R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Da molti anni a questa parte, il contraltista portoricano quarantottenne Miguel Zenón si sforza di rendere più masticabile il concetto di panamericanismo, cercando di dare maggior dignità alla cultura musicale dei paesi latino-americani, troppo spesso messa in ombra dal maggior potere mediatico ed economico degli Stati Uniti. Ultimi album rivelatori di questa tendenza sono stati, ad esempio, i due volumi El Arte del Bolero (2021/2023) o ancora Musica de Las Americas (2022) – leggi qui – , ma forse il giro di boa è avvenuto ancor prima nel 2005 con Jibaro, proponendo un genere di musica rurale tipicamente portoricana ma con forti influenze melodiche europee. Comunque non c’è traccia di revanscismo in Zenon, un musicista che ha studiato e si è formato proprio negli Stati Uniti, sia a Boston che a New York. Anzi, a giudicare dalle numerose influenze continentali che si raccolgono nei suoi lavori, si riscontra più che altro una visione panoramica di ciò che succede nelle Americhe, anziché nel contesto dei soli USA. In questo ultimo album, Golden City, il focus si sposta su una città californiana come San Francisco ma con l’interesse manifesto di raccontare, attraverso una suite musicale di 75 minuti circa, la storia delle varie comunità etniche che hanno collaborato alla nascita di questa città e che attualmente ne partecipano all’ossatura.

Nativi americani, messicani, afro-americani, latini e asiatici che attraverso dolori e sacrifici sono riusciti a trasformare San Francisco in una Sanctuary City, una sorta di città-rifugio, auto-dichiaratasi tale nel 1989, dove cioè non vengono perseguiti gli immigrati clandestini. Golden City è una vera opera sinfonica condotta da nove elementi – tra cui tre tromboni – commissionata a Zenón dal San Francisco Jazz Center e che evidenzia la maturità di scrittura, in un continuo mutare di stati d’animo che seguono il polso aritmico dei naturali umori cittadini. Nessun rischio didascalico, però, dalle parti di questo sassofonista di Puerto Rico, anzi, egli si attiene ad un’estrema fantasia negli arrangiamenti con una ricca tavolozza di coloriture timbriche. Sullo sfondo mi sembra di cogliere l’ombra di Gil Evans o forse ancor più quella di Mingus, fatto sta che Zenón è abile a non addentrarsi troppo dove le acque sono più limacciose, insomma ad evitare estreme concitazioni atonali anche se, è bene dirlo, una certa dose di tensione appare complessivamente lungo il corso dei brani, probabilmente per le continue variazioni armoniche e la ricercatezza di moduli musicali non comuni. Questo star sulle spine riflette la scorticante sincerità dell’argomento principe affrontato, cioè quel conguaglio di destini, aspirazioni, frustrazioni e speranze che hanno costituito da sempre l’armatura di sopravvivenza di tutte le comunità etniche che si sono sviluppate nella città forse più liberal di tutti gli USA. I musicisti che accompagnano Zenon al contralto sono Matt Mitchell al pianoforte, Chris Tordini al contrabbasso, Dan Weiss alla batteria, Miles Okazaki alla chitarra elettrica, Daniel Diaz, percussionista, anche lui portoricano e co-inventore del tripandero, un sistema che permette di suonare tre panderetas ( = tamburelli) simultaneamente. In ultimo troviamo la sezione fiati che si sovrapporrà a Zenón, cioè Diego Urcola alla tromba e al trombone a coulisse, Alan Ferber al trombone e per finire Jacob Garchik alla tuba e al trombone.

Un sax in solitudine apre le danze con Sacred Land, titolo che fa riferimento all’originale terra dei nativi americani comprendente gran parte della California. Il suono di questo strumento, in solitaria, evoca spazi e paesaggi di un tempo lontano sui cui s’incrociano e si stratificano successivamente una serie di brillanti temi compositi diretti prevalentemente dai fiati, formando col pianoforte e la ritmica, un mosaico contemporaneo di note al limite dell’astratto. Buono l’assolo al trombone di Urcola e altrettanto positiva la sovrapposizione di almeno tre dei fiati disponibili  percepiti nella seconda parte. Il piano, nel brano successivo, parte in avanscoperta con Rush, un pezzo che allude alla Gold Rush californiana, quella sorta di pazzia collettiva nella seconda metà dell’800 che nel giro di pochi anni trasformò San Francisco da un insediamento di qualche centinaio d’anime in una vera e propria città con migliaia d’abitanti. La corsa all’oro premierà pochi, fomenterà illusioni, e contribuirà alla contrazione numerica dei nativi indiani. Il riff sorretto da piano, ritmica, contrabbasso archettato e chitarra, suggerisce proprio lo stato d’ansia di questa rincorsa all’arricchimento. La musica prende una piega drammatica e il suono degli ottoni sembra in certi momenti un gigantesco ronzio di insetti. Verso il finale prevale una componente più orchestrale, meno cupa e più squillante. Acts of Exclusion ricorda un periodo poco edificante per la città. Nel 1882, infatti, viene a passare una legge che proibisce l’entrata negli Stati Uniti di persone provenienti dalla Cina e quest’atto decadrà solo nel 1943. Il brano presenta un tiro potente con un bell’assolo di sax sorretto dalla pulsazione del contrabbasso e della batteria unita alle percussioni. Intervengono alcuni momenti atonali un po’ convulsi ma il linguaggio resta comunque incline alla durezza, stemperato appena dall’assolo di chitarra elettrica di Okazaki. Per un certo periodo il gruppo procede a quartetto trainato dalla chitarra, dagli inserti del piano e dalla torrenziale batteria, tra i cui battiti si avverte la nota ostinata di basso che funge da vero e proprio albero motore. Finale movimentato ma con un’ottima sovrapposizione dei fiati, compresa la breve evoluzione finale del sax di Zenón. Anche 9066 ha a che fare con un atto giuridico. Nel 1942, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, venne permessa l’incarcerazione, per rappresaglia, di oltre centomila abitanti d’origine giapponese, molti dei quali nati negli USA e regolari cittadini americani. Fin dalle prime note, che si muovono in ambiente atonale attraverso un complesso intarsio tra contrabbasso, pianoforte e chitarra, si comprende come la cervellotica struttura armonica serva da specchio all’altrettanto, contraddittoria decisione roosveltiana del ’42. Con l’intervento del sax il brano cerca un assetto melodico meno aspro ma l’arrangiamento degli altri fiati non si allontana poi molto dal nexus che l’ha preceduto. Displacement and Erasure si riferisce al fenomeno della gentrificazione, per cui le agenzie immobiliari comprano locali prima affittati dal proletariato urbano per rivenderli poi, una volta ristrutturati, a chi si può permettere di acquistarli, allontanando interi gruppi sociali dai loro abituali quartieri. Un fenomeno che in una città come San Francisco esiste già da un ventennio. Dalle prime pulsatilità del contrabbasso si percepisce come il piano e il trombone di Alan Ferber innestino un classico movimento di jazz orchestrale urbano con un bel tema assolutamente tonale. Anche Zenon si accoda allo stesso tema, ripetendolo accompagnato dagli altri fiati e dal resto della band. Sempre Ferber prosegue in assolo col suo trombone, seguito dal sax contralto dell’Autore, mentre il brano sembra allungarsi in un clima più teso, ricongiungendosi poi con la piena dimensione orchestrale. Una curiosa oscillazione ondosa va ad interessare l’intreccio dei fiati, quasi come fosse il soundtrack di una serie di immagini movimentate.

SRO è l’acronimo che definisce i Single-Room Occupancy hotels, cioè una catena alberghiera con stanze a prezzi modesti, un tempo frequentate, oltre che dai cittadini immigrati, anche da lavoratori in transito o da residenti che vivevano soli e con basso salario. Negli ultimi anni il numero di questi alberghi low-cost si è ridotto, nella città di San Francisco, di almeno quattro volte. Una sequenza di note semi-minime sostenuta dai fiati aiuta a recepire la piena scansione ritmica in 4/4, sottolineata dal piano. Interviene poi in contro-tempo il contrabbasso che porta con sé le percussioni di Diaz. Questa prima parte del brano scorre in modo piacevolmente prevedibile e tranquillo. Ma dalla metà in poi le cose cambiano, così come mutano i tempi. Aumenta il tono convulsivo della strumentazione che sembra evocare le concitate trattazioni economiche, gli investimenti immobiliari e i progetti predatori di una città che cambia e non necessariamente in meglio. Tuttavia la parte strettamente musicale è tutta da godere per quello che riguarda le complesse armonie, a testimonianza della grande capacità di scrittura di Zenon. Si finisce ad ogni modo andando a riconfluire nella linea tematica iniziale, forse un sommesso augurio d’una possibile inversione di tendenza politico-economica… Wave of Change pare confermare questa speranza di cambiamento. Il brano inizia con delle percussioni simili a quelle dei nativi americani durante le loro danze rituali. Poi gli ottoni creano un blues ammiccante – ecco il Mingus che non t’aspetti – e la ritmica sale di quota così come prende coraggio la reazione della popolazione più tartassata dalle contemporanee scelte economiche. Quasi commovente il finale, quando il blues finisce in un’apoteosi collettiva ed il piano imposta una melodia modale di stampo orientaleggiante, con il sax di Zenón che sembra esprimere malinconicamente il desiderio di opporsi alla voracità occupazionista dei nuovi, impietosi sistemi capitalistici. Sanctuary City è un contrafact costruito sugli accordi di Sanctuary, brano di Wayne Shorter presente nell’epocale Bitches Brew di Milles Davis. Tema complesso introdotto dal contralto e sostenuto dal resto della band, tra cui emerge, praticamente come lungo tutto l’album, la presenza autorevole degli altri fiati. La melodia ri-creata con questo sistema suona flessuosa e s’inserisce nell’accompagnamento un po’ turbinoso da cui si isola il trombone di Garchick in un assolo crepuscolare. Pian piano il sottofondo orchestrale riprende a inglobare il trombone. Sarà il pianoforte, di seguito, a strutturare il suo assolo muovendosi in trio con il contrabbasso e le percussioni. Si finisce con la riproposizione del tema, con qualche variazione nell’accompagnamento. Cultural Corridor è il brano più vivace e allegro della selezione con le sue ritmiche cubane e latine. Il termine si riferisce ai quartieri più antichi e significativi di San Francisco supportati dalle autorità cittadine e che costituiscono il patrimonio storico e culturale dell’intera comunità. Possiamo ascoltare in primo piano la tromba di Urcola e la tuba di Garchick. Il rimo cresce vorticosamente, non senza numerose dissonanze tra i vari strumenti, quasi a sottolineare la vitalità di questi luoghi. Assolo potente e brillante di tromba a precedere l’escursione bellissima e veloce quasi in solitaria di Zenón, sostenuto dal piano e dal resto del supporto ritmico. Finale tutti insieme con passione in quella che potrebbe benissimo sembrare come una processione musicale per le strade di New Orleans. Quasi la metà di The Power of Community è affidato ad un toccante ed intimo assolo della chitarra di Okazaki intercettata da un unisono iniziale di piano e sax, con il brano che sembra virare verso la caratteristica forma di ballad. L’intervento degli ottoni e lo stacco ritmico ci portano invece allo spirito caraibico e al sentimento che ispira il titolo di questo brano, il potere cioè di una comunità unita nella rivendicazione dei propri diritti civili e sociali. Golden, il brano che chiude l’album, è stato aggiunto come epilogo alla suite, un appunto brillante e ottimistico che sancisce, attraverso una potente risonanza ritmica, una certa fiduciosa aspettativa nei concetti espressi nel brano precedente.

Un lavoro altamente professionale, questo di Zenon, reso possibile anche dall’alto livello tecnico dei musicisti che vi hanno partecipato. Inoltre, Golden City, è quello che una volta si soleva descrivere come un’opera politicamente impegnata, certamente non livorosa ma che non recede davanti all’oggettiva verità della Storia. Non è un album per tutti, meglio specificarlo. L’impressione che ne deriva, soprattutto per l’orchestrazione bruciante, rigonfia di passaggi armonici complessi e spesso dissonanti, è che questo album si rivolga ad una nicchia ristretta di jazzofili. E la decisa lunghezza complessiva di tutte le tracce, probabilmente non aiuterà ad innamorarsene. Resta comunque il lucido, sanguigno approccio di Zenón che non si fa omologare in una mediocre normalità, riuscendo a dare corpo alle sue ambizioni e proponendo una musica euforizzante, testimone di una realtà che non sa cosa farsene di inutili commiserazioni o ipocrite adesioni intellettualistiche.

Tracklist:
01. Sacred Land (08:30)
02. Rush (03:33)
03. Acts of Exclusion (06:08)
04. 9066 (07:32)
05. Displacement and Erasure (07:34)
06. SRO (06:40)
07. Wave of Change (04:08)
08. Sanctuary City (06:38)
09. Cultural Corridor (06:42)
10. The Power of Community (04:49)
11. Golden (06:30)


Photo © Herminio, Ryan Streber

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