R E C E N S I O N E


Recensione di Monica Gullini

Che meraviglia Lemons, Limes and Orchids, il nuovo album di Joan Wasser, nota al pubblico come Joan as Police Woman, in onore ad Angie Dickinson e alla serie televisiva degli anni Settanta. Che delicatezza, che sound raffinato, che voce sopraffina la nostra poliziotta. L’ex violinista dei Dambuilders ha un potere incredibile su di me: quello di farmi tornare sempre a casa. Non importa dove sia e cosa stia pensando, riesce a mettermi in contatto con la mia parte più recondita e tirarne fuori il meglio.

La ascolto stupita perché molte delle tracce mi ricordano Damned Devotion, suo lavoro del 2018. Quindi non sono la sola a ritrovarmi tra mura sicure e conosciute, mi dico. Lo penso mentre ascolto la dolcezza di The Dream e noto che la sua voce con gli anni migliora, diviene sempre più bella perché non solo accoglie le note basse con rinnovata sicurezza ma nelle alte riesce ad arrivare al cuore. Alla batteria il fido Parker Kindred, un timing perfetto e un tocco delicato che ben si sposa con la tastiera mentre Joan sale e ascende con la consapevolezza di ritrovare quel sogno nelle pieghe della sua vita. Full Time Heist, guidata dal pianoforte, è la riflessione dolce amara di chi ha incontrato una persona in continuo bisogno di essere collocata su di un piedistallo e ha avuto la peggio. La Wasser, che qui sapientemente controlla toni e volumi, sussurra e costruisce momenti di profonda intensità. Venature soul in Back Again, incentrata sul desiderio e sul potente giro di basso di Meshell Ndegeocello. Dice la musicista sull’ispirazione per questo brano: «Le canzoni mi attraversano come le voci di un diario. Questa voce fonde l’ottimismo di una canzone pop con le parole di una ballata, proprio come hanno fatto molte delle grandi canzoni della Motown. Quale angolo migliore per convincere qualcuno a tornare?».

With Hope in my breath potrebbe essere la naturale prosecuzione di Real Life, con il suo lirismo nelle toccanti note di piano e nelle sfumature con cui la Wasser colora il pezzo: a metà tra il sogno e la realtà si intravede una storia d’amore che prende forma nel desiderio della protagonista e diviene fuoco devastante. La consapevolezza del sentimento bruciante è tutta lì, sulla riva agognata e finalmente raggiunta grazie all’incontro tra due corpi, e non a caso questa è una delle canzoni più sexy dell’album.

La meravigliosa Long for Ruin, poggiata sulla chitarra ipnotica di Chris Bruce, su riverberi leggeri e che nel finale sfuma circondata dai cori, viene così descritta dalla musicista statunitense: «Questa canzone si riferisce all’allontanamento apparentemente intenzionale della razza umana da noi stessi. Lontano dal nostro interesse nell’ascoltare, nel trovare punti in comune e compassione, comunicazione e amore. Sembriamo intenzionati a distruggere noi stessi. Sembriamo poco disposti a condividere risorse. Sembra che ci siamo allontanati da noi stessi e a nostra volta gli uni dagli altri».

Sapore antico per Started Off Free, pervasa da una inafferrabile malinconia: anche qui troviamo il senso di perdita che caratterizzava Real Life, perdita accentuata dalle corde dolci e carezzevoli e dal timbro della poliziotta, volutamente incerto come chi non sa domare una passione esplosa in pieno petto. «Guardalo correre verso il mare / ha bisogno di nuotare da solo», ripete a sé stessa la ragazza del Maine e la voce le si scheggia, persa in un dolcissimo madrigale, incorniciato dal suono di un violino. Sonorità anni Ottanta in Remember the Voice, traccia elettronica, delicata e incentrata sul ritorno inaspettato di un uomo. «I guai sono solo un verbo / E l’amore sembra una parola così falsa che è vera», ripete la poliziotta scavando in mezzo a quei ricordi che a volte mordono la carne. Tempi discordi e sovrapposti quelli della batteria che apre Oh Joan, lentissimo interrogativo su come affrontare la realtà. La protagonista ripete all’infinito il suo smarrimento mentre gli hi – hat incorniciano a perfezione i suoi cambi di posizione e il suo inconfondibile falsetto, fino a svanire nella più totale dissolvenza. Carica di una struggente malinconia è la title track, Lemons, Limes and Orchids, rarefatta tra synth e sussurri che parlano di colpe, pericoli e di un futuro che si fatica a intravedere. C’è una donna qui, una donna che si trova al centro di un incrocio con auto che le suonano all’impazzata e lei non sa come ci è finita, perché il dolore è così, travolge e sa cosa fare, nonostante tutto e nonostante te stesso. È una persona matura quella che scrive e suona questo brano, un individuo che ha scoperto una verità inconfutabile: cercare di trovare tutto porta alla solitudine. Ed ecco perché questo pezzo è così commovente nella sua semplicità, nei suoi tenui riverberi e nella voce appena accennata che fatica non poco ad andare in mille pezzi. Il senso di perdita che permea l’intero album qui è ancora più tangibile, sembra quasi di toccarlo, quel dolore che strozza e mozza il respiro. Un battito cardiaco è quello che la sezione ritmica riproduce nel ritornello di Tribute to Holding On, traccia che affonda le sue radici nel coraggio e nell’affrontare i momenti difficili a testa alta, senza perdere mai la speranza.

Safe to Say è una dolcissima ballata poggiata interamente su una linea di basso dritta, mentre la chitarra arpeggia e gira su sé stessa; Joan sfodera tutta la sua sensualità, rifugiandosi in sussurri sicuri e nascondendosi dietro agli hi-hat. «Posso suggerirti di iniziare con l’amicizia con il mio corpo / Vorrebbe incontrare il nuovo te / Tendere la mano e sapere che il momento potrebbe essere sbagliato /Per la tua canzone / Per toccarmi nel modo in cui ho bisogno di essere toccato»: il desiderio è forte ma la protagonista non sa se perdonare l’amante per le bugie che le ha raccontato e ricominciare da capo, o dare valore a certi gesti e azioni. Conclude il disco la struggente Help Is OnI It’s Way, che a primo acchito sa di addio. Il piano parte lentamente, con la Wasser che esaspera un’attesa infinita elevandosi e piangendo quasi, per poi velocizzarsi sui testi e chiudere, dichiarando una volontà d’amore ben precisa.

Termina così Lemons, Limes and Orchids, lavoro frutto di un intenso workshop incentrato sulle vicende umane che l’artista statunitense ha avuto modo di osservare girovagando per Manhattan. «È il lavoro più sexy che abbia mai realizzato secondo la mia migliore amica, e credo che abbia ragione», afferma in una delle tante interviste rilasciate, ed è vero. Ogni canzone è concepita per risaltare le sue sfumature vocali, ora dissolte nel jazz, ora tendenti a un morbido soul, ora orientate a sperimentazioni più ardite; non esiste un singolo che apra davvero le porte all’album ma è proprio questo il bello, perché i brani si fondono talmente bene tra di loro fino a creare un flusso di coscienza che li rende vividi della luce del suono che precede e poi segue. Il timbro di Joan accarezza e affascina nel parlare di amore appassionato ma al tempo stesso è dolce quando affronta il tema della perdita e potente quando tocca l’attualità e alcune scelte politiche più o meno scellerate.

Lemons, Limes and Orchids è la piena espressione di una maturità artistica che ha raggiunto vette altissime e nonostante tutto vuole continuare a sperimentare e stupire. E ancora una volta, Mrs. Wasser, mi lasci a bocca aperta.

Tracklist:
01. The Dream (3:33)
02. Full-Time Heist (3:57)
03. Back Again (3:54)
04. With Hope In My Breath (3:50)
05. Long For Ruin (3:52)
06. Started Off Free (4:12)
07. Remember the Voice (2:52)
08. Oh Joan (4:13)
09. Lemons, Limes and Orchids (6:25)
10. Tribute To Holding On (2:48)
11. Safe To Say (5:17)
12. Help Is On It’s Way (2:50)


Una risposta a “Joan as Police Woman – Lemons, Limes and Orchids (PIAS, 2024)”

  1. […] sonorità jazzate si spingono fino a Remember the Voice, traccia che come la precedente proviene da Lemons, Limes and Orchids, sua ultima fatica discografica. Il cantato si fa sussurro penetrante fino alla fine, e a quel […]

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