad Atene ma di stanza in Inghilterra, sono rimasto piuttosto sorpreso dall’apparente  età dei protagonisti. Sembrano tutti più o meno sulla trentina ma l’opera prima che insieme presentano, Life, suona con una maturità tale che al primo ascolto a cieco mai mi sarei immaginato di attribuire ad un sestetto così giovane di strumentisti. Sarà forse merito del Reale Conservatorio di Birmingham, da cui molti di loro provengono, o forse è la mescolanza di etnie e di culture tipiche dell’attuale scena britannica che funge da growth-factor, comunque il risultato ottenuto, pur non avendo nulla di miracoloso, val veramente la pena di essere ascoltato. La Grapsa dimostra di avere ottime capacità compositive e una sicurezza invidiabile, cimentandosi sia con strutture elaborate di buon jazz contemporaneo e sia lasciando andare la propria mano un po’ più libera di attrezzarsi in una quasi forma-canzone dalle rifiniture nobili e jazzy, lontana dai moduli stereotipati della pop music. Nonostante la formazione classica assorbita in Conservatorio, l’influenza accademica in Life si avverte poco. Invece si percepisce sporadicamente qualche richiamo più tradizionalmente mediterraneo – in modo particolare all’interno di uno specifico brano, Childhood –  ma si tratta solo di un passaggio di nuvole, non di un obiettivo inseguito costantemente. Perché comunque ai miei occhi, Grapsa è una jazzista a tutti gli effetti – e pure una brava pianista che sembra non amare molto le lunghe tirate solistiche – anche se oggi non esiste alcuna musica che non sia influenzata da mille altre e il jazz ne è l’esempio più eclatante, nel bene e nel male.

Life porta con sé degli evidenti e manifesti riferimenti personali all’Autrice, dalla foto di copertina della sorella e dalla voce registrata del nipotino agli episodi musicali che dovrebbero in qualche modo essere relativi a momenti significativi della sua vita. Ma quello che soprattutto resta è una vena un po’ malinconica dalle forti risonanze emotive che emerge fondamentalmente nelle ballate – chiamiamole così – e che forse appartiene alla componente più intima di Grapsa. Questo album però non vive di oltranzismi espressivi, non ha il fine di essere considerato solo una sorta di diario personale ma quello, presumo, di esprimere una forma piuttosto elaborata di jazz dove i vari strumentisti possano dare il meglio di sé, mirando a costruire un amalgama fresco e mai scontato. E in effetti la musica passa attraverso momenti decisamente dinamici, soprattutto per merito dei due fiatisti, Matthew Kilner al sax tenore e Liam Brennan al sax contralto e ai clarinetti. Ma dobbiamo tener conto di un’importante ospite, sempre al sax tenore, quella Emma Rawicz di cui Off Topic si è occupata recentemente – leggi qui. [n.d.r.= nel video che circola su YT riguardo questo intervento, secondo il sito All About Jazz, al contrabbasso compare un musicista – James Owston – che però non risulterebbe nella line up ufficiale dei partecipanti]. La componente ritmica è affidata a Kai Chareunsy alla batteria e a Tommy Fuller al contrabbasso. Di grande importanza all’economia del gruppo è la cantante, l’elfica Becca Wilkins, che quando non cerca di forzare la voce oltre i suoi naturali limiti, mi ricorda molte delle indimenticabili dame del folk britannico degli anni ’70. Suoi sono i testi utilizzati per le parti cantate dell’album. Infine, in aggiunta naturalmente al pianoforte di Grapsa, dobbiamo segnalare la presenza di altri due ospiti, i chitarristi Tom Pountney e Torin Davies.

Primo brano dell’album è Fundamental Difference, una fluida proposta che scorre agilmente sotto le dita della Grapsa già in fase introduttiva. Il pianismo dell’Autrice è brillante, leggero e ricco di accordi aperti che da subito entra in relazione coi due sax, spesso sovrapponendosi a loro prima che s’attenui la linea guida della partitura e procedano gli assoli. Sassofoni in evidenza che tracciano il tema, quindi, impostando due voci che spesso procedono insieme fino all’assolo del contralto di Brennan. Gli strumenti, pianoforte compreso, sono sempre ben seguiti da una ritmica attenta e l’assolo della Grapsa si mantiene secondo linee essenziali, evitando di dilungarsi oltre misura. Più discontinuo è Nothing is Static e del resto il senso di questo titolo viene a spiegarsi con le variazioni sia dinamiche – il suono si modera e s’incrementa avvicendando spesso queste due modalità – che melodiche presenti nel contesto di questo brano. Parte bene il contrabbasso che introduce ancora una volta il vitale ruolo dei sax, dove lo stesso pianoforte sembra porsi volontariamente in secondo piano per cercare di tenerli entrambi in massima evidenza. In questo brano possiamo godere degli assoli dei due differenti fiati, prima il contralto di Brennan, poi il tenore di Kilner. Grande padronanza e maturità strumentale per entrambi mentre la ritmica devia progressivamente il timone verso una base dall’aria sudamericana, prima di terminare con un breve solo di piano. Palace on the Hill è la prima tra le canzoni interpretate dall’angelica voce della Wilkins. Non si tratterebbe di un modulo costruito secondo i criteri sofisticati di uno standard ma di una pura pop song se non fosse che i due sax ce la mettono tutta per tracciarvi intorno un profilo più consono all’atmosfera jazz a cui la composizione fa ovviamente riferimento. Separate nei due canali stereo si possono avvertire bene le differenze timbriche tra i sassofoni mentre si segue l’andamento dolce della composizione, costruita su una sequenza di accordi semplici ma efficaci – I, II e V grado sulla scala di Mi bemolle. Nel finale, tra il crescendo strumentale, la voce della Wilkins esagera un po’ avventurandosi in tonalità per lei innaturali.

Almost Already è un mid-tempo dove si torna ad una forma più lineare di jazz. L’inizio moderato è misurato, quasi a voler ritagliare più spazio e più aria respirabile attorno ai singoli strumenti. Lo stile pianistico della Grapsa, sempre molto aereo, s’arricchisce di accordi pieni alternati ad arpeggi e di una certa componente di note basse mentre la presenza percussiva di Chareunsy si supera, insieme al gran lavoro del contrabbassista, per mantenere costante una solida struttura ritmica. Poi è la volta del sax tenore, in assolo solitario, ma il suo continuo incrociarsi con il contralto diventa una specie di liet-motiv che si allunga, in effetti, per tutto lo svolgimento dell’album. Il già citato Childhood risulta dall’ibrida mescolanza di elementi tradizionali, forse una ninna nanna con un riverbero proveniente da qualche danza popolare –  si avverte la sfumatura di una scala musicale balcanica – il tutto con un canto senza parole che inizialmente raddoppia il suono del piano. Ed è il momento migliore, più spontaneo del brano in questione, pieno di risonanze emotive. Così pure scuote l’animo il clarino di Brennan che interviene tra voce e pianoforte con una sua linea di contrappunto a donare spessore sentimentale al brano. Altrettanto buono il prosieguo, con una ritmica moderata nella quale si allineano entrambi i fiati. Poi, dopo una breve sosta, il pezzo cresce ritmicamente ma l’intervento vocale si fa troppo insistente per i miei gusti e si perde per strada la suggestione dei momenti iniziali. Più intrigantemente jazz è Floating in a Hundred Colours Sea, traccia di non facilissima lettura dove il piano introduce un tema attorno a cui, come sempre, s’avvinghiano i sassofoni. Si mantiene una linea tensiva per merito della ritmica – restano in mente i passaggi di contrabbasso ben scanditi – mentre il piano riempie sapientemente le pause prima del suo assolo, rarefatto ed essenziale, in dialogo con le vigorose cavate di Fuller. La title-track Life si sviluppa attraverso una linea melodica complessa, certamente non di facile presa, ma che s’arricchisce via via di un incremento ritmico notevole e del bellissimo intervento della Rawicz al sax tenore. Il suo strumento cala sulla musica inizialmente da una tonalità quasi aliena, coltraniana, attorno alla quale compie volute ampie come fossero quelle di un rapace, per poi diminuire progressivamente il raggio in un fraseggio stretto prima della ripresa del canto. Nonostante l’impegnativo, soprattutto dal punto di vista ritmico, assolo pianistico e il finale appassionato complessivo, mi sembra che il brano risulti un po’ troppo lungo e prolisso e forse un atteggiamento generalmente più sintetico non avrebbe guastato. Molto buono invece sia il canto che l’incrocio tra clarino basso e sax tenore in un brano come Circus Lane, tra i momenti più suggestivi dell’album. Un bella, semplice, limpida linea melodica, dove la voce della Wilkins può esprimersi in modo compiuto e pienamente soddisfacente. Comunque, medaglia al valore ai due fiatisti che creano un contrappunto di alta scuola, la cui collaborazione reciproca, senza togliere altri meriti a nessuno, è forse l’elemento più continuo ed eclatante di questo album. Anna Back, con la presenza dei due chitarristi, sembra provenire da un altro pianeta. Anzi, da quella costellazione un po’ methenyana e un po’ vicina a Scofield che in questi ultimi decenni ha alimentato l’estro e le direttive di molti giovani chitarristi. Ma oltre alla coppia cordofona di Pountney e Davies c’è anche altro, in questo brano. Per esempio un ottimo assolo di piano e chitarra quasi sincronico, un altrettanto prezioso intervento di sax e un crescendo finale ben gestito in un insieme che non scappa di mano.

La musica di Life ha una spregiudicatezza non facile da trovare in un’opera prima. Ma non si tratta di una semplice esuberanza, c’è invece sicuramente talento compositivo e strumentale, direi da parte di tutti i musicisti. Quello che mi fa specie è che i complimenti eccessivi alla Grapsa e al suo Life che leggo continuamente sulla stampa internazionale rischiano di danneggiare quest’opera, invece di valorizzarla per gli aspetti positivi che possiede. Si tratta d’un esordio, tutto è migliorabile e l’Autrice è giovane e con tante future  opportunità da mettere in gioco. Sicuramente un atteggiamento più equilibrato da parte di chi scrive di musica – e il discorso vale ovviamente anche per il sottoscritto – sarebbe più auspicabile. Ciò detto il repertorio di Life resta coerente e valido e, come detto nel cappello introduttivo a questa recensione, maturo al di là delle più rosee aspettative.

Tracklist:
01. The Fundamental Difference
02. Nothing Is Static
03. Palace On The Hill
04. Almost Already
05. Childhood
06. Floating In A Hundred Colours Sea
07. Life
08. Circus Lane
09. Anna Back

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere