R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Trovarsi in mezzo alla musica del trio Winther, Andersson, Watts è un po’ come passeggiare inconsapevoli all’interno di una polveriera. Il rischio dell’esplosione è nell’aria, soprattutto quando ad alimentare la miccia è un batterista muscolare come lo statunitense sessantaquattrenne Jeff ”Tain” Watts, dalla Pennsylvania, una miscela infiammabile di percussioni che ricorda sia l’energica concitazione di un Elvin Jones e di un Billy Cobham ma anche, quasi paradossalmente, la loro capacità di sapersi controllare, adattandosi ai momenti lenti e più introvertiti delle ballad. Il curriculum di questo strumentista è indiscutibilmente ricco, con nove album da titolare ed un mucchio di collaborazioni importanti insieme a Wynton e Brandford Marsalis, McCoy Tyner, George Benson, Kenny Garrett e molti altri. Carl Winther e Richard Andersson, rispettivamente al pianoforte e al contrabbasso, sono due musicisti danesi che in quanto a riserva d’energia non hanno nulla da invidiare al loro sodale batterista d’oltreoceano, anche se la propria attuale produzione discografica sembrerebbe al momento più contenuta. Il primo, quarantenne nato a Copenaghen, è figlio d’arte – suo padre era il compositore e trombettista Jens Winther, la madre è la batterista Karen Mortensen – ed è attualmente considerato e con giusto merito – basterà ascoltarlo – uno dei migliori pianisti danesi attualmente sulla scena. Vanta condivisioni artistiche con Billy Hart, Jerry Bergonzi, George Garzone, Till Bronner e altri ancora.

Andersson, quarantaduenne nato a Daugard nel cuore della Danimarca ma attualmente anch’egli residente a Copenaghen, è già stato ospite di Off Topic – leggi qui, anche le parziali note biografiche – con il suo lavoro in trio Inviting, uscito nel 2022. Facciamo subito chiarezza, riguardo alla musica di questo gruppo. Non ci troviamo dalle parti di alcuna forma di jazz nordico, anzi, potremmo avere piuttosto l’impressione di vivere nel cuore di qualche convulsa città trafficata americana o europea. Quindi, prepariamoci ad un’onda d’urto di musica post-bop, nervosamente eccitante, nella quale non mancano comunque momenti di toccante tenerezza, come nell’ultimo brano Requiem for J.W. Comunque il clima generale di WAW! – il titolo del loro album, con un particolare slancio di fantasia, risulta dal collegamento delle iniziali di ciascuno dei tre cognomi – è brillante di policromie e di ritmiche propulsive, con ampio spargimento di note per ottenere un jazz ad alto voltaggio e dichiaratamente contemporaneo. I tre lavorano con criterio, non si spingono mai in acque troppo limacciose, le dissonanze armoniche gestite da Winther si guardano bene dal superare quei livelli di guardia che potrebbero rendere ostico l’ascolto dell’album. Insomma, contemporaneità si ma non avant garde, anzi, meglio correre il rischio di qualche inciampo didascalico piuttosto di un tentativo troppo ardito di soluzioni armoniche. E comunque il trio non potrà dispiacere a chi cerca nel jazz un po’ di virtuosismo, aspetto che del resto è sempre stato abituale in questa musica fin dai suoi albori. I cinque brani che compongono WAW sono tutte composizioni del pianista Winther tranne lo standard My Old Flame. Nonostante il lessico non sia immediatamente assimilabile, la forma dei pezzi presentati resta molto materica, plastica e vibrante, resa tale da un’intensa coltre strumentale che solo si attenua quando vengono affrontati momenti più riflessivi. Ed è proprio in questa circostanza che la musica mostra l’altra faccia di sé, un’elegante e meditata sintonia con l’intimità dei temi proposti.
Primo colpo in canna è Planet B che inizia con una bella serie di stacchi di batteria, dissonanze pianistiche dritte sui denti e un walking bass che stringe il ritmo all’angolo, insieme alla tempesta di piatti che vibrano sotto le mazzate di Watts. Il pianoforte di Winther innesca una serie di scale da manuale in puro stile be-bop, mantenendo alta la pressione sonora. Poi, quando la tensione s’allenta, contrabbasso e percussioni dialogano tra loro con una certa moderazione. Si avverte, però, un graduale e progressivo incremento dinamico, interrotto da una serie di frenetici intermezzi pianistici, almeno fino a quando questi riescono a farsi strada tra i numerosi, ferini stacchi di Watts alla batteria. Che dire, un vero e proprio inizio da knock-down!! Segue Manhattan, e se l’intento del trio era quello di rendere viva l’immagine pulsante di questa isola newyorkese, bisogna dire che tutto è riuscito piuttosto bene. Inizio spettacoloso con una serie di frasi di piano contrappuntate da un sincrono tra il contrabbasso e la timbrica grave della tastiera di Winther. All’interno di questi suoni che fungono da concitato incipit si possono immaginare, con un briciolo di fantasia, i suoni della strada, il via vai delle persone, il rumore delle auto e dei clacson. Certo, niente di nuovo. Ma nel contempo viene trasmessa una qualità importante che si avverte vibrare lungo lo svolgersi della musica, cioè la pura gioia fisica e mentale di suonare, ovviamente sapendolo fare bene come questi tre artisti. Un lungo e meritato assolo di contrabbasso appare verso la metà brano – già conoscevamo le qualità di Andersson – e si conclude quando vengono riproposte le solforose battute iniziali, offrendoci una visone in campo largo di una città, forse più immaginata che vissuta, ma ugualmente conforme all’energia che si aspetta debba trasmettere.

Ci si immerge nella classica ballad col brano che segue, la famosa My Old Flame, composta nel 1934 da Johnston e Sam Coslow per il film Belle of the Ninetees. Questo pezzo ha conosciuto svariate interpretazioni, tra cui quelle di Billie Holiday, Charlie Parker, Sonny Rollins, Chet Baker e molti altri ancora. Entriamo in un’altra dimensione con una lettura leggera e consapevole di questo brano, soprattutto da parte di Winther che disegna linearmente la melodia, accompagnato dal classico brushing della batteria e dalle essenziali note di contrabbasso. La parte solistica del piano scorre senza enfasi, con una misurata tendenza a fraseggi brevi, senza farsi prendere la mano, con accelerazioni e articolazioni chiare. Ancora Andersson con un assolo, in allineamento planetario col mood del brano. Si finisce nella ripresa del tema, tra i lenti accordi di pianoforte e le fresche punteggiature dei piatti di Watts. Deconstructing Mr.X si muove stranamente vicino a climi fusion con numerosi cambi tonali, dinamicamente sostenuti da cangianti accordi pianistici. Vi sono frasi reiterate distese sopra una batteria in continua ebollizione, con il contrabbasso che ancora una volta, come nel precedente Manhattan, cammina per un tratto in sincrono con le note più gravi marcate nettamente da Winther. Il trio ci offre, in questo brano, qualche sapore forte in più con l’aspetto caratterizzato di una persistente frammentazione ritmica, qualche passaggio armonico ostinato in una trama quasi continua di stop and go. Dalla metà brano in poi, con l’indiavolato assolo di piano, si torna in piena atmosfera hard-bop che sembra addirittura confluire in un ossessivo finale simil-latino, terreno ludico soprattutto per la batteria che continua a temporaleggiare in lungo e in largo. Posso solo immaginare, ma non ho trovato conferma nelle note stampa, che l’ultimo brano Requiem for JW, seguendo la pista delle iniziali del nome, sia dedicato al padre del pianista Carl. Probabilmente si tratta del momento migliore dell’album e non dobbiamo immaginarci di ascoltare una traccia languida o eccessivamente sentimentale. Si tratta invece di un’interpretazione pianistica vicina alla sensibilità di Brad Mehldau, con una straordinaria base ritmica che non fa altro che sottolineare la grande impressione tecnica che ne ho avuto e a cui si era accennato all’inizio di questa recensione. Il piano di Winther parla il linguaggio della tristezza, però elaborata all’interno di una turgida struttura di jazz melodico e va a concludersi con cadenze di accordi che rimandano al romanticismo musicale europeo. Del resto la formazione di questo pianista è passata anche attraverso l’istruzione classica e questo brano la disvela apertamente.
Un jazz tra rose e spine, per riassumere il tutto con una metafora. Una varietà di umori che varia tra il fervore vitalistico del be-bop e qualche confessione disarmante a cuore aperto. La chimica di base tra il batterista statunitense e i due musicisti danesi pare funzionare per tutta la durata dell’album, sia nei momenti in cui i toni si fanno più carezzevoli che quando pare persino arduo tirare il fiato per un solo momento. Nel complesso, WAW è uno di quegli album sufficientemente spregiudicati che si fanno apprezzare per la spontaneità e la fluidità di idee e che potrebbe piacere soprattutto a chi cerca nel jazz una sorgente sintropica di energia.
Tracklist:
01. Planet P (6:43)
02. Manhattan (7:48)
03. My Old Flame (8:34)
04. Deconstructing Mr. X (8:49)
05. Requiem for JW (9:05)
Photo © Jonas Lyngdam






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