R E C E N S I O N E


Recensione di Daniele Verderio

Si chiude con una poesia di Jim Morrison, icona del rock quanto mai lontana dalla traiettoria musicale e umana di Bruce Springsteen, il nuovo documentario Road Diary: Bruce Springsteen and The E Street Band. Tra confessioni intime e bagni di folla, il regista Thom Zimny ci riporta al 2023, anno del ritorno sul palco di Bruce Springsteen e della sua famiglia rock and soul sui palchi statunitensi e d’Europa. A 6 anni dall’ultimo tour, fin dalle prime prove in un piccolo teatro del New Jersey, Bruce ha le idee chiare: raccontare la sua storia e non deludere i fan, regalando come al solito il più grande spettacolo rock del mondo.

Tutto questo con una scaletta stilata a tavolino da Springsteen, deciso a raccontare «life, death and anything in between» in tre ore di pura emozione. In passato, Bruce si gettava dal palco per raccogliere i cartelloni con le richieste più disparate del pubblico, trasformando la E Street Band in un jukebox vivente. Per questo nuovo viaggio, che onestamente il Boss riconosce come una delle sue ultime avventure rock, vuole raccontare una storia precisa: la sua. In una trentina di canzoni, tra classici e brani dell’ultimo album Letter to You (2019) presentati dal vivo per la prima volta con la E Street Band, c’è tutto quello che Bruce ha imparato dalla vita e quello che ancora non ha capito: non può far altro che cantarlo sul palco, circondato dagli amici di una vita e dalla moglie Patti Scialfa, davanti alla sua gente.

Accogliamo l’invito di Bruce e ripercorriamo la scaletta: ogni canzone è un capitolo di questo “diario di strada”, ogni brano un passo al fianco di Springsteen. Si procede tra struggenti assoli di sax di Jake Clemons, nipote del compianto Clarence, fill di batteria di Max Weinberg e melodie celestiali dell’E Street Choir, e tanto ma tanto altro. Comincia il viaggio che ci porterà fino a Jim Morrison e alla sua An American Prayer: la compagnia e soprattutto la musica sono delle migliori.

Si apre con un grande classico il racconto di Bruce: No Surrender. Perla inizialmente nascosta di Born in the U.S.A. (1984), ma che nel corso degli anni si è ritagliata uno spazio quasi intoccabile nella scaletta e nel cuore del popolo del Boss. Negli occhi della E Street Band, quando dalle prove al The Vogel del New Jersey si passa alla prima tappa a Tampa (Florida), non c’è resa. Volano via anche gli iniziali timori di non essere più all’altezza dei fasti della E Street, a causa degli acciacchi della vecchiaia. Nils Lofgren e Steven Van Zandt sono gli alfieri delle sei corde, alla destra e alla sinistra di Springsteen. Non manca il fidato bassista Garry Tallent, dal 1971 con Bruce. Si parte.

L’incipit rock continua nella sua essenzialità con Ghosts, prima delle quattro canzoni attinte dall’ultimo disco di inediti Letter to You, di cui Bruce canta anche la title-track, subito dopo Prove It All Night. Le riprese di Thom Zimny si spostano dal palco al pubblico non appena irrompe The Promised Land: le telecamere cercano gli occhi del popolo di Springsteen. C’è un’urgenza nella genesi di questa scaletta, segnata dal sentimento del passare inesorabile del tempo e dell’avvicinarsi della morte. A dirlo è Jon Landau, più che un semplice produttore per Bruce: un mentore, un amico, un confidente. La terra promessa, nel suo immaginario così tipicamente americano, è quello che Springsteen canta da decenni: una ricerca di senso che dà una direzione all’epopea rock appena cominciata. Siamo solo alla quarta canzone della scaletta.

Out in the Street è E Street Band in purezza, così come Kitty’s back, dove all’assolo all’elettrica di Springsteen segue un momento di pura improvvisazione, in cui musicisti e coristi hanno libertà totale nello spazio di qualche battuta. Dal rock si passa al jazz, dal soul al gospel. Proprio nel tempo di questa improvvisazione, emerge il perfetto rapporto simbiotico tra tutti i membri della ciurma del Boss: durante le prove, Bruce ha mostrato a tutti anche i movimenti da proporre sul palco, come un regista in dialogo con gli attori prima del ciak. Springsteen può fare affidamento anche sul direttore artistico Little Steven, inseparabile spalla, che parla così dell’amico: «Bruce era il ragazzo più introverso che avessi mai conosciuto: poi, sul palco si è trasformato nel miglior intrattenitore del mondo».

È il momento di ricordare chi non c’è più: Danny Federici, organista scomparso nel 2008, e Clarence Clemons, molto più che un semplice sassofonista, venuto a mancare tre anni dopo, nel 2011. Le loro immagini scorrono sulle note di Nighshift, cover dei Commodores. Per Bruce, la perdita del rapporto fraterno con The Big Man, al suo fianco ancora prima della celebre copertina di Born to Run (1975), è «semplicemente insostituibile». Il concerto assume sempre più un carattere personale, spirituale. Ed ecco, per omaggiare al meglio la memoria dei due amici, arriva la travolgente The E Street Shuffle.

Poi, rimane solo Bruce sul palco, la sua chitarra e la sua voce: Last Man Standing. Tra musica e parole, Springsteen ricorda un altro amico che se ne è andato, George Theiss. Era l’ultimo compagno ancora in vita dei Castiles, la prima band di Bruce: dal 2018, Springsteen è l’unico sopravvissuto e sa di essere il prossimo. Si sente questo peso addosso, ma anche un’infinita grazia, che lo fa parlare commosso davanti alle folle di stadi e arene, in un silenzio irreale. A Last Man Standing, quasi sussurrata, segue l’inno agli anni della giovinezza Backstreets: in queste due canzoni, una dietro l’altra, Bruce mantiene le promesse e canta vita, morte e tutto quello che c’è in mezzo.

Citando Anthony Almonte, new entry alle percussioni della E Street Band, iniziano le montagne russe: She’s the one, Badlands, Thunder Road, Born in the U.S.A., Bobby Jean, Born to Run. Sulle note di Glory Days, Bruce e Little Steven chiedono ironicamente al pubblico se vuole andare a casa: no, il momento non è ancora arrivato. Sulla coda di Dancing in the Dark, Bruce presenta uno per uno tutti i compagni della band. Sul palco c’è anche la moglie Patti Scialfa, che ha scelto proprio questo documentario per rivelare la sua malattia. Nonostante il tumore al sangue, Miss Scialfa non ha abbandonato ancora la vita in tour e si concede qualche concerto: quando c’è lei, in scaletta non può mancare il romantico duetto Fire, al fianco di Bruce.

Tenth Avenue Freeze-Out è il gran finale della E Street: il sigillo, però, tocca al solo Springsteen e alla sua I’ll See You in My Dreams. Si accompagna con l’acustica e la voce si fa essenziale. «Da quando ho sedici anni, suonare dal vivo è stata una profonda e duratura parte di quello che sono. Così giustifico la mia esistenza sulla terra», aveva detto nei primi minuti del documentario. Parole che, dopo un viaggio spirituale dentro ai suoi concerti, illuminano di significato la poesia di Jim Morrison, prima dei titoli di coda. Non a caso, è una preghiera: «Oh, great creator of being / grant us one more hour / to perform our art / and perfect our lives». Sipario.

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