R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Ovviamente, com’era logico aspettarsi, The Old Country non è propriamente una nuova uscita di Keith Jarrett ma si tratta invece di un’edizione aggiuntiva al live At the Deer Head Inn registrato il sedici settembre del 1992 nel famoso locale della Pennsylvania, uno tra i più longevi degli Stati Uniti e pubblicato due anni dopo da ECM. In seguito ai due ictus che nel 2018 hanno inibito l’attività del pianista, questa operazione di ricomposizione di tutto il concerto originale è un prezioso recupero attraverso cui possiamo riascoltare nuovamente il trio Jarrett-Peacock-Motian – rispettivamente al pianoforte, al contrabbasso e alla batteria – in stato oggettivo di divina grazia. Da notare che al tempo la band si organizzò in quella forma solo nell’occasione del concerto ma sia Peacock che Motian avevano già collaborato con il pianista, soprattutto il contrabbassista nello Standards Trio, mentre Motian aveva fatto parte del quartetto americano insieme a Dewey Redman e Charlie Haden. Del resto i due compianti artefici della ritmica avevano lavorato fianco a fianco negli anni’60 in trio con Bill Evans. Non commettiamo l’errore, quindi, di sottovalutare un album come questo, considerandolo avventatamente un’appendice al lavoro editato nel ’94. È invece un’ulteriore, preziosa testimonianza delle vette raggiunte dalla musica jazz nel XX° secolo, un autentico precipitato di post-modernismo musicale che anche se viene riascoltato trent’anni dopo quell’evento live, è in grado di riaccendere la partecipazione e l’entusiasmo nel seguire una sequenza di standard narrata con quella controllata energia.

Inoltre, questi stessi standard, con Jarrett & C, diventano non solo il naturale pretesto per l’improvvisazione ma il veicolo di estemporanee melodie aggiunte, sostituzioni intermodali, cambi di tonalità e sfumature interpretative assolutamente personalizzate. In questo album si può percepire il tono rilassato nell’esecuzione dei tre musicisti, dove tutto pare scorrere con fluidità, senza coazioni amfetaminiche anche nei brani più veloci o inutili poetismi new-age nel momento delle ballad. Il mantra vocale, canticchiato in modo spesso fastidioso dallo stesso Jarrett – anche il vibrafonista Lionel Hampton ne praticava uno intensamente simile – è comunque una sorta di marchio di garanzia per queste esecuzioni, un rafforzativo dell’identità del musicista e del suo modo totalmente coinvolto di legarsi alla musica. La geometria di questa formazione è quanto meno perfetta, l’intesa altrettanto simmetrica con variazioni della ritmica in grado di seguire all’istante sia gli adombramenti improvvisi di Jarrett che i suoi briosi e swingatissimi intermezzi. E poi c’è il tocco pianistico. Quel sistema di pesi naturali suggeriti ai tasti, le sottili variazioni di dinamica a cui son sottoposte le corde, l’utilizzo non eccessivo dei pedali. Tutto concorre alla prova evidente di una simbiosi col pianoforte piuttosto rara a vedersi in ambito jazz. Qualcosa che prima di Jarrett era appartenuta al sopracitato Bill Evans e che in seguito, lo dico con tutto il rispetto possibile, difficilmente son riuscito a percepire in modo analogo. Il pubblico presente in sala, poco più di un centinaio di persone, reagisce con educata attenzione ed applausi caldi ma contenuti e non interviene fuori luogo. Questo per dire che il clima del live concert – ovviamente lo stesso per altro percepito nel precedente At the Deer Head Inn aiuta e non poco l’atmosfera d’intima compartecipazione a questo storico evento. Un’ultima annotazione riguarda il titolo dell’album che riprende uno dei brani eseguiti nel contesto, una composizione del trombettista Nat Adderley.
Apre Cole Porter con Everything I Love, un brano del 1941 facente parte del musical Let’s Face It! interamente scritto e musicato dallo stesso Porter. La linea melodica introdotta inizialmente dal pianoforte vede da subito l’intrusione di molte note in aggiunta, facendo immediatamente capire che lo swing impostato di lì a poco dal trio sarà implacabile. Il drumming di Paul Motian è continuo ed insistito ma resta nei limiti di un approccio delicato, mentre le linee di basso di Peacock sono scorrevoli, rapide ed incisive. Sia il contrabbasso che la batteria trovano dei momenti d’assolo in mezzo alla scintillante ma asciutta tastiera jarrettiana – mugolii a parte. Un apertura con tutti i crismi della perfezione formale. Poi la prima ballad, I Fall in Love too Easily, composta nel 1944 da Styne e Cahn, e che compare originariamente nel film interpretato da Frank Sinatra Anchors Aweigh, liberamente intitolato in italiano Canta che ti Passa (sic!). Jarrett realizza una lunga, lirica introduzione prima che si allunghi nel motivo principale della canzone e lo fa con una serie di stupende progressioni discendenti – da notare la variabilità del tocco praticamente soppesato ad ogni battuta. Si ottengono perciò grappoli di note addolcite a mascherare una malcelata tristezza di fondo e un morbido brushing insieme alle note basse calibrate di Peacock. Il lavoro pianistico è disarmante nella sua bellezza, attraversa momenti d’incorporea lentezza alternandosi a rapidi pinnacoli di scale e si consacra in una salita melodica finale che finisce poi per ripercorrere la progressione ascoltata all’inizio. La musica termina in una bellissima cadenza sospesa avvolta dai meritati applausi del pubblico. Segue un famoso brano di Thelonious Monk, Straight no Chaser, estratto dall’omonimo album del pianista della Carolina pubblicato nel 1967. Com’era immaginabile, il pezzo parte subito molto veloce con la vocetta di Jarrett che guida un’impostazione pianistica sull’altare dell’hard be-bop più puro. Un po’ di sano e pirotecnico manierismo aleggia durante questa esecuzione, pur mantenendosi distante da ogni tendenza alla spettacolarizzazione. Molta tecnica e molta concentrazione in tutti i componenti del trio. Peacock va sulla luna con un assolo che procede per molto tempo senza compagni alle spalle e lo stesso fa Motian che si diverte bacchettando un po’ più duro su pelli e piatti.

Andiamo poi ancora dalle parti di Cole Porter con un altro classico come All of You, scritto nel 1954 che finì tre anni dopo all’interno della colonna sonora del film Silk Stockings (La Bella di Mosca), recitato e soprattutto danzato da Fred Astaire e Cyd Charisse. L’introduzione lenta – si fa per dire – non deve trarre in inganno. Le dita di Jarrett accelerano sempre di più correndo, direi gioiosamente, in lungo e in largo sulla tastiera. Bisogna avere un po’ di pazienza per ascoltare il noto tema e subito dopo abbandonarsi alla stellare improvvisazione pianistica. Un bel gioco sul ride impegna Motian che alimenta lo swing offrendogli la dovuta energia, mentre Jarrett insiste coi suoi mugugni, talora persino un po’ simil-taurini. Il contesto molto dinamico in cui s’inserisce questo brano e la chiarezza degli interventi di ciascun esecutore crea ancora un adeguato stupore, soprattutto dopo l’assolo di Peacok. Someday my Prince Will Come appartiene alla colonna sonora del disneyano Biancaneve, famoso film d’animazione noto per piacere tantissimo agli adulti e terrorizzare i bambini. Il brano fu composto nel 1937 da Larry Moery e Frank Churchill e dopo il grazioso tema esposto da Jarrett si resta in bilico tra lo swing e la ballad. Il piano crea momenti di pausa tra gli accordi nei quali s’insinua il contrabbasso che corre veloce e preciso in una sorta di rilassato colloquiare con Jarrett stesso. E qui il pianista inanella una serie di accordi in forma lata che si barcamenano tra assonanze e dissonanze, fino a liberare la mano destra in un picchiettante assolo. Il naturale incedere seducente della melodia viene provocato con passaggi smaliziati in pieno clima hard-bop, fino a recuperare il tema nel finale tra una progressiva rarefazione di suoni e di ritmi. The Old Country, come scritto in precedenza, è un brano di Nat Adderley presente nell’album omonimo del 1990. A parte qualche assonanza melodica con un altro standard del 1931, Beautiful Love di King-Young, si tratta di un mid-tempo con qualche desinenza blues affrontato con il solito piglio ma qui mi sembra che il trio si trovi a carburare più lentamente. Persino l’assolo di Peackoc pare poco convinto in un contesto molto elegante ma fondamentalmente meno fantasioso, nonché anche eccessivamente lungo. Si passa poi a Golden Earrings brano di Victor Young del 1947 che rientrò nella colonna sonora del film omonimo, in Italia intitolato Passione di Zingara. Altro brano moderato ma più convinto del precedente. A questo proposito, dopo l’introduzione tematica, è sufficiente prestare attenzione alle veloci scale con note che riempiono le poche pause che restano per strada. Jarrett suona a tratti come se sospendesse il pensiero e lasciasse spazio esclusivo alle dita sulla tastiera. Avevo infatti letto in una vecchia intervista come egli si affidasse alle volte all’inconscia volontà delle proprie mani, rendendole libere di decidere dove andare e cosa suonare. Del resto l’improvvisazione jazzistica non è semplice applicazione di schemi preordinati ma è frutto di un abbandono quasi completo del controllo razionale sulla musica che si suona. Anche in questo brano si ripete la classica struttura del giro degli assoli e quindi, dopo i vorticosi mulinelli di note jarrettiane, tocca al poderoso contrabbasso di Peacock prima e alla risonante batteria di Motian in un secondo tempo, a più riprese intercalati dal pianoforte. Chiude tutto con il tema, così com’era stato presentato nelle prime battute del brano. Si torna alla ballad con il gershwiniano How Long Has This Been Going On, scritto dai due fratelli George & Ira nel 1927 per il musical Funny Face. Nel cuore della tradizione jazzistica, quindi, scandagliando i termini del brano con tutto il florilegio di sfumature cromatiche a disposizione.
La sorte avversa che ha perseguitato Jarrett attraverso sindromi depressive e in ultimo le apoplessie cerebrali, evidentemente ha contribuito a negare un contributo più aggiornato della sua arte. Questo album ci riporta un po’ indietro nel tempo, quando trent’anni fa era tutto diverso. Certamente da un lavoro come questo non possiamo aspettarci nulla di più – e non è certo poca cosa – che una fotografia dello stato dell’Arte del jazz, colta in un famoso locale e tra un pubblico ben disposto. Ma non ci stancheremo mai di ringraziare ECM e la scelta collegiale (Eicher-Jarrett) per aver selezionato e pubblicato questo manifesto di classe musicale fuori dall’ordinario che, oltre a farci ricordare come suonava Jarrett, ci porta al rimpianto per due musicisti straordinari quali erano Gary Peacock e Paul Motian.
Tracklist:
01. Everything I Love (8:15)
02. I Fall In Love Too Easily (9:54)
03. Straight No Chaser (8:51)
04. All of You (9:50)
05. Someday My Prince Will Come (6:57)
06. The Old Country (12:55)
07. Golden Earrings (8:25)
08. How Long Has This Been Going On (8:32)




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