R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non è più tempo di purismo. Siamo ormai abituati ad ascoltar di tutto nell’ambito jazz, con vari elementi musicali anche diversissimi tra loro che affiorano, s’intrecciano, procedono in percorsi a latere con salve di suoni spesso disorientanti e conturbanti. Bocconi amari per i più tradizionalisti ma le influenze infiltranti si sono diffuse ormai in tutta la struttura somatica del jazz che sta diventando veramente qualcosa d’altro, rispetto ai decenni passati. Prendiamo come esempio – e vedremo tra poco anche gli immediati riferimenti del caso – i Little Big, creatura del pianista Aaron Parks, che con questo Little Big III aggiunge una terza candelina a compimento di una pianificazione musicale tipicamente post-moderna, che si trova a costeggiare il rock e il progressive, non disdegnando certe aperture verso la fusion e il pop. Parks è un pianista appena quarantenne di Seattle che già da tempo ha avvertito i winds of change che scuotono il jazz. Di questo musicista, Off Topic si è occupata un po’ tangenzialmente, avendolo giustamente notato nella formazione che ha accompagnato Emma Frank in Come Back (2019) – vedi qui. In realtà il percorso artistico di Parks è passato attraverso un lungo apprendistato con il trombettista Terence Blanchard mentre le precoci avvisaglie del suo modo d’interpretare il jazz moderno appaiono nel primo lavoro per la Blue Note, quell’Invisible Cinema del 2008, da cui forse è partita la direzione creativa attuale all’interno dei Little Big.

A dire il vero, questo musicista mantiene il piede in due scarpe, perché se questo trio mostra solo una faccia della medaglia, quella più trasformativa, l’altra formazione triadica che accomuna Parks con Matt Brewer ed Eric Harland – rispettivamente al contrabbasso e alla batteria – sostiene invece una via espressiva assai più tradizionalista. I Little Big evocano certe atmosfere alla Pat Metheny – soprattutto ma non solo per gli inserimenti di chitarra – e anche, in modo particolare, rammentano gruppi come gli E.S.T, nello specifico con l’utilizzo delle tastiere elettroniche, oltre al piano e alla ritmica, in particolar modo nei momenti più melodici e vicini al progressive. La formazione dei Little Big, oltre all’ovvia presenza di Parks al pianoforte e alle tastiere, vede Greg Tuohey alla chitarra, David Ginyard Jr. al basso elettrico e Jongkuk Kim alla batteria. Ma com’è, in definitiva, il profilo qualitativo della musica di Little Big III? Direi piuttosto alto, al netto di qualsiasi critica apologetica. Il jazz qui proposto, infarcito come si è visto di lampanti attestazioni eterogenee, si presenta spumeggiante e discorsivo, dove i musicisti che si sorreggono vicendevolmente con scoppiettante energia e stretti intrecci strumentali, realizzando una turgida pronuncia jazzy ricca di dettagli e di percorsi melodici. La musica prodotta non mostra sensazioni di precarietà e pur non comparendo avventurose sovrapposizioni armoniche, il traffico di idee si realizza con un vitalistico fervore producendo una sempre interessante e piacevole varietà di umori. A questo proposito sono utili le dichiarazioni dello stesso Parks – raccolte all’interno delle note stampa allegate alla presentazione dell’album – che afferma di aver esercitato un controllo più lasco sulla produzione del quartetto rispetto ai lavori precedenti del 2018 e del 2020 e in virtù di questa scelta di essersi potuto render conto dell’autentico spessore sonoro della sua band. Una sorta di rivelazione in fieri, quindi, che deve aver contribuito e non poco alla realizzazione ideale di questo album.

Flyways apre la sequenza dei nove brani disponibili. Un passaggio di accordi per piano resterà quasi fisso per tutto il percorso della traccia e si preannuncia poco prima dell’intervento della lineare ritmica rockeggiante, con un tema suonato inizialmente all’unisono tra piano e chitarra. Ci sento molto Metheny, nemmeno tanto tra le righe, ma la spregiudicata melodia morde l’attenzione dell’ascoltatore, soprattutto quando interviene la sonorità elettronica di una tastiera che richiama suggestive ipotesi paesaggistiche. Pungente l’assolo chitarristico verso il finale del brano. Locked Down richiama ovviamente alla memoria il periodo pandemico. Il tema si muove in una certa oscurità, sostenuto dalla parte più grave della tastiera del piano, con la ritmica molto scandita e quasi marziale. Un assolo di pianoforte che esce dalla tonalità di base esacerba la drammatica sensazione d’insicurezza ed instabilità sulle quali questo pezzo è costruito. Qualche richiamo ai Radiohead per la poca inclinazione agli abbellimenti, la continua tensione tematica e il fondale piuttosto minimalista.

Heart Stories è tra i brani più melodici, velato di malinconie nordiche e con un tema penetrante dalla intensa cantabilità. Una ritmica, almeno inizialmente soffusa, sostiene questa dimensione che ricorda quelle di antiche melopee liturgiche. Siamo dalle parti degli E.S.T, nonostante la chitarra di Tuohey regali alla traccia un’impronta più personalizzata. Sempre ben presente il pianoforte, l’autentico axis mundi attorno a cui si organizza l’inquietudine degli altri strumenti. Si lasciano queste malinconiche ombre alle spalle incrociando Sports, un brano ricco di espressione ritmica con basso e batteria incalzanti e quel particolare suono selvatico da world music in forma modale così come abbiamo imparato a conoscere soprattutto da Joe Zawinul. Il tema, irresistibile, è portatore di una ricca colorazione luminosa mentre sia il piano smanioso che la chitarra impegnata in un distorto volo pindarico, si sovrappongono ad un basso potente e martellante. Immagini afro-latine passano davanti ai nostri occhi, visioni tropicali che si vaporizzano in un’iridescente nebbia di calore. Little Beginnings è un brano rilassato in un rigoroso tempo intero, scandito dall’ordinata sequenza delle semiminime ma con un sapiente gioco percussivo di Kim alla batteria. La traccia si sviluppa attraverso le suadenti movenze del piano e della chitarra, ben sorrette dal basso voluminoso di Ginyard jr e con una tastiera elettronica che saltella felicemente tra i numerosi cambi tonali, magari anche in una forma un po’ troppo invasiva. The Machines Say No possiede una micidiale architettura ritmica che avvolge il reiterato arpeggio di chitarra. Basso e batteria sono ai loro massimi livelli, un vero e proprio motore a scoppio innescato da un trio in questo caso pianoless con una linea melodica tesa e fremente, prepotentemente psicoattiva. Willamina è vissuta inizialmente solo dalla chitarra che innesca un tema modale. L’arrivo degli altri strumenti promuove dei mutamenti tonali idonei a questo mid-tempo, facendo evolvere il brano tra Bill Frisell e Pat Metheny. Finalmente un misurato assolo di basso elettrico, anche se breve, seguito da un exploit pianistico di Parks che con la solita brillantezza satura il pezzo con la evidente collaborazione della chitarra. La traccia è tesa, segnata da una piacevole ruvidità e da un ritmo che fa battere il piede. Delusions pratica il suo credo con un tema progressive in cui è la chitarra a padroneggiare il senso delle cose, librandosi al di sopra di un accompagnamento ostinato di stampo modale gestito dal piano e dal basso. Nel mezzo del brano il pianoforte alleggerisce il carico con qualche intervento più aereo, giusto per spezzare lo schema reiterato di base. Tra Porcupine Tree, Bad Plus e… fascinazioni kraut-rock, questa traccia è tra le migliori dell’album, anche se nel contempo tra le più ansiogene. Ashè è un brano ripescato dal vecchio repertorio di Parks e che venne pubblicato in un album di Terence Blanchard nel 2007, A Tale of God’s Will (A Requiem for Katrina) dove appunto Parks stesso era al pianoforte. Presenta delle caratteristiche intonazioni gospel esplorate con verbo rarefatto e lirico, dove chitarra e piano si trovano all’unisono, spesso al raddoppio delle note tematiche. Un pezzo di ampio respiro con uno splendido assolo pianistico molto melodico.

La chiarezza espressiva è uno dei punti a favore di Little Big III. Anche quando appaiono immersi nelle loro lussureggianti vegetazioni ritmiche – grandi la batteria e il basso elettrico!! – il quartetto non perde il filo del discorso, la propulsione energetica non sovrasta i singoli strumenti e l’impressione finale è quella di un ordine a priori come riferimento costruttivo ineludibile. Il genere di musica prodotto è jazz o forse no ma il risultato è un album molto divertente ed è proprio il piacere che si prova durante l’ascolto ad essere lo strumento di giudizio valoriale più importante. Parks è un bravo pianista, probabilmente non un innovatore, ma con i Little Big si presta ad un vincolo che lo vede correttamente non in primo piano, ma sullo stesso gradino degli altri elementi del quartetto.

Tracklist:
01. Flyways (4:03)
02. Locked Down (4:26)
03. Heart Stories (6:23)
04. Sports (5:51)
05. Little Beginnings (4:50)
06. The Machines Say No (2:29)
07. Willamina (4:42)
08. Delusions (4:41)
09. Ashé (4:31)

Photo © Anna Yatskevich (2)

3 responses to “Aaron Parks – Little Big III (Blue Note Records, 2024)”

  1. Penso sia un buon album e anche io ci sento tanto Metheny.

  2. Avatar impossiblyatomic0fe880069c
    impossiblyatomic0fe880069c

    Grazie Emiliano per il tuo commento. L’influenza di Metheny, dopo tutto, non è invasiva. Alla prossima!

  3. […] – qui) al sax, nel disco troviamo quindi Aaron Parks al piano (di lui abbiamo già scritto qui), Ben Street al basso (già incontrato qui) e Greg Hutchinson alla batteria; il chitarrista Charles […]

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