R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Da quello che so l’Euforbia è un genere di piante che racchiude varie specie – Wikipedia ne cita più di un migliaio – diffuse più o meno su tutto il pianeta. Una delle varianti più conosciute si presenta in forma succulenta, producendo un liquido lattiginoso che in antichità veniva utilizzato per scopi terapeutici. Ma se ogni pharmakon è medicina e veleno nello stesso tempo, nel caso dell’ultimo album del sassofonista svizzero Simon Spiess, in Euphorbia, appunto, non si prevede certo l’eventualità di effetti collaterali tossici. In realtà questo lavoro esce sotto il nome di Simon Spiess Quiet Tree e già il titolo contiene una mezza indicazione sulle intenzioni di questo gruppo che vede, oltre allo stesso sassofonista Spiess, allinearsi anche Marc Mean al pianoforte e al synth – un Roland Juno 106 che si occupa anche delle frequenze basse, mancando il contrabbassista – e Jonas Ruther alla batteria. Dobbiamo anche segnalare la presenza di Dan Nicholls che in questo disco è una sorta di musicista aggregato, lavorando in fase produttiva attraverso l’aggiunta di campionamenti ed effetti elettronici secondari. Per quello che riguarda il leader di questa band, Simon Spiess non è certo l’ultimo arrivato, ho contato infatti almeno una quindicina di pubblicazioni tra il 2007 ad oggi, tra l’altro con un buon numero di dischi dal vivo. Suona abitualmente sax tenore e contralto, clarinetto basso e flauto e si è fatto le ossa studiando a Basilea, perfezionandosi poi a NewYork e a Berlino.

L’impostazione musicale di Quiet Tree è sostanzialmente piuttosto curiosa ed è caratterizzata, per la quasi totalità dei brani di Euphorbia, da una base di poche note reiterate, spesso ad opera del synth, sulle quali Spiess costruisce i suoi temi essenziali e le sue improvvisazioni, mentre la ritmica arricchisce il tutto con puntuali percussioni. Non c’è un’ossessione modale, perché il gruppo lavora su tonalità diverse, adattandosi con semplicità ai cambiamenti strutturati dalle frasi ripetitive di base. Il complesso sonoro che ne deriva è piuttosto originale, non ho trovato facili riferimenti ad altre fonti musicali, se non un velato ricordo del modus operandi di alcune band tedesche degli anni ’70, come ad esempio i Can di Holger Czukay. Si ha l’impressione, inoltre, che Spiess voglia dilatare una certa matrice New Age degli anni ’80, dandole però una nuova dignità e spostandone i contrappesi verso un jazz fraseggiato con cognizione di causa. La musica procede creando spazi senza sovrapposizioni caotiche né sensazioni claustrofobiche, anzi, la struttura variegata delle composizioni resta sempre aperta al respiro, con alcune dinamiche imbevute di un vago senso di mistero, tanto da dare l’impressione, a tratti, di star percorrendo un peculiare sentiero iniziatico. Un percorso che sembra avvicinare maggiormente l’ascoltatore verso ambienti naturali, con suoni, alle volte fruscii o sensazioni acquee, approssimandosi alla presenza di un mondo naturale e animale di cui si rischia, oggigiorno, di misconoscere la sua arcaica verità.
Inizia Grieving Was Yesterday con il synth che imbastisce una linea basale d’accompagnamento emulando quasi una marimba. Il tema costruito da Spiess al sax è molto melodico e aggraziato, tornando più volte a ripetersi nell’economia del brano. In alcuni momenti c’è un raddoppio e un ritardo dello strumento a fiato in una sorta di riverbero. Il batterista, bravissimo a colmare gli spazi, frantuma i tempi con un drumming molto agile ed elastico. Ottimo incipit per l’intero album. Innermost si costruisce sulle note lignee del synth che scorrono inizialmente su una scala eolica. Entra con un colpo di piatti la batteria e subito dopo Spiess soffia dolcemente il suo sax. I temi sono sempre affascinanti, quasi memorizzabili tanto appaiono apparentemente semplici. Qualche mormorio elettronico di sottofondo e anche in questo caso il sax viene duplicato per alcuni istanti. Segue una parentesi interessante in cui contemporaneamente piano e synth dialogano tra loro approfittando di una modulazione tonale, sorretti da una miscela di percussioni sostenuta da un frizzante lavorio di piatti. Spiess produce un suono molto morbido che verso il finale entra in un doppio loop con l’aggiunta in sovra-registrazione di una seconda linea melodica in contrappunto con la principale. Light Light Light s’annuncia come gli altri brani con l’abituale presenza di una base reiterata tra synth e piano, tra cui s’avvertono cupe vibrazioni di basse frequenze, mentre il sax ci regala un altro dei suoi temi melodici. Ma quando sembra che il pezzo s’avvii verso una prevedibile continuità, tutto cambia. Una rullata di batteria e si entra nell’atmosfera funky-orientaleggiante col suono molto fiatato del sax di Spiess. Una traccia quasi danzabile, con continui riverberi di synth in sottofondo. Proprio in momenti come questi il profilo espressivo del trio tende ad avvicinarsi, non so quanto consapevolmente, alle invenzione un po’ stralunate di Czukay.

Blue Foncè si presenta direttamente col sax, quasi un flauto a siringa che sembra apparire, d’incanto, dal nulla. Ma pian piano il sottofondo s’arricchisce di tappeti elettronici e percussivi, portando il brano verso una dimensione più vitalistica dove da un’ambientazione quasi contigua al rock tende ad allungarsi progressivamente verso un jazz modale. Il sax di muove in libertà, diventa più rabbioso ma il pezzo alla fine, va a sfumare ammorbidendosi. Indulge in Fancy torna ad una base sequenziale ripetuta, questa volta condotta dal sax. Gran peso dell’elettronica con echi, riverberi di lontananze, mentre il brano procede in un mid-tempo accompagnato dalla batteria che lavora sui tom e sorretto da una ragnatela di frasi pianistiche. Forse è questo il momento che sembra più derivativo da quella new-age di cui abbiamo accennato poco sopra. Allo scoccare del terzo minuto di musica compare uno stacco molto nordico, di quelli che si ascoltano spesso nei trii scandinavi, proprio dove si manifesta un pianoforte in purezza, senza deformazioni elettroniche, anche se nei pochi secondi che precedono il finale insieme agli ultimi fraseggi di sax. Das Isch Diis (questo è tutto) si realizza con la reiterazione dell’accompagnamento pianistico tra una voce infantile che ribadisce il titolo e una salita progressiva della batteria con i piatti molto insistiti. Il sax è sovrainciso e riverberato. Il brano ha una certa malinconia di fondo, è piuttosto breve e nonostante la sua innegabile fascinazione, sembra più un abbozzo o un progetto non interamente realizzato, più che una traccia a sé stante. Forest è inizialmente una sequenza di sibili, di suoni vegetativi, ronzii di insetti e quant’altro. Si mantiene l’atmosfera un po’ mesta del brano precedente quando il piano e il sax si fanno spazio all’interno di una progressione discendente di accordi della stessa tastiera. Momento introspettivo con la batteria che lentamente entra in gioco con un ritmo lento ed accompagna l’andamento fortemente melodico del pezzo. Poi tutto tende a sfocarsi, quasi a riassorbirsi nel cuore della foresta dove tutto è cominciato. Breathing Under Water disegna la traccia d’accompagnamento con le modalità cicliche che già conosciamo, probabilmente ottenute da una sovrapposizione di sax e forse con la presenza del synth che comunque si fa più consistente nel prosieguo del brano. Spiess comincia ad inserire il tema – che nelle sue battute iniziali mi ha ricordato il classico You Are Too Beautiful di Rodgers & Hart. In un secondo tempo tutto si scioglie con una bella trama di synth e di piano con il sax che si adatta all’accompagnamento. Il finale torna alla ripetizione delle note di base – sembra che la tastiera del Roland insista su un rivolto di secondo tipo di Re maggiore – e rallenta progressivamente. So, che in danese significa lago, appare come una discesa nella profondità dell’acqua, coi rumori esterni che tendono ad attenuarsi e a distorcersi. Synth e piano regalano questo insolito clima regressivo, quasi un ritorno nel liquido amniotico ad uterum, chissà, forse per un desiderio inconscio di rinascita in una prossima, futura veste musicale.
Questo apprezzabile lavoro di Spiess e sodali rappresenta un’opera fuori schema, originale, persino austera in qualche passaggio, nonché insolita e inaspettata in altri momenti. Il passo morbido delle composizioni, l’impostazione alla tendenza a replicare le frasi lineari dell’accompagnamento, spingono Euphorbia verso una dimensione più meditativa che non spericolata, richiedendo più abbandono invece di un’analitica diegesi. Inoltre in questo album non si procede certo per dissipazione sonora, anzi, si lavora con essenzialità, semplificando – ma non banalizzando – la struttura dei territori armonici così percorsi.
Tracklist:
01. Grieving Was Yesterday (4:39)
02. Innermost (4:51)
03. Light Light Light (4:11)
04. Bleu foncé (4:24)
05. Indulge in Fancy (3:46)
06. Das isch diis (2:52)
07. Forest (4:36)
08. Breathing Under Water (4:48)
09. Sø (2:54)
Photo Credit © Roman Gaigg


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