R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’intensità quasi religiosa con cui gli americani Bonny Light Horseman eseguono i loro brani, in parte registrati live in un antico pub irlandese ma poi mixati e rifiniti nello stato di New York, è la fotografia del loro ultimo album, il terzo da quando si sono formati nel 2018. Keep me in Your Mind / See You Free è un lavoro fortemente ispirato, dolce e drammatico nello stesso tempo che si è forse un po’ allontanato dall’eponimo progetto iniziale del 2020, più intrinsecamente vicino alla tradizione folk anglo-americana. I tre elementi che costituiscono il nucleo fondante di questo gruppo sono la cantautrice Anais Mitchell alla voce e alla chitarra acustica, il polistrumentista e autore Eric D. Johnson – ex Fruit Bats, circa una dozzina di album all’attivo – e Josh Kaufman, anch’egli accostumato a molti strumenti musicali – soprattutto chitarra, mandolino, banjo, tastiere – ed anche produttore. Questi musicisti non sono certo tre pivelli alle prime armi, hanno dalla loro l’esperienza raccolta nel tempo e sul campo, proveniente sia da lavori pubblicati come titolari che da altri assemblati con diverse band, avendo quindi sommato le rispettive competenze dopo l’incrocio dei loro destini artistici avvenuto giusto sei anni fa.

La potente corrente creativa, una sorta di alito vitalistico alla Bergson che soffia nello spirito di questi musicisti, li ha progressivamente avvicinati ad una forma folk-pop attraverso cui liberare le proprie idee con più libertà, per concentrarsi sulla loro, direi innata, capacità di creare melodie a presa rapida. L’album qui presentato a tratti dimostra un imprinting che potrebbe avvicinarlo sia ai canadesi Cowboy Junkies sia, in misura un po’ minore, ai compatrioti Sixpence None the Richer – c’è qualcuno che li ricorda? – e si presta quindi ad un certo ventaglio di sapori antichi. Come se tutto consistesse in una parlour music apparecchiata sulla veranda di casa, avendo in sé quel tocco d’intimità che finisce per catturare i sentimenti e orientarli verso una serena forma di malinconia. Tuttavia la naturale sobrietà di questa musica dalle movenze elettroacustiche evita la contrapposizione manichea tra la troppa luce e le tenebre più fosche, mirando verso quei vissuti emotivi crepuscolari che esistono mescolati confusamente nella dimensione dei ricordi. Musica come Mater Amabilis, quindi, che raccoglie gli inevitabili languori, le ombrosità e i personali sentimenti sublimati di delicatezza in un’atmosfera confidenziale piena di grazia. I B.L.H. se la cavano egregiamente sia nelle ballate più ombrose che in quelle maggiormente rokkeggianti dimostrando una fertilità inaspettata un po’ in tutti i venti brani – in realtà diciotto, escludendo due brevi intermezzi parlati – magari con qualche naturale flessione compatibile con la durata dell’album ma costruendosi brano dopo brano una coerente intenzione comprimaria, evidenziata dalla frequente alternanza vocale tra la Mitchell e Johnson e lo spazio ben misurato offerto un po’ a tutti gli strumenti presenti. Per quello che riguarda i testi vi sono, effettivamente, alcuni richiami ad elementi più tradizionali con riferimenti a Nina Simone e alla cantante tradizionale Texas Gladden in When I Was Younger, nonché accenni a versi poetici presi in prestito da W.B Yeats, come ad esempio nel secondo brano della selezione, Love Take it Easy. Ad aiutare e a sostenere la band, troviamo altri musicisti come Cameron Ralston al basso e saltuariamente alla chitarra, Mike Lewis al sax e anch’egli al basso, JT Bates alla batteria, Annie Nero anch’ella al basso e alla voce, Lewis Town con Gillian Pekonen e Nathan Vanderpool alle voci – quest’ultimo suona inoltre la chitarra in un brano – e Molly O’Mahony al tamburello.

Keep me on Your Mind è una lenta ballata annunciata da qualche percussione e dalle rarefatte note di contrabbasso che accompagnano la voce di gola della Mitchell, presto raddoppiata coralmente e seguita da un arpeggio di chitarra elettrica suonato con molta discrezione. La voce principale diventa poi quella nasale e non particolarmente gradevole, almeno in questo caso, di Johnson. Ma si sente che questo inizio ha qualcosa di promettente, tra le dita. E infatti il testo del brano che segue, Lover Take it Easy fa appello al poeta irlandese Yeats, appropriandosi dei primi versi di un poema dello stesso autore, Down by the Salley Gardens, facente parte di una raccolta pubblicata nel 1889, The Wanderings of Oisin and Other Poems. Ma al di là del testo è la melodia, ben strutturata nella sua efficace semplicità, a rapire l’attenzione. Una bella sovrapposizione di chitarre e la voce principale di Johnson, velocemente raddoppiata dalla Mitchell, vengono seguite da un coretto estatico in una lenta ballata acustica, tra le cui fila compare un sax, un piano e l’immancabile chitarra elettrica. I Know you Know è molto dylaniana, forse anche per la timbrica della voce, i cui suoni sono costretti ad affollarsi nella strettoia laringea di Johnson. Ma la canzone, il chorus, l’impostazione dell’inciso sono tutte piccole chicche che rimandano a brandelli di West Coast in stile Jackson Browne.

Grinch /Funeral è un brevissimo intermezzo di otto secondi riempito dalla voce di un bambino. La qualità molto alta di questi brani non declina certo con il prologo di piano di Old Dutch, una sorta di ballad country-rock, vagamente screziata di pop psichedelico, dove il canto della Mitchell sa essere molto affascinante nelle increspature delle note timbricamente più alte. La doppia voce, risultante dalla consueta sovrapposizione della cantante con Johnson, funziona a meraviglia e la sfuggente armonica di Kaufman, immolatasi tra le chitarre elettriche in arpeggio e i suoni elettronici del finale, si perde in romantiche e oblique nuances. When I Was Younger vanta un poderoso, avvolgente giro di basso elettrico che segue grosso modo tutto il brano ed il suo testo s’avvale di spezzoni prelevati da un canto tradizionale, come già indicato in precedenza, che narra dell’amarezza di crescere e d’invecchiare. Canta infatti la Mitchell: “Quando ero più giovane cercavo il piacere e il vino. Ora che sono più grande dondolo una culla, dondolo un bimbo che piange sempre”. Johnson ripete il verso ma con sfumature differenti, “Quando ero più giovane mi piaceva vestirmi bene, ora che sono più vecchio non c’è più tempo per ballare né per dissipare il tempo con le donne e con il vino…”. Da notare l’assolo rabbioso e liberatorio alla chitarra elettrica di Kaufman. Waiting and Waiting è un tripudio di chitarre acustiche in un brano accattivante che ricorda Paul Simon, con la voce di Johnson che raggiunge quell’equilibrio timbrico che alle volte pare sfuggirgli. Un piccolo gioiellino, fatto con poco in un attento e misurato accompagnamento di pianoforte. Come spesso accade sono i brani più semplici ad essere meglio ispirati e questo ne è un evidente esempio. Hare and Hound risuona di banjo e chitarre acustiche, quasi un bluegrass, tradizionalmente posto a metà strada tra Irlanda e USA. Rock the Cradle è un altra pietra preziosa la cui introduzione di chitarra acustica non può non rimandare al clima di London Conversation (1968) e a quelle ballate da diciottenne talentuoso com’era al tempo John Martyn. Ma anche fa riaffiorare l’ombra benevola di Bert Jansch, con tanto di scroscio d’applausi registrati nel finale. Singing to the Mandolin viaggia sopra un’aria dalle reminiscenze molto popolari ed è il naturale risultato della immediatezza compositiva dei B.L.H, anzi ne è l’indubitabile controprova. The Clover appare più rokkeggiante ma anche più scolastica, troppo easy ed è un passo indietro rispetto alle composizioni precedenti. Into the O è una ballata dolce e un po’ soporifera che procede sopra un bordone di harmonium del solito Kaufman. Non si può comunque negare il modulo aggraziato delle voci e dei cori che ne fanno quasi una ninna-nanna. Don’t Know Why You Move Me mi ha fatto tornare alla mente gli album di Richard e Linda Thompson, con il suo ritmo lento e scandito. Qualche inflessione blues &soul partecipa a rendere il brano degno d’interesse, tra cori femminili e un ottima chitarra acustica. Speak to me Muse è un titolo che scuote i ricordi di scuola e le invocazioni alle muse dei poeti antichi greci ma è anche un curioso stimolo al paragone con l’impostazione melodica quale spesso appartiene a Van Morrison. Si costeggia il soul, sottolineando la coralità del gruppo e le espressive caratteristiche vocali della Mitchell. Segue un altro intermezzo tra la band e il pubblico del pub, Think of the Royalties, Lads, pochi secondi di scambi di battute e risate. Tumblin Down è una rock-ballad dallo spiritaccio coinvolgente e piena di calore, quasi da porsi in una categoria estetica tra i Pretenders più ammorbiditi e Tom Petty… I Wanna be Where You Are è un’elegantissima pop-song rivestita da un’aura elettrica – animata con qualche scintilla di armonica a bocca che emerge dalle acque profonde – cantata benissimo dalla Mitchell – finalmente sola (!!) – che si muove come una Sirena tra il cadenzato ritmo della batteria e qualche sibilo di chitarra. Over the Pass sembra un brano deboluccio, quasi che nell’intento di Johnson ci fosse stata l’intenzione di seguire le orme di Mike Scott. Comunque il brano mantiene la sua dignità e una certa, benevola energia all’interno del fiorente accompagnamento acustico. Your Arms all the Time è un ottimo brano con qualche inflessione jazzy per via dell’accompagnamento a spazzole di Bates e il sax notturno di Mike Lewis. Ma personalmente reggo poco le forzature vocali di Johnson, molto più apprezzabile quando si mantiene controllato. Si chiude con See You Free, la seconda parte del titolo dell’intero album, una ballata con poche luci ma anche poche ombre, fortunatamente. Forse non il miglior brano per affrontare la chiusura, nonostante l’assolo distorto della chitarra di Kaufman.

Non c’è dubbio che i B.L.H. siano ardenti melodisti e la loro capacità di crear canzoni con apparente semplicità appaia ai nostri occhi come una qualità innegabile. Non ci sono particolari preziosismi formali perché il nucleo fondante delle loro composizioni è bastante di per sé e il lavoro d’accompagnamento funge da classica ciliegina sulla torta. Ma faremmo un torto alla band se non sottolineassimo il lirismo dei brani, l’intimismo come dimensione imprescindibile e la partecipazione emotiva nelle loro interpretazioni tutt’altro che esili. La lunghezza dell’album – in doppio vinile – ha evitato l’incestuosa autofagia che avrebbe potuto comportare qualche ripetizione di troppo, mantenendosi comunque costante nelle intenzioni e nel misurato pathos avvertibile in tutto l’album.

Tracklist:
01. Keep Me on Your Mind (3:17)
02. Lover Take It Easy (3:31)
03. I Know You Know (3:20)
04. grinch / funeral (0:08)
05. Old Dutch (5:50)
06. When I Was Younger (3:17)
07. Waiting and Waiting (3:24)
08. Hare and Hound (2:23)
09. Rock the Cradle (3:42)
10. Singing to the Mandolin (3:58)
11. The Clover (3:37)
12. Into the O (2:48)
13. Don’t Know Why You Move Me (2:50)
14. Speak to Me Muse (3:00)
15. think of the royalties, lads (0:35)
16. Tumblin Down (3:29)
17. I Wanna Be Where You Are (3:27)
18. Over the Pass (3:08)
19. Your Arms (All the Time) (2:44)
20. See You Free (4:49)

Photo © Jay Sansone

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