R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Paiono lontane le storie delle lucciole di A Queen’s Firefly e delle riflessioni sui ricordi di gioventù. Eppure sono passati solo due anni da quando Off Topic ha recensito il succitato album – leggi qui. Oggi il violoncellista Erik Friedlander si ripresenta con la medesima formazione di allora ma con un obiettivo fondamentalmente diverso. Attraverso un paragone insolito e discutibile con le arti marziali miste, volgarmente dai più chiamate botte da strada, l’Autore s’impegna in una sequenza di brani i cui titoli si riferiscono a termini in uso durante i combattimenti. Francamente non so se dietro a tutto questo vi sia da parte di Friedlander un certa distanza ironica ma mi sono sorpreso a riflettere sul senso di questo accostamento. Se la musica deve essere intesa come uno scontro fisico allora siamo fuori zona, il massimo che io possa comprendere è il pogo che si praticava durante i concerti punk-metal ma lì si trattava, tutto sommato, di una forma di divertimento gestita da un pubblico giovane ed esuberante. Se invece si allude all’intensità con cui si suona, alla lotta con sé stessi che spesso intercorre durante il processo creativo in ogni forma d’arte, non solo nella musica, allora possiamo trovarci sufficientemente in linea con il progetto ideale di Friedlander.

Per molti artisti la creazione in sé non è mai indolore, è per lo più faticosa, un agone spesso crudele ed estremo. Basta pensare a quanti esempi di personaggi devastati dall’alcool e dall’eroina che la storia del jazz e del rock ci ha messo in fila dagli anni ’40 in poi. Per farcela occorre una certa disciplina interiore, la disponibilità ad affrontare i conflitti con la realtà – in primis la sopravvivenza economica – e le tensioni interiori, i dubbi, le paure del futuro, con tutti i sacrifici che la strada dell’Arte presuppone nel suo avventuroso percorso. Non c’è dubbio che da quest’ultimo punto di vista un certo nesso con la lotta, marziale e non, possa probabilmente sussistere. Comunque sia, Friedlander si propone in questo album, dal titolo lapalissiano di Dirty Boxing, con lo stesso gruppo a nome Throw che, come nell’album precedente a cui sopra si è accennato, vede il grande Uri Caine al piano insieme ad altri due nomi importanti, il contrabbassista Mark Helias che proviene dall’area AACM e il batterista Ches Smith, già in passato in coppia, tra l’altro, con l’incendiario chitarrista Fred Frith. L’album non è di presa immediata, bisogna calarsi con calma nell’atmosfera di questo inusuale combattimento, tenendo presente che in molti punti si respira un’aria di jazz-progressive, tanto che mi son tornati alla mente episodi alla Jean-Luc Ponty o addirittura frammenti temporali della Mahavishnu Orchestra. Ma non dobbiamo pensare ad una specie di cartolinismo vintage, perché il viaggio musicale che si apparecchia è un vero e proprio tour de force attraverso sbalzi dinamici, stacchi strumentali, momenti lirici – pochi ma buoni – e potenti scariche d’energia sonica. Il violoncello dell’Autore entra in opera con intelligente equilibrio, nonostante possa essere complicato pensare al ruolo di tale strumento all’interno di un genere come questo praticato dai Throw. Ciò, ad ogni modo, potrebbe essere la naturale conseguenza dell’attività musicale eclettica di uno come Friedlander che nella sua carriera – oggi ha 64 anni – ha suonato con artisti tra loro differenti, da John Zorn a Courtney Love passando per Wadada Leo Smith e Nels Cline, ad esempio. Le improvvisazioni soliste sono coscienziosamente contenute, le sortite dialogiche tra le parti sono loquaci e brillanti, tuttavia non è musica per spiriti quieti. I numerosi cambiamenti sottraggono linearità all’insieme e rendono il tessuto musicale alle volte un po’ contorto e di lenta assimilazione.

Si parte con Sprawl, che nel linguaggio delle arti marziali miste è una manovra difensiva per evitare di essere immobilizzati a terra. La base ritmica ospita una soave melodia tematica del violoncello che si trasforma successivamente in un lungo assolo sostenuto dall’impegno fisico del contrabbasso e della proteiforme batteria. Gli accordi dissonanti del pianoforte di Caine s’intromettono creando stacchi strumentali strategici che preludono alla brillante performance dello stesso musicista. La ritmica è densa, materica, implacabile. Seguono altre pulsazioni, fino alla ripresa del tema condotto da Friedlander. Un inizio veramente esplosivo. Si procede con Foot Stomp ma l’energia complessiva non molla, con un nuovo tema di violoncello e il solito, complesso impianto ritmico che crea la robusta trama di sostegno. Friedlander si concede un assolo che veramente ci riporta a certe suggestioni progressive ascoltate negli anni’70. Caine si fissa su una serie di note dapprima ostinate – lavorando su tre tasti del rivolto dell’accordo di Si maggiore – poi accompagnando all’unisono la melodia del violoncello. Friedlander imposta il suo assolo e quando questo termina sarà Caine a proporlo, secondo una tematica affine ai crismi del be-bop. Brano coinvolgente, a tratti entusiasmante, strapazzato a fin di bene dai polsi volubili del batterista Smith.

Con Shrimping (mod.9) tutto si stravolge più volte. Lo Shrimping è un movimento degli arti inferiori che aiutano a divincolarsi se malauguratamente uno dei due combattenti resti bloccato a terra. In effetti il brano inizia con due frasi isteresiche tra violoncello pizzicato e pianoforte, l’una discendente e l’altra crescente in un abbozzo di tema quasi barocco. Poi ecco lo svincolo. Un pianoforte in vena di classicismi compie un salto di paradigma per poi entrare momentaneamente di nuovo in rapporto con l’arco di Friedlander. Segue una fase atonale del piano, assolutamente libera, che comunque precede un finale più armonico a ripresa del tema iniziale. Il brano appare comunque troppo frammentato, nonostante il fascino delle melodie accennate. Ground & Pound (mod.1) è un bel rebus melodico-ritmico. Inizia con un insistente passaggio di tre note in sincrono tra violoncello e pianoforte che si alza successivamente di un semitono con l’aggiunta di un’ulteriore nota. Poi un assolo di batteria – veramente ben condotto – da cui emerge un secondo passaggio sincronico violoncello-piano ma che scende di un semitono portandosi alla stessa tonalità iniziale. Persiste la sequenza melodica ma cambia la punteggiatura ritmica. Si arriva poi ad una bolla melodico-temporale in cui l’armonia sembra provenire da un’altra dimensione che nulla ha a che vedere con il brano fin qui esposto. Finale sovrapponibile con il movimento iniziale. Sicuramente una traccia ben suonata e interpretata ma dall’esegesi sfuggente. D’Arce (mod.2) sembra continuare sulla falsariga del pezzo precedente. Il titolo si riferisce, sempre in termini di combattimento, ad una presa al collo. E in effetti l’inizio è turbolento per poi rarefarsi tra violoncello, piano e qualche accenno percussivo. Le pause e le riprese si susseguono faticosamente e si fa un certo sforzo a seguirne l’evoluzione. Nel frammezzo appare un assolo minimale di contrabbasso. Va sicuramente bene liberarsi da ogni immobilismo concettuale ma qui si opera nell’ambito di un fin troppo sofisticato cerebralismo. Contender gioca il jolly del progressive jazz con una bella e ritmata fase iniziale e uno sviluppo in linea con numerosi stacchi e riprese. Tutto prefetto ma poi si scivola in una forma libera e assoluta dove ognuno va per la sua strada inseguendo l’ipotesi di un certo camerismo contemporaneo. Come agganciare questo momento col resto del brano? Semplicemente riprendendo il suo assetto iniziale d’emblée, come se niente fosse. Qualche dubbio, sulla bontà di questo brano, mi si permetta di manifestarlo. Poi, finalmente, Submission. Quello che una volta si diceva essere “...il brano che vale tutto il disco”. Una lucente e, devo dire a questo punto, inaspettata meraviglia melodica sullo stile della Mahavishnu Orchestra. Sintomatico che il pezzo di gran lunga migliore dell’album nasca da una sottomissione, da una resa verso la vena profondamente suggestiva e melodica di Friedlander. Il suo violoncello canta come un vero strumento ad arco, con le sue timbriche brumose che fanno immaginare cieli sgombri da nuvole orientate all’orizzonte. Caine ci mette molto del proprio nel suo assolo, attento a mantenersi all’interno di canoni armonici tradizionali. Trova spazio anche un caldo assolo di contrabbasso, mentre la batteria ricama una cornice idonea, mai pervasiva. Conclude Kimura – una presa a terra detta di immobilizzazione – confezionata su un dai e vai ritmico ma dall’architettura più semplice, rispetto ad alcuni brani precedenti. Piacevolezze in chiusura, quindi, con un brano scintillante che pare svilupparsi più pacificato e senza contrasti.

Indubbiamente ci troviamo al cospetto di musicisti di primissimo livello e la qualità delle esecuzioni è indiscutibile. Un senso innato della giusta misura stabilisce la durata degli assoli e la partecipazione dei singoli strumenti è sempre concisa e mai sopra le righe. Tuttavia la costruzione dei brani non è sempre fluida e l’impressione talora è quella di un discorso che proceda un po’ farraginosamente. Se questa sia una pratica appositamente voluta per creare l’idea di un contrasto, in linea col titolo dell’album, lo posso solamente supporre. Credo però che Dirty Boxing sarà ricordato proprio per il suo momento più rasserenante e seducente, quel Submission, paradossalmente al di là d’ogni idea di conflitto possibile.

N.B. = Sul Cd è presente, in aggiunta, una suite divisa in sette movimenti, intitolata Floating City. Sembra ampiamente improvvisata – ma non solo – da un gruppo di musicisti in parte diversi, con Sara Serpa alla voce, Wendy Eisenberg alla chitarra e sempre con Mark Elias al contrabbasso e naturalmente il buon Friedlander al violoncello. Questa parte è assai differente dall’atmosfera dei brani precedenti e parrebbe costituire parte d’un progetto diverso, anche alternativo al resto dell’album ma certamente non complementare in quanto non si nota continuità con i brani precedenti. Se devo esser sincero mi sembra un ottimo esperimento acustico che avrebbe potuto avere dignità indipendente da Dirty Boxing, magari pubblicato in un Ep a parte. Sembra quasi che Friedlander abbia voluto testare una strada parallela a quella ufficiale, forse non meno sperimentale ma con una valenza emotiva che la dimensione acustica rende più fruibile.

Tracklist:
01. Sprawl (05:29)
02. Foot Stomp (4:41)
03. Shrimping (Mod 9) (04:44)
04. Ground and Pound (Mod 1) (03:30)
05. D’Arce (Mod 2) (3:28)
06. Contender (03:46)
07. Submission (04:55)
08. Kimura (4:19)

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