I N T E R V I S T A
Articolo di Lucia Dallabona
Fabrizio Coppola, milanese, classe 1974, è cantautore, traduttore, autore e conduttore. Come lui stesso afferma, sottotitolo di ogni cosa che fa sono le storie, le canzoni, le poesie, quindi tutto ciò che permette di creare un senso di umana vicinanza fra le persone. È un uomo e un artista che ama interrogarsi, avere dubbi, cercare di capire perciò, con gran piacere, l’ho contattato per porgergli una serie di domande che ci permettano di scoprire la sua multiforme personalità.

Dal settembre 2021 su radio popolare, ogni domenica dalle 14.30 alle 15.30 e poi disponibile in podcast conduci “Giocare col fuoco” un contenitore in cui musica e letteratura si mescolano in grande libertà. Come ti è venuta l’idea di avviare questa esperienza e perché hai scelto l’elemento fuoco per connotarla?
Nasce tutto da un canale Telegram che avevo aperto durante il covid: in quel periodo di solitudine e comunicazioni digitali mi ero accorto che mi faceva molto più piacere ascoltare un vocale, la voce di un altro essere umano, invece di leggere l’ennesima sfilza di caratteri su uno schermo. Così avevo lanciato un canale Telegram in cui leggevo delle cose con un sottofondo musicale, a volte suonavo qualcosa, in tutto tre o quattro minuti. Dai feedback che ricevevo avevo capito che la formula funzionava e così tempo dopo sono sbarcato in radio facendo grosso modo la stessa cosa ma trasformandola in una trasmissione radiofonica. Giocare col fuoco è il titolo di una mia vecchia raccolta di scritti e mi è parso naturale battezzare così il programma.
A partire da questa terza stagione, una volta al mese il programma si trasforma in uno spettacolo dal vivo di un’ora, registrato e trasmesso la domenica successiva. Cosa ti ha indotto ad affiancare questa formula a quella originale e a proporla da un luogo di contaminazione quale Germi?
Sebbene la radio sia un’esperienza per me esaltante – l’idea che all’altro capo dell’apparecchio ci sia qualcuno che ascolta quello che stai dicendo è al di là dell’immaginabile – ho voluto approfittare del programma per trovare un contatto più diretto con chi mi segue, con il pubblico, con le persone. Farla diventare per una volta al mese un’opera collettiva e partecipata invece di un monologo radiofonico, perché quando si sta sul palco lo spettacolo non lo si fa mai da soli ma sempre insieme al pubblico, che è un elemento centrale della rappresentazione. Diciamo che il senso collettivo è un elemento ricorrente delle mie riflessioni in questo periodo. Proporla a Germi è stato del tutto naturale: da anni collaboro con loro, è un luogo che reputo casa, molto bello e accogliente e infatti si sta rivelando anche il posto giusto per questa nuova avventura.
“Percorsi americani” è un’altra delle tue creature artistico-letterarie, un bookclub online e dal vivo che porti avanti da cinque anni. Come sono strutturati gli incontri? Ho letto del tuo desiderio di diffonderlo anche nei luoghi di lavoro. Hai già individuato qualche imprenditore illuminato?
La formula è molto semplice: si legge un libro al mese e poi se ne discute insieme. Ogni incontro dura due ore: la prima parte la conduco io, offrendo un’interpretazione stilistica e storica dell’opera, contestualizzandola e analizzandola nei suoi elementi principali. Poi nella seconda ora lascio la parola ai diversi partecipanti e ti assicuro che gli esiti sono di volta in volta sempre più interessanti. Da un lato ho la conferma che ognuno di noi ha un’interpretazione personale di ogni opera, e questo è un elemento di vicendevole arricchimento. E poi ho scoperto, anche se un po’ lo avevo già intuito, che le persone hanno bisogno di parlare, di confrontarsi, di esprimersi, a volte anche di sfogarsi. Noi lo facciamo con la scusa della letteratura e il numero sempre maggiore di persone che partecipa ai miei Percorsi Americani mi fa pensare che quella che sto seguendo è una strada buona, una strada di senso, di comprensione e di umanità. Per quanto riguarda le aziende, sì, sto provando a portare questi incontri nei luoghi di lavoro – con l’esplicita richiesta che ovviamente sia il datore di lavoro a regalare il corso ai propri dipendenti e collaboratori. Non ho ancora ricevuto riscontri ma non demordo, continua a sembrarmi un’ottima idea.
Cosa rappresenta la scrittura per te? E cosa non deve mancare per farti pensare “questa è una buona storia, questa è una buona canzone”?
La scrittura per me è come un ponte. E ogni storia, ogni canzone, ogni opera d’arte per colpirmi deve avere in sé quegli elementi che le permettono di andare al di là del momento presente per collegarsi all’esperienza umana universale, oltre lo spazio e il tempo. In genere queste opere le definiamo classiche, proprio perché sono sopravvissute al tempo e ancora oggi sono in grado di parlarci con chiarezza.
La figura professionale del traduttore credo comporti non solo la conoscenza approfondita di una lingua ma la contemporanea capacità di “entrare dentro il mondo” dell’autore/autrice. Quindi, quanta razionalità e quanto empatico sentimento occorre metterci per riuscirci al meglio?
Tradurre in estrema sintesi vuol dire scegliere. Ogni frase, ogni parola comporta una scelta. E la scelta viene fatta cercando di rispettare al massimo l’intenzione dell’autore, rendendola viva nella lingua di arrivo. È un lavoro di equilibri molto sottili.
Fra i tuoi progetti per il 2024 c’è un minipercorso dedicato alla poesia. Cosa ti induce a pensare che di “lei” ne abbiamo sempre più bisogno?
Tempo fa Monica Bedana, direttrice dell’Università di Salamanca in Italia nonché splendida traduttrice, mi ha detto: «La poesia ripara». Solo qualche giorno dopo mi sono tornate in mente quelle parole e ho realizzato la doppia accezione del verbo riparare: offrire un riparo, una protezione, e aggiustare. Che poi è quello che la poesia ha sempre fatto con me. E così ho pensato di condividerne il potere misterioso con chi vorrà, in particolare con quelle persone che si sono sempre tenute lontane dalla poesia per paura di non essere all’altezza.
“Heartland”, uscito nel gennaio 2023 (qui la nostra recensione), è il tuo quarto disco da solista. Uscito dopo undici anni dal precedente, possiamo considerarlo quasi come un nuovo debutto? Che bilancio puoi fare a questo punto?
Sì, è proprio un nuovo debutto, dopo oltre dieci anni di silenzio, mi sento proprio così. Ed è una sensazione positiva, come se fosse una seconda possibilità – e quelle la vita non le regala spesso. Se poi aggiungi che negli ultimi dieci anni il mondo della musica è cambiato tantissimo, la gran parte degli addetti ai lavori con cui mi relazionavo prima hanno cambiato lavoro per diversi motivi, allora la sensazione di essere un “novellino” è ancora più forte. Il disco sta facendo la sua strada, è stato apprezzato dai giornalisti e mi ha permesso anche di allargare un po’ il mio pubblico. Sono contento, è una lotta quotidiana ma sono contento.
Stai per iniziare un tour dal vivo in cui girerai per lo stivale in promozione del tuo album. Ci spieghi cosa intendi quando affermi che aspetti la bellezza durante un tuo concerto?
Ogni concerto porta con sé una piccola epifania – un momento sul palco, oppure prima o dopo – in cui mi viene svelato qualcosa che non sapevo. Questa è la bellezza che cerco. Quando salgo su un palco sono completamente fuori da me stesso e allo stesso tempo sono il me più vero che possa esistere. E sono libero. E ho uno scopo. Sono stato lontano dalla musica per oltre dieci anni perché questa cosa mi faceva paura e perché non riuscivo mai ad averne abbastanza. Poi da qualche anno a questa parte mi sono guardato bene dentro e ho capito, anzi, ho accettato: non posso farne a meno, non posso prescindere dallo stare su un palco, che sia per cantare le mie canzoni, quelle di Woody Guthrie, di Dylan, di Springsteen o a leggere e raccontare Steinbeck o McCarthy o Pavese. Mi sento come una specie di ripetitore che rimanda idee, nozioni, sensazioni, sequenze di accordi e melodie che capto da qualche parte e mi sembra giusto condividere. E a volte mi sento uno sfigato a farmi seicento chilometri per suonare davanti a cinquanta persone per 300 euro, una cena e una stanza d’albergo, altre mi sento un privilegiato. E queste due idee opposte sono sempre piantate nella mia testa, nello stesso momento.

Ad inizio dicembre 2023 sulla tua pagina facebook hai scritto: «non ricordo un periodo della mia vita in cui sono stato così contento di fare quello che faccio». Una conquista rara, come sei arrivato ad essere così centrato sull’attrarre nella tua vita ciò che ti fa stare bene?
Diciamo che la strada da fare per me è ancora molto lunga, però mi assumo ogni responsabilità, non faccio che correre rischi, e lo faccio perché il tempo che abbiamo è un tempo finito. Quest’anno compio cinquant’anni. Cerco di spendere la mia vita dedicandomi a ciò che mi sembra avere un senso. E lo faccio da proletario: io vivo del mio lavoro, non ho rendite, non ho case di proprietà, vivo in affitto e mi mantengo con il mio lavoro – traduzioni, editing, concerti, corsi, tutto quello che faccio, insomma. Non ho alcuna rete di sicurezza. È un rischio, lo ripeto, ma il rischio più grande è quello di finire a condurre una vita in cui magari hai il portafogli gonfio ma al mattino nello specchio non sai di chi sia la faccia che stai fissando o magari non sai cosa dire a tua figlia quando ti fa una domanda più difficile delle altre.
Sei abituato ad esporti sui social in modo sempre molto aperto e sincero. Per te ha senso creare una differenza fra il cosiddetto mondo virtuale e quello “fuori”, definendo solo quest’ultimo reale?
Non credo di avere una risposta univoca a questa domanda. Laddove i social sembrano essere una specie di pozzo dei desideri al contrario, in cui ognuno di noi si racconta per come vorrebbe essere o per come vorrebbe che gli altri credessero che fosse, io a un certo punto ho scelto deliberatamente di vuotare il sacco, di raccontare cose magari molto personali anche per rompere questa autonarrazione in cui tutti sono felici, tutti sono fighi, tutti sono arrivati e in pace con se stessi. E anche qui ho visto che sotto la patina di indifferenza e di appiattimento generale ci sono ancora un sacco di persone che non solo hanno bisogno di esporre le proprie difficoltà ma che traggono beneficio dal condividerle, dal riconoscersi nelle parole di un estraneo, nello smettere di vergognarsi di questo o quest’altro perché in fondo, anche se nessuno sembra volerlo ammettere, siamo in tanti a sentirci in questo modo e ad attraversare determinate difficoltà, che siano esistenziali, materiali, relazionali, affettive, lavorative. Alla fine della fiera non faccio che chiamare a raccolta i miei simili e spingerli a entrare in questo terreno comune di scambio, di mutuo riconoscimento, in poche parole di umanità e di accettazione. Sono le cose che ho in testa ogni volta che salgo su un palco: creare una comunità. Accogliere le persone, farle sentire a casa, farle sentire vive. Che non vuol dire piangersi addosso, anzi, proprio l’opposto: mettere in comune il proprio dolore per trovare la forza, insieme, di immaginare un futuro che sia un futuro individuale e al tempo stesso collettivo. Nessuno si salva da solo.
«Conta pure su di me scacceremo il male che c’è e ti prometto che per te sarò la versione migliore di me», così canti nella canzone dedicata a tua figlia Giorgina. Si intuisce già da qui il bene immenso che ti lega a lei. Vuoi raccontarci qualcosa del vostro rapporto?
Diventare genitore è un’esperienza scioccante sotto tantissimi aspetti. Io sono un padre largamente imperfetto, come tutti. Cerco di fare del mio meglio per rappresentare un punto di riferimento innanzitutto affettivo e costruire una relazione basata sulla fiducia reciproca.
Che relazione hai con il tempo? Impegnato sempre su tanti fronti riesci a non rincorrerlo e a ritagliarti dei momenti più lenti in cui staccare da tutto e tutti?
La prima cosa che mi viene da dirti sul tempo è che in passato ne ho sprecato così tanto che negli ultimi anni sto cercando di recuperare. Facendo un discorso più generale, nonostante i numerosi impegni cerco comunque di difendermi, di non farmi travolgere dalle cose da fare e dal tempo che sembra sempre scappare via. Ad esempio da qualche tempo ho ripreso ad andare al cinema: buio, silenzio, niente cellulare, ci sei solo tu e la storia che il regista ha deciso di raccontarti. Un bel modo per isolarsi dal mondo per un paio d’ore.

Photo credit © Tommaso Canciani






Rispondi