A R T E – M O S T R E
Articolo e immagini di Mario Grella
Prima di incominciare a scrivere della Biennale è decisamente necessario, forse ancora più che descrivere le opere, analizzare il loro aspetto formale e contenutistico, riorganizzare le idee e azzardare qualche necessaria considerazione, prima di farsi travolgere dall’immane numero di opere esposte alla Biennale 2024, firmata Adriano Pedrosa. Cominciando, magari non dal titolo, come si fa da molte parti, ma da una considerazione ancor più generale ovvero che ormai ad esprimersi attraverso l’arte sono molte più persone di quanto si creda, o meglio di quanto abbiamo creduto noi “occidentali” fino a qualche anno fa. Nel mondo si è prodotta e si sta producendo arte ad un ritmo molto sostenuto (mi verrebbe quasi da dire troppo sostenuto) e nei paesi, che nella nostra ottica eurocentrica consideriamo “paesi in via di sviluppo”, se ne produce nelle stesse quantità che in Europa o negli Stati Uniti. Precisato tutto ciò, la Biennale d’arte di Venezia ne è la vera testimonianza che, se letta a livello esponenziale, dà l’idea della iper produzione di manufatti artistici.

A questo punto non resta che affrontare la “massa” delle opere cominciando dalla considerazione, ormai più che ovvia, che la suddivisione in padiglioni nazionali, nel caso della Biennale, non ha più alcun senso. Non ne ha a maggior ragione col tema scelto quest’anno: Foreigners Everywhere. Il padiglione del Nucleo Storico Astrazioni, raccoglie le opere di 37 artisti che hanno operato nella seconda metà del XX secolo in Africa, Asia, Medio Oriente e America Latina. L’esterno della struttura è decorato dall’immenso (e ormai famoso) murale del collettivo brasiliano MAHKU (Movimento Dos Artista Hunt Kuhn) con temi di vegetazione tropicale, con il ponte alligatore simbolo del passaggio tra il continente americano e quello asiatico: in questo caso è facile notare come la datazione della grande maggioranza delle opere sia molto successiva alla nascita dell’astrattismo delle avanguardie storiche europee. I padiglioni nazionali, nel loro complesso, come già detto mi sembrano piuttosto deludenti nel loro stesso “concept” di dover rappresentare nazioni in un mondo di stranieri ovunque.

Certamente le opere esposte “anche” nei padiglioni nazionali dei giardini riservano numerose sorprese, come nel caso degli USA che affidano ad un nativo americano la realizzazione di un grande spazio dedicato alla cultura visiva indigena, coloratissima, in una rivisitazione per nulla scontata come quella di Jeffrey Gibson. Se a questa gioiosa concezione estetico-artistica contrapponiamo il padiglione della Germania che ha come titolo “Thresholds”(in tre riquadri tra i quali quello di Ersan Mondtag) e che mette in scena un mondo post apocalittico, allestendo l’interno di una disastrata abitazione invasa dal fumo e cosparsa di macerie: un modo di essere stranieri attraverso la memoria di epoche passate (ma anche future). La Francia propone un’opera il cui cardine è il rispetto per la diversità delle forme della vita attraverso il lavoro di Julien Creuzet. Lo spunto per raccontarci di un mondo invisibile è dato da una tarantola della Martinica, chiamata Matoutou Falaise, che compare spesso sulla corteccia degli alberi e la cui apparizione, mimetizzata nella natura, disegna forme sconosciute e colori cangianti. Questo titolo sembra far parte della stessa immaginifica opera: “Attila cataracte source aux pieds des pitone verts finira dans la grand mer gouffre bleu nous nous noyâmes dans le larmes marées de la lune”. Questo lavoro, molto spettacolare, rischia però di mostrare una teatralità di maniera, un po’ troppo fantasmagorica e più ammiccante allo spettacolo degli effetti speciali che alla poetica artistica.

Il padiglione dei Paesi Bassi ospita invece le opere cupe e piene di mistero del Collettivo congolese CATPC ovvero Cercle d’Art de Travailleurs de Plantation Congolaise che propongono una serie di sculture che celebrano la blasfemia e il sacro, temi agli antipodi che fanno parte di una stessa cultura e inoltre accomunate da un’aura di fitto mistero interiore. La giraffa Lenka, catturata in Kenya nel 1954 per essere trasportata allo zoo di Praga e che visse in cattività soltanto due anni, è la protagonista dell’installazione del padiglione della repubblica Ceca. L’artista Eva Kofàtkovà immagina la tragica storia della giraffa e ne disseziona il corpo immaginario per indagare sul difficile rapporto natura/cultura, in uno dei padiglioni più particolare dei Giardini della Biennale. Sempre tra i padiglioni nazionali ai giardini, molto interessante il progetto Petticoat Government, scenario multidisciplinare, alla cui base c’è lo scompaginamento dei confini nazionali (e delle relazioni tra paesaggio e figura umana), con colossali figure umane di resina prese dal folclore locale di paesi come Francia, Spagna, Belgio, che hanno messo in scena e metteranno in scena cortei performativi, attraversando varie nazioni (Italia compresa), una sorta di corteo carnascialesco ideato da Denicolai & Provoost, Antonietta Jattiot, i collettivi Nord e Spec Uloos (questa scelta è meramente soggettiva e senza nessuna pretesa di essere esaustiva)…
[Se volete proseguire il viaggio, qui ho scritto delle opere esposte all’Arsenale]









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