R E C E N S I O N E


Recensione di Fabio Baietti

Un gradito ritorno o un episodio a sé stante per rinverdire memorie sbiadite? Il fuoco acceso dai Lone Justice aveva riscaldato le anime dei fans per un periodo troppo breve. Una meteora, posta dalla parte giusta degli 80s, edonisti anche nel mercato musicale. Luminosa abbastanza, però, per mettere in risalto il talento della loro frontwoman, la carismatica Maria McKee, un po’ Lolita delle grandi pianure, un po’ felina con la chitarra a tracolla. Perfetta, nel cantare quell’America rurale nella furia nell’impatto punk delle loro esibizioni, unito alle melodie country oriented delle composizioni. Un mix esplosivo, che aveva calamitato (tramite i primi due dischi della band) l’attenzione di alcuni mammasantissima del rock a stelle e strisce (Tom Petty e Little Steven su tutti).

Quella dei Lone Justice è stata una musica ad alta intensità emotiva, in cui l’esuberanza vocale e posturale della McKee si è combinata alla perfezione con tre musicisti di buon spessore e dal carisma non offuscante. Alchimisti di una pozione magica a base di country, roots e soul, servita, nei loro infuocati live, con dosi non omeopatiche di energia intrisa di puro rocchenroll.

Ora, ventisette anni dopo Shelter, la band originaria sforna questo disco fiero ed orgoglioso, fin dal titolo scelto. Forse più per rimettere sotto i riflettori i bei tempi andati che manifesto di una (ri)partenza. Considerazione che sorge spontanea, visto che le canzoni della track list risalgono, per lo più, a registrazioni dei primi anni 90.

La scelta di Maria McKee di usare il materiale rispolverando la gloriosa ragione sociale ha messo in moto il bassista Marvin Etzioni (rimasto sempre vicino a lei e supervisore del progetto) nel tornare in contatto con il chitarrista Ryan Hedgecock e a rielaborare brandelli delle basi originali con alcune sovraincisioni, soprattutto delle parti chitarristiche. Solo i tamburi di Don Heffington hanno l’imprinting originario, per rispetto nei confronti del batterista, scomparso all’inizio del 2021. Parecchi ospiti deluxe (tra cui Benmont Tench e Greg Leisz) hanno portato in dote piano, violini, pedal steel e fiati. Smussando il suono dei Lone Justice, versione 2024, tramutando le asperità cow-punk in morbidezze country assai godibili. A partire dalla versione live del classico Nothing Can Stop My Loving You, o come l’assai più conosciuta I Will Always Love You (tramite l’interpretazione ineccepibile ma iperzuccherosa della compianta Whitney Houston), in una versione assai più limitrofa all’originale (della grande Dolly Parton). Altri esempi di devozione alle “radici” sono il traditional Rattlesnake Mama, la freschezza dell’hillbilly Alabama Baby) e la rivisitazione rockabilly di Skull And Cross Bones.

Parlando delle vette qualitative del disco, troviamo due brani assolutamente in antitesi stilistica tra loro. In primis, l’iniziale, scarnificata, You Possess Me, basata sulla prova vocale della McKee che, da sola, dona Bellezza al brano. Di pari livello, la devastante rilettura in salsa punk di Teenage Kicks degli Undertones, dove un ruolo non secondario è appannaggio delle nervose stilettate elettriche di Hedgecock. La malinconica Wade In The Water e la ritmata Sister Anne degli Mc5 (piano di Benmont Tench in bella evidenza) contribuiscono a fare di Viva Lone Justice un disco godibile, grazie alla maestria nella rilettura dei classici sopracitati.

Nonostante il dubbio che aleggia attorno a Viva Lone Justice (quello che sia una libera uscita di Maria McKee dalla sua carriera solista, poca nostalgia e molto divertimento), ascoltarlo è un antidoto potente contro nostalgie assortite, lasciando nelle cuffie il benefico suono del buonumore!

Tracklist:

  1. You Possess Me
  2. Jenny Jenkins
  3. Rattlesnake Mama
  4. Teenage Kicks
  5. Wade in the Water
  6. Nothing Can Stop My Loving You
  7. Skull and Cross Bones
  8. Alabama Baby
  9. I Will Always Love You
  10. Sister Anne

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