R E C E N S I O N E
Recensione di Arianna Mancini
Wild God, Frogs e Long Dark Night sono i tre singoli che hanno preceduto l’uscita di Wild God, ultimo album di Nick Cave & The Bad Seeds. Pur non rappresentando gli episodi più intensi e significativi di questo lavoro si sono subito rivelati, per alcuni aspetti, messaggeri di cambiamento. Già in essi è evidente un mutato approccio nella composizione, dopo quello avvenuto con Skeleton Tree (2016) e Ghosteen (2019).
Wild God, la title-track, ha rotto il muro del silenzio ed ha subito diviso il popolo degli ascoltatori. Noi però non ci cureremo di quest’aspetto ed andremo oltre, cercando di afferrare, con il cuore e con l’intelletto, ciò che si può. In questo brano un dio selvaggio prende le sembianze di un uccello preistorico. È una figura lontana dall’entità biblica con cui il nostro ha sempre avuto un rapporto contrastato di corteggiamento e ostilità, sin da quando era un giovane studente. Il brano si apre con una strumentazione essenziale: tappeto elettronico e ritmico con la voce di Cave in primo piano che alterna cantato e spoken, quasi sino alla fine. Il pezzo poi sale d’intensità fino all’apice del ritornello corale «bring your spirit down», che è allo stesso tempo invocazione e invito. Che questo dio sia così solo, da compatire e desiderare la vicinanza di noi esseri umani come l’angelo de Il Cielo sopra Berlino?

Frogs ci porta in una dimensione più sperimentale e fluida, scivola su un ritmo pulsante di bagliori elettronici, ma è incorniciata dai cori, dagli archi e da timidi fiati che regalano scintille di luminosità e tensione metafisica. All’inizio del testo c’è un rimando implicito a Caino e Abele, ma l’idea del brano sembra ruotare intorno ai temi del cambiamento e dell’adattamento: «Le rane saltano nei canali di scolo / Saltando verso Dio, stupite dall’amore / E stupite dal dolore / Stupite di essere di nuovo in acqua». Le rane forse sono metafore degli esseri umani, in continua lotta fra la “melma” in cui sono immersi e la loro tensione verso l’infinito. Rappresentano un’umanità (forse Nick e sua moglie Susie?) che nel superamento del dolore si stupisce per un ritrovato amore per la vita. L’interpretazione vocale di Cave è intensa e carica di emotività, in linea con la tematica più ampia dell’album, che esplora la spiritualità ed il rinnovamento interiore. Long Dark Night, ballata notturna e cantautorale, chiude la triade dei singoli, parla di un sogno fatto in una lunga notte dai confini temporali indefiniti.
Wild God è uscito a fine agosto per PIAS (Play It Again Sam), etichetta indipendente belga. Le sessioni di registrazione si sono svolte in diverse location, in particolare negli studi di Miraval in Provenza e nei Soundtree Studios di Londra; è stato prodotto da Nick Cave e Warren Ellis, con mixaggio a cura di David Fridmann. Per questo diciottesimo lavoro in studio, Re Inchiostro o meglio King Ink – titolo di un vecchio brano dei suoi cari The Birthday Party e moniker cucito addosso al suo (song)writing da lungo tempo – chiama a raccolta i suoi sodali, Bad Seeds, per scrivere un nuovo capitolo del loro percorso artistico. Con lui ritroviamo: Warren Ellis (sintetizzatore, pianoforte, flauto, violino, chitarra tenore, tastiere, cori) collaboratore di lunga data di Cave, co-autore e co-produttore in molti dei suoi ultimi lavori, George Vjestica (chitarra elettrica e acustica), Martyn P. Casey (basso elettrico), Thomas Wydler (batteria), Jim Sclavunos (vibrafono, percussioni, cori) polistrumentista e batterista, noto anche per il suo lavoro con la band Grinderman (un progetto parallelo di Cave).
Oltre ai membri principali dei Bad Seeds, Wild God ospita – in alcuni brani – musicisti come Carly Paradis (fischio), Colin Greenwood dei Radiohead (basso), Luis Almau (chitarra acustica e chitarra a corde di nylon) ed i cori del Double R Collective, diretti da Wendi Rose.
Fra i musicisti, c’è pure un ritorno dalla dimensione parallela: Anita Lane (ex compagna dei tempi di gioventù, musa e partner creativa di Cave, deceduta nel 2021). La sua voce appare alla fine di O Wow O Wow (How Wonderful She Is) con un messaggio lasciato nella segreteria telefonica. Questo brano è dedicato a lei e procede giocoso e malinconico, è incastonato in una danza fra sezione ritmica, synth ed i cori.

Joy è sia il titolo di un altro dei dieci brani che compongono l’album che la parola chiave del disco. Sì, avete letto bene: G I O I A. Lo ha scritto lo stesso King Ink nel comunicato stampa: «È un disco complicato, ma anche profondamente e gioiosamente contagioso». Mi chiedo: che gioia ci può essere per un genitore che sopravvive alla morte di due figli? Così come per Italo Calvino, il concetto di leggerezza non è sinonimo di superficialità, per Nick Cave il termine gioia non è sinonimo di felicità. La gioia di cui lui parla è ben spiegata in un video, datato 4 settembre 2024, reperibile nella sua pagina ufficiale Instagram. L’artista australiano spiega: «Sono qui per dire che, se sono un sostenitore di qualcosa, è che esiste la capacità di provare un’enorme gioia nella vita di cui non si aveva idea. Non è una parola semplice. Gioia è una parola estremamente complessa. E non è felicità. La gioia è essenzialmente un’altra forma di sofferenza. Si potrebbe dire, che comprende la nostra natura umana, che è la nostra fragilità e che si spinge al di sopra di essa». Ed è questo il concetto di gioia che fa da perno a tutto l’album. E su queste premesse il brano è un’esplosione di dolore e di gioia immerso in un possente trionfo di fiati, di cori, e di frasi ripetute come un mantra. «Sedeva su un letto stretto, questo ragazzo in fiamme / Disse: Abbiamo avuto tutti troppi dolori, ora è il momento della gioia. […] In tutto il mondo urlano le loro parole arrabbiate / Sulla fine dell’amore, eppure le stelle stanno sopra la terra / Luminose, trionfanti metafore dell’amore / Luminose, trionfanti metafore dell’amore».
Dal punto di vista sonoro, Wild God è una continua scoperta. Nella struttura dei brani si avverte una certa spinta verso l’innovazione. I momenti “corposi” (quel post-punk, gothic-rock, blues, che richiamano il passato dei Bad Seeds) sono rari, ormai sfumati. Ci sono cambi di direzione, percorsi inattesi. È un disco elegante – non che i precedenti non lo siano – che si snoda fra minimalismo, elettronica e orchestrazione. Intensi momenti corali e gospel sono presenti in quasi tutti i brani. Come in Song of the Lake, brano d’apertura dell’album, struggente ballata orchestrale, quasi barocca. Come in Cinnamon Horses, sinfonia, orchestrale marcia funebre che celebra l’incertezza, la fugacità della vita e dell’amore. Gli eterei Cavalli Lucenti dalle criniere infuocate di Ghosteen che vivevano di illusioni («Ci sono alcune cose troppo difficili da spiegare / Ma il mio bambino sta tornando a casa adesso») sono ora diventati di ‘Cannella’, e conoscono bene il peso ed il prezzo della vita («Ho detto ai miei amici che la vita era bella / Che l’amore sarebbe durato se avesse potuto»).
Una menzione speciale la riservo a Final Rescue Attempt, Conversion e As the Waters Cover the Sea. Ognuno di noi ha i suoi brani preferiti e il mio cuore ha scelto questi tre. Final Rescue Attempt è un’oscura ballata dai toni drammatici in perfetto stile caveiano (a tratti ricorda le atmosfere di Henry Lee), anche qui i cori, la ripetizione ossessiva delle parole e delle strofe acuiscono il senso di tragicità. Conversion è un brano magnetico baciato allo stesso tempo dalla malinconia e dal fuoco; nasce con delle sonorità eteree fino a sgorgare in un crescendo orchestrale di ipnotici canti e controcanti. As the Waters Cover the Sea è il brano che chiude l’album, un finale perfetto: maestoso, solenne, corale, che celebra “la buona novella” (in senso laico?), l’armonia universale e la rinascita.
Wild God è un album complesso, rappresenta un’importante evoluzione stilistica nella produzione di Nick Cave. Necessito di metterlo ancora in loop e lasciarlo girare e decantare. Sebbene non sia uno dei miei album preferiti, ad ogni ascolto mi emoziona e coinvolge sempre di più.
Zio Nick (come amo chiamarlo fra me e me), che dirti di questo tuo nuovo album? “Can you feel my heartbeat”? Intanto io continuo ad ascoltarlo, noi ci vediamo il 20 ottobre a Milano.
Tracklist:
- Song of the Lake
- Wild God
- Frogs
- Joy
- Final Rescue Attempt
- Conversion
- Cinnamon Horses
- Long Dark Night
- O Wow O Wow (How Wonderful She Is)
- As the Waters Cover the Sea


![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)



Rispondi