L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Paola Tieppo
“Se hai bisogno di chiedere cos’è il jazz, non lo saprai mai.” Così asseriva Louis Armstrong e così ha esordito Angelo Bardini, vice presidente del Piacenza Jazz Club e direttore artistico del Piacenza Jazz Fest alla presentazione del concerto che si è tenuto sabato 16 marzo nella splendida Sala degli Arazzi della cittadina Galleria Alberoni. Il motivo di questa dichiarazione era dovuto al fatto che si stava per ascoltare, nell’ultima data del suo tour europeo, un quartetto di vere stelle del jazz, di diversa provenienza, sì, ma soprattutto destinate il giorno dopo a “prendere quattro aerei diversi per quattro luoghi diversi: questo è il jazz!”. Tutti già ospitati dal Fest in formazioni proprie negli anni precedenti, e in questa edizione per la prima volta insieme, erano nel mio ‘mirino musicale’ da parecchio tempo e posso garantire fin da subito che la mia alta aspettativa non è stata delusa.

La musicalità di Antonio Sánchez, batterista, polistrumentista in realtà, e compositore nato a Città del Messico nel 1971, solleticava la mia curiosità da prima ancora della colonna sonora del pluripremiato film Birdman (2014) di Alejandro Iñarritu, che andai a vedere proprio per ascoltare prima che per guardare. Vincitore di quattro Grammy Awards, su undici nomination, e di numerosi altri premi e riconoscimenti, Sánchez ha pubblicato oltre trenta album, sia con artisti di fama planetaria che a proprio nome, di cui il primo da leader è l’iconico Migration (2007) ancora fonte di ispirazione, anche in questa sera. A completare il già collaudato quartetto, sul palco piacentino, sono stati chiamati: al pianoforte il gallese Gwilym Simcock, al basso lo statunitense Doug Weiss e al sax tenore il canadese d’adozione Seamus Blake. Sono tre musicisti di notevole esperienza e popolarità nel panorama jazz internazionale, con importanti carriere alle spalle, per cui non vorrei dilungarmi in dettagli biografici ma passare alla ‘cronaca’ del concerto. Oltre che dal sopraccitato Migration, i brani eseguiti sono stati estratti da New Life (2013),Three Times Three (2015) e Trio Grande (2020): ‘solo’ cinque brani ed un acclamato bis per quasi due ore di musica energica, avvolgente, letteralmente seduttiva, dove gli echi della tradizione si sono miscelati ad un sound modernissimo, ricco di dilatazioni improvvisative e personalizzazioni da parte di ognuno. In questa occasione gli aggettivi entusiastici sarebbero infiniti ed i superlativi mai fuori luogo.

La partenza è stata con Northbound in cui il drumming leggero di Sánchez, anche autore, ha illuminato la via, presto raggiunta dal trio che ha trovato giusto spazio per i suoi assoli, per poi mantenersi costantemente sullo sfondo facendosi notare più per sottrazione che per ostentazione. Subito di seguito un arrangiamento molto libero e creativo su I mean you di Thelonious Monk: l’avvio del brano in simultanea dei quattro strumenti si percepisce dispensatore di swing e jazz ‘più standard’ ma non sono mancati i tocchi personali ed originali a dare nuova forma alle atmosfere note, con intermittenza fra lentezza e ritmo. Dopo questa invitante doppietta, Antonio Sánchez, in italiano, ha ringraziato e salutato esprimendo il suo piacere di trovarsi lì, dopo di che, in inglese, ha presentato i suoi comprimari, i brani ascoltati, con accenni ai sodali Joe Lovano e John Patitucci, ed introdotto quelli successivi, di sua composizione, che hanno tratto ispirazione da due luoghi.

Gocta prende il titolo dall’omonima cascata peruviana, familiare per Sánchez, che ha lasciato a Weiss la sorprendente introduzione: il contrabbassista con una bacchetta ‘rubata’ al batterista ha iniziato a picchiettarne la punta in perpendicolare sulle corde del suo strumento dando subito l’idea dello zampillio sorgivo, inseguito da Sánchez con i suoi battenti sui piatti, il sax di Blake si è unito con suono stridente, il piano dapprima toccato in cordiera, poi Simcock ha rafforzato la parvenza della caduta simile alla pioggia. Tutto mi è giunto come una corrente trascinatrice, ma con il sax in silenzio il corso dell’acqua è parso scomparire sotterraneo finché alla sua ripresa è come riesploso l’impeto della cascata nella discesa. Un momento della sola sezione ritmica, lenta, con Sánchez che, ad occhi chiusi, incalzando, ha preso le spazzole, dapprima usandone il manico sul piatto, poi spazzolando normalmente, e tutti hanno ripreso a suonare, regalando ancora passaggi per duetti alternati fra i vari strumenti. Da Gocta a Firenze, uno dietro l’altro, assorta non ne ho quasi avvertito lo stacco, chilometri di distanza annullati dall’incessante flusso musicale e portati verso il termine con un lungo piano solo sotto gli occhi degli altri tre, chiusi quelli di Sánchez che annuiva compiaciuto, e poi tutti insieme a concludere il brano.

Quinto pezzo, originale di Sánchez e, pare, fra i suoi preferiti, è il funkeggiante blues The Real McDaddy, introdotto dal sax di Blake, dove il ritmo è tornato protagonista punteggiato da vari apprezzatissimi soli di batteria. Il bis è una versione infuocata di Inner Urge di Joe Henderson: ritmo coinvolgente, ovviamente vari assoli di ognuno dei componenti il quartetto con giusta evidenza al suo leader, che amerei definire ‘gentleman of the drum’ per la sua elegante conduzione, mai sovrastante nonostante il suo strumento potrebbe tentare ad esserlo. Ugualmente eleganti, vicendevolmente rispettosi e ben amalgamati gli altri tre artisti. Che dire? Un finale davvero ‘col botto’!
L’adrenalina ha raggiunto livelli altissimi, sia sul palco, immagino, che sicuramente fra il pubblico che ha gremito la sala, tutta esaurita naturalmente, la soddisfazione si leggeva sui volti dei presenti. Da parte mia, penso che tanta attesa sia stata ampiamente ripagata, che sia stato un autentico spettacolo, di quelli che non si dimenticano…#eiovadoadormirefelice










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