L I V E – R E P O R T
Articolo di Margherita Cattaneo
“Empathy’s in entropy
And apathy is free
And I can’t bear too much reality”
Ormai, fidarsi della selezione del Covo Club è un’abitudine e una certezza di qualità. Grazie a loro negli ultimi anni abbiamo avuto la possibilità di avere a Bologna molti nomi emergenti della scena musicale britannica e non solo, che hanno saputo regalarci concerti di alto impatto. È infatti all’interno della rassegna Cool Britannia che lo scorso sabato 16 marzo ho avuto la possibilità di assistere al concerto dei The Clockworks. Non ancora un nome conosciuto alle nostre latitudini, seppure siano comunque riusciti a conquistarsi un meritato sold-out. Sarà per la qualità delle loro ballad post-punk nell’ultimo lavoro in studio, o forse perché ad assicurare per la loro bravura troviamo niente meno che Alan McGee, fondatore dell’etichetta Creation Records che negli anni ‘90 lanciò nomi come Oasis e Slowdive. La certezza è che i The Clockworks sono un progetto giovane ma già d’impatto e capace di riempire un locale.
Al Covo Club vengono supportati dai Pip Carter and The Deads, quartetto di rock psichedelico anni ’60 che onestamente non so spiegarmi come siano finiti in apertura di una band di ventenni che fanno post-punk. Piacevoli e anche tecnicamente bravi, ma mi sento di avere la stessa posizione di Björk riguardo la nostalgia: “I think that 90 percent of the world is too nostalgic. They don’t have the courage to face [the present] and make stories that are relevant today, about life today and what music is about today. I want people to do more of that.” Posizione forse forte, ma dagli spunti interessanti, soprattutto se la band per cui stanno aprendo porta nella sua discografia brani che criticano direttamente le generazioni precedenti e la differenza tra il mondo com’era e com’è ora. I Pip Carter and The Deads però tengono bene il pubblico che in parte pare essere lì solo per loro, non perdono un colpo durante tutto il set e anche se guardano lontani sia nel tempo che geograficamente, il loro lavoro lo fanno e lo fanno anche bene. È sempre d’impatto sentire band che animano un pubblico dedicato che non si trattiene da ballare e cantare a gran voce i loro brani.
Finita la prima esibizione aspettiamo intrepidi i The Clockworks, che dopo poca attesa arrivano sul palco del Covo e si posizionano tra gli applausi dei presenti. Le aspettative sono alte: è ormai un mese che ascolto ininterrottamente il loro album d’esordio, un lavoro molto orecchiabile dai temi intrisi della situazione sociale e giovanile odierna: due caratteristiche ormai tipiche delle band rock provenienti dall’Irlanda, dai The Cranberries ai più recenti The Murder Capital.
Il concerto viene aperto con Death and Entrances, una tranquilla ballad disperata che racconta una serata di Halloween con i soliti cliché di maschere sociali che ognuno è portato a vestire. Brano d’apertura del loro primo album Exit Strategy, viene eseguito al piano dove James McGregor è seduto mentre canta questa lunga poesia di critica sociale. Non ci mette molto però a scaldarsi la serata, siccome dopo una dovuta pausa per gli applausi partono cariche le note di Bills and Pills. Io e i miei amici iniziamo subito a scatenarci e ad urlare il testo della canzone, una delle più attese della serata. Girandomi per vedere la reazione del pubblico noto però che non troppi sembrano esserne a conoscenza, infatti né con questa né con Mayday Mayday riesce a scoppiare un pogo da noi tanto agognato.

È una situazione strana: andare a sentire una band di ragazzi che all’interno dei loro testi scrivono di temi giovanili attuali ma ritrovarsi con un pubblico che non è il target principale di queste problematiche e che potrebbe addirittura fare parte della causa dei problemi affrontati. Ciò mi porta a pensare come un concerto dal vivo debba la sua riuscita tanto al pubblico quanto alla band. In fondo, l’impegno dovrebbe essere reciproco: se una band si ritrova con un pubblico svogliato o magari semplicemente nuovo alla loro musica, questa potrà solo impegnarsi a mostrare la propria qualità tecnica e d’intrattenimento, mentre se il pubblico si dimostra particolarmente preso e colpito si avrà invece una dialettica più emotiva e sentita, uno scambio di pensieri condivisi, dolori o gioie che siano. Purtroppo al Covo i The Clockworks non possono contare molto sul supporto del pubblico, ritrovandosi a guidare la serata quasi in solitaria. L’audience risponde di più alle numerose ballad presenti nella scaletta, che segue quasi lo stesso ordine dell’album. I testi di McGregor sono dolcemente accompagnati dalla chitarra di Sean Connelly, una seconda voce che attira spesso l’attenzione durante il set. Dall’altro lato del palco invece si trova il bassista Tom Freeman, che tra un brano e l’altro talvolta è anche colui che fa partire delle basi registrate con remix dei loro brani oppure estratti di discorsi, per legare il tutto. E funziona. A completare il quadro della band abbiamo Damian Greaney alla batteria.
La serata continua, sulle note di Exit Strategy che anche dal vivo si conferma come un lavoro magari non sconvolgente ma con numerosi ritornelli memorabili e testi toccanti, reali e immediati. D’impatto sono brani come Danny’s Working Like A Dog o Hall of Fame, intrisi di discorsi sulla situazione lavorativa e sul sentire il peso delle proprie decisioni di vita a soli 23 anni, un senso di essere arrivati al punto di arrivo seppur consapevoli dell’avere ancora molte porte aperte ma nascoste e rese irraggiungibili da pressioni esterne.
La musica dei The Clockworks racconta una gioventù nascente già stanca e diretta verso il suo atto conclusivo, usurpata dai ritmi e dalle richieste della società odierna con la quale non riesce a stare al passo. Ed è così che Danny lavora come un cane e Karen lotta contro una dipendenza da medicinali alimentata da problemi economici. Ogni vita è caratterizzata da forti dolori e ipocrisie dettate dalla società stessa che rende ogni ideale una merce, dove si finisce per comprare lenticchie biologiche al doppio del prezzo per poi partire in jet verso una convention sull’ambiente, il tutto descritto in fiumi di parole cantate da McGregor con forte intensità e coinvolgimento. La scaletta attraversa critiche sulla società di consumo e disperazioni allo stremo, accompagnate dai continui ringraziamenti della band che comunque si sta mostrando totalmente in grado di guidare una serata e di trascinare il pubblico che se prima non li conosceva adesso si troverà certamente in debito di approfondire queste voci. Assistiamo anche ad una poesia recitata, che identifica i temi cari alla band e che riusciamo pienamente a comprendere. Il concerto si avvia verso la sua conclusione, attraversando la parte finale dell’LP e finendo sui primi singoli rilasciati dalla band. Arriva il momento di The Future Is Not What It Was, dal titolo autoesplicativo, e della conclusiva Enough Is Never Enough, con un accattivante ritornello e un’improvvisa conclusione. Finisce così la serata, sull’ultimo “these fingers were made for pointing”, anche stavolta però senza animare troppo il pubblico, che saltellante ascolta le ultime note per poi dirigersi verso l’uscita.

Scaletta:
Deaths and Entrances
Bills and Pills
Mayday Mayday
Hall of Fame
Car Song
Danny’s Working Like a Dog
Feels So Real
Advertise Me
Modern City Living (All We Are)
Life in a Day
Lost in the Moment
Westway
Blood on the Mind
Endgame
The Future Is Not What It Was
Enough Is Never Enough






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