R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Impressionante! Questo è il primo aggettivo che mi viene in mente nel raccontare il nuovo album di Samara Joy, terzo di una carriera iniziata a ventitré anni nel 2021 e da allora in costante, vertiginosa ascesa. Portrait svela tutte le ultime carte nascoste di questa cantante che ai tempi aveva fatto pensare a Sarah Vaughan, a Betty Carter e Carmen McRae ma che ora – e non temo di essere smentito – può permettersi di puntare dritto verso la Fitzgerald, con la quale condivide l’intensa purezza della voce, l’intonazione chirurgica e una quasi paragonabile estensione vocale che le permette di scivolare dalla timbrica di un contralto a quella di un soprano con grande facilità. Rispetto al suo precedente album, Linger Awhile, la Joy si circonda dello stesso gruppo orchestrale al suo seguito da tempo nei concerti live e col quale ha stabilito un’affinità emotiva che deve sicuramente averle facilitato la realizzazione di questo nuovo lavoro. La band è formata da Jason Charos alla tromba e al flicorno, Donovan Austin al trombone. David Mason al sax contralto e al flauto, Kendric McCallister al sax tenore, Connor Rohrer al pianoforte, Felix Moseholm al contrabbasso ed Evan Sherman alla batteria.


Diciamo subito che trovarsi a cantare con un’orchestra alle spalle è cosa diversa che prodursi negli spazi limitati di una formazione più contratta e del resto la stessa Joy è esplicita quando afferma “…volevo registrazioni che fossero più Duke Ellington, più Billy Strayhorn… volevo i fiati… volevo solo quel suono…”. L’ispirazione per la creazione di un album come questo fa riferimento ad un vecchio e prezioso lavoro di Abbey Lincoln del 1961, Straight Ahead, in cui la voce della stessa Lincoln veniva contornata da un nucleo orchestrale in cui spiccavano, tra gli altri, i nomi di Booker Little, Eric Dolphy, Coleman Hawkins, Mal Waldron e il marito di lei Max Roach. Ma per poter amalgamare al meglio la voce della Joy con le dinamiche orchestrali occorreva una produzione magistrale e questa è stata trovata in Brian Lynch, musicista esperto in arrangiamenti per grandi ensemble – un passato con Eddie Palmieri e i Jazz Messangers – oltre che co-produttore insieme alla stessa Joy. Il dipinto a olio presente in copertina a ritrarre la cantante, dimostra qualche analogia con la struttura orchestrale. Racconta infatti l’artista “...più lo guardo e più vedo tutti i dettagli e tutti i colori selezionati, la grana necessaria per realizzare quest’immagine completa. Spero che sia questo che le persone capiranno quando ascolteranno l’album.” I brani selezionati non sono quindi certo facili né tanto meno così immediati, sono puri distillati di jazz tradizionale, in parte standard non così comuni, in parte brani nuovi. La cantante ha scritto inoltre anche i testi per qualche pezzo, non solo suo, ma originariamente pensato come esclusiva linea musicale come nel caso delle tracce di Mingus e di Barry Harris, adattandoli con criterio alle melodie già note. Quello che ne risulta è un’avventurosa escursione tra una affascinante varietà di colori e timbri come non se ne ascoltava da tempo immemore. Insomma, una vera e propria liberazione creativa che ha portato la Joy a soddisfare la sua curiosità e il proprio coraggio – ce ne vuole per mettere le mani su Mingus e Sun Ra, ad esempio… Protagonista principale è quindi la voce che la Joy utilizza – e non è uno scontato luogo comune – come uno strumento quasi sempre ben controllato che si misura parimenti con gli altri fiati come sax e trombe. Una dimensione vocale lussureggiante, invitante, emotivamente partecipata senza cadere in sbadataggini pop, assemblata con un lavoro certosino e paziente nonché estremamente raffinato che ha permesso gli incastri tra i numerosi tasselli orchestrali e i vocalizzi di questa cantante dal profilo artistico – al terzo disco ormai lo possiamo tranquillamente affermare – realmente straordinario.

Il primo brano ad essere affrontato è You Stepped Out of a Dream, uno standard del 1940 firmato da Herb Brown-Kahn che diventò parte del soundtrack di un film del ’41, Ziegfeld Girl – in italiano col titolo Le Fanciulle delle Follie. Una base ritmica latineggiante è la struttura su cui appoggia la leggerissima orchestrazione benedetta dal flauto volteggiante di Mason e dal pianoforte in scioltezza di Rohrer. Il vocalese della Joy duetta delicatamente con i fiati e basterebbe un brano come questo per avallare il paragone con la Fitzgerald. La dolcezza e la morbidezza della timbrica vocale è unica e devo dire che la registrazione – non per niente timbrata nei Van Gelder Studios del New Jersey – è perfettamente bilanciata, riuscendo a far apprezzare ogni strumento nella sua naturale valenza e autonomia. Reincarnation of a Lovebird è un brano di Charle Mingus, tratto dall’album The Clown (1957) e dedicato a Charlie Parker su cui la Joy ha costruito un testo ad hoc. I primi due minuti secchi di questa traccia sono occupati dalla voce solitaria della cantante che raggiunge il La bemolle situato tre ottave più alte dal suo punto di partenza, cioè l’analoga nota posizionata tre toni sotto il Do centrale del pianoforte – ma l’ho ascoltata scendere occasionalmente fino al Fa (!!). Il suo canto è un’onda di alta frequenza che finisce per adagiarsi sul letto swingante dell’orchestra. Com’è leggibile in molte composizioni mingusiane, la linea melodica appare qui complessa, molto articolata e si snoda poi attraverso i brillanti interventi in successione dei fiati con alternanza di rallentamenti e riprese ritmiche. Verso la fine c’è una sorta di duetto tra la batteria e gli altissimi gorgheggi vocali del canto.

Autumn Nocturne è uno storico standard di Myrow-Gannon del 1942. Forse una delle più sentite interpretazioni della Joy, una versione magistrale che mantiene intatte le atmosfere malinconiche e autunnali del brano, dove grazie alle note più gravi la cantante si avvicina ai suoi originali modelli, soprattutto la Vaughan. A questo proposito fate caso al vocalizzo quando viene cantato il verso “...then I remember in september you and I”: quel che si potrebbe definire una meraviglia assoluta!! L’orchestra si muove tra crescendi e diminuendi nel seducente slow portato dal trombone e dagli interventi raggianti dei fiati, con un pianoforte che accompagna la voce verso il finale parzialmente sfumato. Peace of Mind/ Dreams Come True racchiude un brano composto dalla stessa Joy in collaborazione col sassofonista tenore della sua band, Mc Kallister. Qui, però, il mio entusiasmo si smorza parzialmente, soprattutto nella prima fase, con un’introduzione a tratti un po’ retorica e un’insistenza sui toni iperacuti eccessiva che si assomma ad un fragore orchestrale perfino immotivato. Meglio nel passaggio verso la seconda parte, la canzone di Sun Ra del 1955, dove il brano recupera un meraviglioso swing e la Joy slega la voce nei suoi melismi sequenziali sulle ali di un fantastico pieno d’orchestra. A Fool in Love (Is Called a Clown) sembra uno standard degli anni ’40 ma invece è un brano nuovo di zecca nato dalla collaborazione della Joy con il trombonista Austin. Ci si potrebbe interrogare sulla necessità di scrivere pezzi dalla struttura così retrò come questo e probabilmente non troveremmo risposte definitive ma in fin dei conti, all’interno di un clima comprensivo come Portrait, è più proficuo godere della musica che si presenta e soprattutto dell’assolo di Mason al sax contralto. Come sempre è l’ammaliante voce della cantante a condurre i giochi tra le immagini notturne ed invernali evocate dalla canzone. No More Blues è un famoso standard di Jobim, col titolo originale portoghese Chega de Saudade (trad. basta con la nostalgia), una bossa-nova del 1957. La Joy si avventura nel latin jazz ma a modo proprio dato che il brano risulta quasi diviso in tre parti. La prima più soft e più attinente al modulo originale, mentre la seconda è un’esplosione orchestrale con un maestoso duetto tra trombone e tromba. Peccato che anche qui, quando si arriva nella terza parte e cioè il preludio al finale, la cantante non sappia contenersi e quando esagera finisce quasi per gridare, mascherando così la bellezza incontestabile delle sue naturali caratteristiche vocali. Bellezza che invece riaffiora in tutto il suo splendore in Now and Then (In Remembrance Of…), una ballad dai toni soffusi la cui musica fu composta Barry Harris ed a lui viene ora dedicata con Joy che vi ha aggiunto un suo testo. In questi momenti più raccolti si evidenzia la superba forma artistica dell’album e in particolare quando riusciamo a cogliere quel sottile diagramma di toni da parte della cantante che si muovono a volte in spazi vertiginosamente stretti, direi quasi seguendo ogni singola sillaba del canto. Da annotare il superbo assolo di sax – sembra il contralto di Mason ma non ci giurerei… Chiude i discorsi Day by Day, targato 1945 di Stordhal, Weston e Cahn, all’insegna dello swing e degli assoli di sax contralto, di pianoforte, di trombone in uno spumeggiante, a dir poco, calderone orchestrale e vocale.

Il percorso che porta la Joy dal Bronx alle stelle è ormai ampiamente tracciato. Non sappiamo quale sarà la futura scelta di questa artista, se saprà intraprendere strade più moderne oppure valuterà di rimanere legata alla tradizione così come in questo album, attraverso una fenditura nel tempo che continua a metterla in relazione con le grandi jazz vocalist del passato. Comunque vada la sua bravura e l’indiscussa classe è evidente a tutti, anche se a volte, come si è visto, sembra prevalere un entusiasmo smanioso e addirittura incontenibile. Portrait resta comunque nel suo complesso un album unico e, a suo modo, davvero speciale.

Tracklist:
01. You Stepped Out Of A Dream (4:35)
02. Reincarnation Of A Lovebird (6:28)
03. Autumn Nocturne (3:47)
04. Peace Of Mind / Dreams Come True (7:06)
05. A Fool In Love (Is Called A Clown) (4:48)
06. No More Blues (5:46)
07. Now And Then (In Remembrance Of…) (6:28)
08. Day By Day (4:58)

Photo © AB+DM

 

 

 

 


 

One response to “Samara Joy – Portrait (Verve Records, 2024)”

  1. […] non è una cantante jazz, almeno nei suoi tratti peculiari. Se la più giovane Samara Joy – leggi qui – può essere considerata a tutti gli effetti tra le migliori, se non la migliore espressione […]

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