R E C E N S I O N E


Recensione di Nadia Cornetti

Se è vero che la calma è la virtù dei forti, ci sono ascolti che infondono così tanta calma da fortificarti un po’. È questa la sensazione che mi ha infuso il lavoro discografico di cui state leggendo, e che ha accompagnato le mie ultime serate autunnali: si tratta di La vita nel Cosmo, album d’esordio di Pocodigiorgio, musicista calabrese che ha mosso i primi passi come chitarrista, per poi studiare musica jazz e “fare la gavetta” collaborando con diversi progetti come Federico Cimini, Anomalia, Aquarama ed esibendosi in giro per l’Europa, per poi approdare in pianta stabile nella florida e creativa Bologna. Qui, in solitaria, Pocodigiorgio inizia a scrivere canzoni come cura dal mondo, raccogliendo le prime nove “terapie sonore” in un prezioso e curatissimo album. Premetto che quel che ascolterete è un lavoro interamente prodotto, arrangiato ed eseguito dall’artista, che si è avvalso di collaboratori come i batteristi Vincenzo Messina e Francesco Benizio, e infine di Davide Bombanella al miraggio e al mastering.

Prima di premere play, quando ascolto per la prima volta un lavoro discografico, ho l’abitudine di leggere la tracklist; e così ho fatto anche in questa occasione. Ho la convinzione che la tracklist sia il reale biglietto da visita dell’artista, più ancora del titolo del disco: mi piace immaginare che i titoli delle canzoni, messi insieme in ordine, e collegati con l’aiuto di altre parole, creino una sorta di onirica frase di presentazione di chi suona. E Pocodigiorgio, in questa mia immaginaria frase di presentazione, si è presentato a me come un essere umano fragile, umile, calmo, riflessivo e come un ottimo osservatore: c’è la natura, in La Vita nel Cosmo; ci sono l’infinitamente grande di una Supernova e l’infinitamente piccolo degli Atomi. Ci sono i dubbi e le domande. Ma quello che è stato chiaro sin da subito, con la prima traccia, Incertezza, è stata l’eccellenza con la quale il disco è registrato e prodotto: devo ammettere che non mi capita sempre di ascoltare qualcosa dove tutto è limpido e al posto giusto: ecco, questa volta è capitato. In questa prima traccia Pocodigiorgio mette subito sul tavolo le proprie carte: non desidera né piacerci né apparirci forte, al contrario, le proprie debolezze le espone subito e ci annuncia – con un’opening cantato con timbro caldo ma tagliente al contempo – che siamo di fronte a un lavoro sincero, realizzato da una persona, prima che da un artista, con paure e fragilità, che canta anche dell’amore/odio del vivere in città, per uno che non ci è cresciuto. Tutto con melodie molto belle, dove di incertezze, invece, non ne ho trovate. Segue La Strada, secondo singolo nonché piacevolissima ballata con bassi delicati, caldi, e una voce alta e onirica, con un timbro che mi ha riportato a Colapesce, ma anche a Giuliano Sangiorgi, pur avendo la volontà di mantenere la propria identità e non imitare nessuno. Una curiosità: l’autore ha raccontato che il pezzo è un tributo all’omonimo film di Cormac McCarthy, partito con l’intento di raccontare un futuro distopico, ma divenuto poi uno specchio della realtà presente, quasi come un presagio.
Mi ha divertito l’apertura di Formica – primo singolo estratto dall’album – dove i synth iniziali mi ricordano proprio i passetti del piccolo e laborioso insetto, e dove il testo è una onestissima autoanalisi, fatta da un uomo normale e anche un po’ annoiato, che descrive – immagino – se stesso con sincerità assoluta (“…e non mi voglio alzare/ sono troppo pigro per parlare… a trent’anni mi sembra fondamentale/ riuscire a saltellare qua e là… buttare i soldi in posti tristi… Che bello non aspettarsi mai più niente…”), quella sincerità che ti fa guarire perché è cura e autoaccettazione. Le fragilità sono raccontate anche nella splendida Dimmi Come Fai, dove l’interlocutore – la persona amata – appare come un supereroe, in contrapposizione al protagonista che, invece, esalta nuovamente la propria umanità, con una scrittura fluida, e con versi notevolmente incisivi, che funzionano non c’è alcun dubbio: “tu dimmi come fai… io che cerco tutto e non trovo niente/ e tu un doppione per ogni soluzione”. L’ho letta come una canzone d’amore che esalta lo stare insieme in maniera semplice e autentica, senza inutili paranoie o pesanti interrogativi. Adorabile il finale di questo brano che, musicalmente, mi ha aperto il cassettino della memoria con la targhetta “Mansun”, una delle mie band preferite quando ero adolescente, ma che non ho mai scordato, e che ricordo con piacere appena ne colgo riferimenti.


Ho un pezzo decisamente preferito in questo La Vita nel Cosmo, che è certamente Atomi: una splendida canzone vagamente trap, psichedelica e shoegaze, con un ritornello rock (tributo all’amore per il grunge di Pocodigiorgio, e la cui atmosfera evoca la stessa – dolce e amara al contempo – raccontata ne “L’Ultimo Bacio”, sono certa che l’avete presente tutti). Su una melodia bassa, ossessiva, che scandisce quasi come fosse un orologio, inesorabile, Pocodigiorgio riflette su come sia difficile autodefinirsi completamente con le parole, poiché quello che siamo è molto più complesso di una qualsiasi autobiografia, anche della più approfondita e curata (“io non mi capisco, e se mi definisco non mi riconosco più”).
Nell’esatto punto centrale del disco mi viene spontaneo notare come, a dispetto di una musicalità molto piacevole e immediata, per cogliere appieno le riflessioni dell’artista è necessario fermarsi, ascoltare e analizzare ciò che dice: siamo bombardati da messaggi immediati, rapidi, e abbiamo perso il senso della lentezza che invece – finalmente, mi permetto di dire – in questo lavoro viene non solo cantata come necessaria da reintrodurre nelle nostre vite, ma è anche imprescindibile se si desidera comprendere il messaggio raccontato da Pocodigiorgio (“una breve parentesi in cui rallentare il tempo e smettere così di affrettarsi”: così è definita l’opera dallo stesso autore). Bellissimo l’intento di Supernova, brano che esplode e poi torna nelle corde alternando attimi fortissimi e momenti lenti e distorti. “La mia abilità è schivare le complessità, e non sentire più niente… Sempre di buon umore/ non porto più rancore /oscillando tra il mio pessimismo cronico e l’ipocrisia…”: un’abbondante dose di ironia funziona perfettamente per descrivere il nostro individualismo, e il nostro affanno per dare agli altri la migliore immagine possibile di noi stessi. Se ci pensiamo, questo è parecchio triste, considerando che le nostre vite non appartengono a nessuno, e l’opinione che di noi ha la gente non fa di noi persone migliori o peggiori, né ha il potere di farci vivere come veramente vorremmo.
Incantevole la trama sinfonica del mellotron di Pesce Rosso, che dona malinconia e si fonde molto bene con la voce dell’autore, utilizzata a più riprese anche in veste di vero strumento (amo molto questa scelta musicale, come mi è capitato più volte di raccontarvi). La title track si presenta come penultima traccia dal sentore marcatamente dream pop; credo sia una scelta molto vincente posizionarla in chiusura dell’album poiché, dopo molte riflessioni sul nostro essere tutt’altro che perfetti, realizzare quanto gli esseri umani siano fortunati ad avere coscienza di sé, e a sapere di esistere, è qualcosa di impagabile.
Ho letto il punto di arrivo del disco, Il Senso di Me, come il brano più intimo, quasi un diario segreto, tanto che Pocodigiorgio ha voluto incidere direttamente questo brano dal provino, solo chitarra e voce: una riflessione delicata sul proprio modo di vivere, e la presa di coscienza che lasciare entrare la “slow life” in tutti gli aspetti della nostra quotidianità fa certamente bene al nostro Io.

Mi desto, al termine dell’ascolto, quasi come al termine di una chiacchierata con un caro amico: una di quelle in cui parli del senso della tua vita, in cui il silenzio ti fa scavare in fondo, dentro alla tua vera essenza. E penso una cosa spaventosa: non siamo più abituati a fermarci e pensare, necessitiamo di stimoli continui, input luminosi e rumorosi, mentre nel buio e nel silenzio della notte ormai siamo sempre più persi, non sappiamo che fare, e l’horror vacui ci assale. La Vita nel Cosmo è uno splendido tentativo per ricordarci che, almeno ogni tanto, anche nei momenti in cui non abbiamo nulla di concreto e materiale su cui riflettere, potremmo semplicemente fermarci ad ascoltare solo i nostri pensieri: del resto, anche qualcosa a cui pensare lo si trova sempre, anche fosse solo la nostra vita nel cosmo.

Tracklist:
01. Incertezza
02. La Strada
03. Formica
04. Dimmi Come Fai
05. Atomi
06. Supernova
07. Pesce Rosso
08. La Vita Nel Cosmo
09. Il Senso Di Me

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