R E C E N S I O N E
Recensione di Elena Colombo
Eremo: doveva essere il nome di un solo pezzo, ma il suo significato si è gradualmente esteso fino a trasformarsi nel titolo dell’intera collezione di 13 brani a cura di Lepre, da poco pubblicata dall’etichetta discografica Santeria. Eremo è infatti una parola chiave che accomuna tutti i brani dell’album. Al riguardo, il suo autore commenta: “Questo album è stato il mio ‘eremo’, il mio riparo, e spero davvero che lo sia anche per chi lo ascolterà”. È uscito il 19 gennaio, mentre la scrittura è avvenuta tra il 2022 e il 2023, nei momenti di pausa lungo il tour di oltre 70 date a cui l’artista ha preso parte.
Iniziare un album mentre si è in tour potrebbe sembrare azzardato, e forse lo è. Ma se quelle tracce diventano un posto sicuro, un luogo in cui isolarsi e stare bene – un eremo, appunto – allora forse si tratta di qualcosa di speciale. E anche di un indizio della passione per la musica di chi lo ha composto. “Stavo sempre indaffarato, ma comunque mi sentivo ispirato. Mi sono ritrovato solo con la chitarra in mano e il tempo per scrivere raramente e quasi per caso, ma ogni volta che è successo avevo appunti e idee da sviluppare. Così, senza pensare, mettevo bozze di brani in una cartella con appunti audio e ripartivo con le mie mille questioni da inseguire.” dichiara Lepre.

Ma chi è Lepre? All’anagrafe Lorenzo Lemme, è un cantante, batterista, percussionista e rumorista con due lauree e molte esibizioni live all’attivo. Due lauree umanistiche, una passione per la musica che lo porta a iniziare a esibirsi e a pubblicare dischi, nonché a collaborare in ambito teatrale, attraverso la scrittura delle musiche per gli spettacoli. È solo nel 2020 che sceglie il nome Lepre per il suo esordio come cantautore e la successiva pubblicazione, nel 2021, del suo primo disco solista, Malato. Per Eremo, Lepre si è avvalso della collaborazione dei curatori Gianni Istroni e Giorgio Maria Condemi (quest’ultimo lo ha anche accompagnato nel tour di cui si parlava sopra). Per l’incisione dell’album hanno contribuito, oltre allo stesso Condemi (basso, tastiera, suoni e arrangiamenti) anche Michele Mariola alla chitarra, Francesco Chimenti per archi e tastiere, Carlotta Deiana per le voci secondarie e i cori.
È un album pieno di energia, che emerge già dagli accordi di chitarra del primo brano, Vieni a prendermi, una ricerca di compagnia che si traduce in una richiesta di essere portato via proprio da quell’eremo da cui il cantante sta “nascosto da un po’”, per sfuggire alla solitudine. Tra tutti i brani, mi è piaciuto molto Capannone, dove l’autore non parla solo per sé stesso, ma estende le sue sensazioni a un intero gruppo, forse una generazione intera, di persone che sono ormai adulte e disilluse. Questa non è però una buona ragione per smettere di ballare nella notte, seguendo “il suono della cassa”. Sotto toni allegri e forti, le parole ricordano come una festa possa essere l’occasione per godersi la musica e tornare spensierati. L’invito a ballare si concretizza in uno stacco musicale dove sembra di visualizzare il cantante stesso che si allontana dal microfono per liberare con il movimento la propria interiorità bisognosa di musica. Nella successiva Calcinacci, la voce ovattata iniziale si alterna con un tono più allegro accompagnato da percussioni forti. Il suono cresce gradatamente, dando proprio l’illusione dei calcinacci che vengono caricati e scaricati in un atto di fatica quotidiano. Quando infine si parla del calare della sera, tornano la voce ovattata e i toni delicati, i suoni si fanno più brevi e puntuali, a ricordare visivamente piccole luci. In questo brano, come in altri, capita che si verifichi una sovrapposizione tra le note e le parole onomatopeiche: a un “tum tum” cantato si accompagna lo stesso suono prodotto talvolta dalla batteria, talvolta da altri strumenti. Lo scopo sembra essere quello di porre l’accento su uno specifico suono, rafforzandolo. Ritroveremo la stessa sovrapposizione suono-parola anche nel “peperepè” di Regole. In Spendi abbiamo un inizio col botto: suoni forti, parole volgari, una carica di energia che ben presto si estingue per far affiorare un inaspettato suono di archi e di chitarra acustica. Quest’alternanza prosegue per tutto il brano, e si riflette anche nella scelta delle parole, senza filtri laddove i suoni sono più decisi, più raffinate nelle parti più delicate. Il brano si rivolge a un tu, certamente a una donna: l’invito è infine quello di lasciar ululare quei “quattro stronzi”, forse spasimanti, forse uomini molesti che “ti fanno i fischi”, certamente degli antagonisti, non meglio identificati. Mi ha incuriosito l’uso di suoni appartenenti al mondo esterno, come il lontano rumore delle moto in Acufene e la voce meccanica di una donna (forse quella del casello autostradale? Il suono remoto dei clacson sembra confermare quest’ipotesi) in Vacanza. Vi è anche un Intramezzo che potremmo definire “metamusicale”, circa trenta secondi di realismo, posti nella prima parte dell’album, dove ben tre audio di Whatsapp si alternano, per commentare sulla necessità – o la non necessità – di ripetere un ritornello. Un breve momento che permette all’ascoltatore di cogliere, anche se in minima parte, la complessità e la cura che si trovano dietro a ogni composizione. Concludo citando l’ultimo pezzo, Limite. Mentre ascoltavo l’inizio del brano, pensavo che mancasse qualcosa. Ed ecco che quel qualcosa arriva: una voce femminile, che armoniosamente si coordina con quella maschile iniziale. Limite è un finale dolce, inaspettato dopo un album tanto ricco di suoni forti e decisi. Troviamo qui un’ammissione di debolezza: “Non è mica un crimine non avere forza nè coraggio”. Debolezza, sì, ma anche e soprattutto umanità, fatta di imperfezioni e desiderosa di essere amata: “Quando arriva il limite, vorrei solo un abbraccio”.
Tracklist:
01. Vieni a prendermi
02. Acufene
03. Secondo me
04. Intramezzo
05. Capannone (band version)
06. Calcinacci
07. Splendi
08. Regole
09. Muro
10. Vacanza
11. Intro vento
12. Candela
13. Limite
Photo © Agnese Zingaretti




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