I N T E R V I S T A
Articolo di Sabrina Tolve
Amorabilia non è solo un album: è un’esperienza sensoriale che mescola poesia e melodia, memoria e introspezione. Paolo Enrico Archetti Maestri, storico membro degli Yo Yo Mundi, si avventura in un progetto solista che intreccia storie personali e collettive, esplorando i temi dell’amore, della distanza e del ricordo. Attraverso queste domande e risposte, scopriamo il cuore pulsante di un’opera unica, che invita gli ascoltatori a immergersi in un caos riordinato di emozioni e suoni.
Amorabilia è un termine che mescola amore e memoria. C’è un significato più profondo che volevi trasmettere con questo neologismo?
Mi piaceva l’idea di immaginare un termine che potesse essere il comune denominatore di tutto l’album – che fra l’altro è un cd/libro – e che potesse racchiudere, custodire e comprendere tutta questa sarabanda di suoni, parole, racconti, pensieri, immagini ed emozioni quasi fosse un’unica cucciolata o un unico grappolo d’uva. E così questa parola “nuova”, nata dall’incontro tra i termini amore e memorabilia – oltre a suonare piacevole! -, si è rivelata indovinata, un titolo avvolgente che genera curiosità.
L’album è un progetto ibrido che unisce musica e poesia. Come hai bilanciato queste due forme d’arte per creare questo dialogo così armonico?
Le ho immaginate, appunto, come acini dello stesso grappolo, figli della stessa vigna e della stessa terra. E ovviamente della stessa sofferenza creativa, dello stesso turbamento emotivo, dello stesso tormento e della stessa speranza che danzano liberi e ribelli tra canzoni e poesie, tra suoni e immagini. E poi a legare il tutto c’è il gioco – non solo fotografico – tra il me bambino e il me attuale, reso magnificamente dalle grafiche mirabolanti di Ivano Anaclerio Antonazzo.
Ogni brano sembra raccontare una storia unica. C’è una canzone che senti particolarmente rappresentativa del progetto
Posso citarne due? Eccole: “L’amore trova sempre la sua strada” e “La canzone delle distanze”.
Perché?
Si inseguono tra loro queste due canzoni e raccontano, apparentemente, due esperienze d’amore differenti, la ricerca – infinita – della strada giusta – con la convinzione assoluta, che solo l’amore garantisce, che questa strada esista per davvero – e la consapevolezza delle distanze, fisiche, sentimentali e caratteriali, che caratterizzano i rapporti tra chi vive, o prova a vivere, l’amore nella sua pienezza, talvolta perdendo la strada, talvolta soffrendo le distanze. E tutte le infinite conseguenze dei nostri atti mancati, dei nostri errori, delle nostre paure, dei nostri tormenti. E del filo sottile e magico che lega ogni speranza. E se fosse proprio l’amore a indicarci la strada?
Osservazione e quotidianità sembrano essere elementi centrali nella tua scrittura. Quanto incidono sulla tua visione artistica e sul modo in cui racconti storie universali?
Incidono, si. Hai usato un bel termine, è un lavoro piccolo di cesellatura, le mie esperienze personali sono lo scalpellino, la pinzetta, il filo di fuoco e la filigrana che ne scaturisce è un gioiello grezzo che poi, lavorato ulteriormente, diventa canzone o composizione poetica. E talvolta accade il miracolo! Tu sei partito dal porto sicuro di cose che sai e che hai catturato, intraprendi il viaggio nel grande mare dell’incertezza creativa fino a giungere all’approdo che si chiama sintesi: le tue storie e le memorie diventano racconti nei quali chi ascolta si può immedesimare.

L’album affronta temi profondi come memoria, amore, e conflitto. Come riesci a intrecciare riflessioni personali e collettive per creare un linguaggio così universale?
Ci riesco senza volerlo, è un processo naturale per me che scrivo canzoni dal tempo della fotografia che campeggia sulla cover! Infatti la mia prima canzone, testo e melodia, l’ho scritta a otto anni, appunto, si intitolava: “Sento sotto il ponte l’acqua fresca gorgogliare” (mi complicavo già la vita!). Mentre la prima canzone che si avvaleva anche dell’armonia – oltre al testo e alla melodia della voce -, l’ho scritta a dodici anni, si intitolava “Anna”, nata dopo aver divorato il “Diario di Anna Frank” e grazie alla chitarra di mio fratello Massimo.
Amorabilia trasporta il pubblico attraverso un viaggio sensoriale e culturale, fatto di immagini, suoni e sapori. Quale messaggio speri rimanga impresso nei tuoi ascoltatori?
Forse non c’è nessun messaggio, forse il mio è solo un grande desiderio: quello di invitare al viaggio di scoperta, coloro che, ascoltandolo, si caleranno nel caos riordinato di Amorabilia. Per saggiarne la consistenza, sentirne l’odore, accarezzandone la pelle. Per immedesimarsi e perpetrare il sogno che ha generato tutto questo. Che quando i sogni si intrecciano nascono le rivoluzioni, no? Molte di queste sensazioni sono esaltate anche dalla parte cosiddetta tecnica, che altro non è che un mondo da esplorare di possibilità creative. Di questo devo ringraziare Dario Mecca Aleina che ha seguito con me ogni fase della produzione artistica di Amorabilia, oltretutto, mi fa piacere sottolinearlo, realizzando dei missaggi in Dolby Atmos per garantire un ascolto immersivo e avvolgente. Una innovazione straordinaria che é ancora cosa rara nel mondo indipendente italiano!
Amorabilia è il tuo primo album solista dopo una lunga carriera con gli Yo Yo Mundi. Cosa ti ha spinto a intraprendere questa avventura personale e cosa senti di aver scoperto durante il percorso?
Poiché il prossimo lavoro degli Yo Yo Mundi – che è già in lavorazione – sarà caratterizzato dalla frase cara ai Monty Python: “e ora qualcosa di completamente diverso”, alcune canzoni che avevo scritto non corrispondevano alle esigenze artistiche del nuovo corso Yoyo. Da lì e dalla voglia di farmi un regalo per il compleanno tondo dei 60 anni, è partita l’idea che ha portato a tessere le fila di Amorabilia. E poi c’è anche una considerazione forse un po’ dolorosa che condivido con voi: mi sono detto “Dai, Paolo” realizziamo e diamo alle stampe un album, o meglio un CD, ora che li producono ancora, prima che questo supporto venga dismesso. In questo tempo in cui già il senso di un lavoro complesso e organico, si sta completamente perdendo per via delle assurde logiche di un mercato ormai al tracollo da un punto di vista culturale e creativo. Un mercato ripiegato su se stesso, incline solo ed esclusivamente all’incasso immediato, con gli artisti vittima delle crudeli e mortali esigenze dello streaming. E le reali vendite di un supporto sostituite da – presunti – ascolti (chi è che ne controlla la veridicità?). Accadrà esattamente come con il denaro fisico sostituito da quello liquido.

Pur essendo un progetto solista, Amorabilia include collaborazioni con gli Yo Yo Mundi e altri artisti. Come si intrecciano in questo lavoro la tua identità personale e quella collettiva?
Gli Yoyo sono la mia vita artistica, in questo album ci sono tutti, gli artisti del collettivo, abbiamo suonato insieme, ci siamo divertiti e siamo stati bene anche con tutti gli altri artisti che hanno o. contributo all’album: le voci di Elisa Testa, Cecilia Lasagno – anche all’arpa! -, Annina Forloni, Donatella Figus, il pianoforte di Enrico Pesce, le chitarre di Susanna Roncallo e Cristian Soldi, il violoncello – e la voce – di Sìmona Colonna, i fiati di Maurizio Camardi, gli archi arrangiati da Lucio Costantinni, i fiati di Luca Garino, le percussioni di Andrea Assandri e Alan Brunetta. E poi, ora, tutti partecipano e si emozionano con me per i riscontri di pubblico e critica che questo lavoro sta ottenendo. Era una presenza necessaria e naturale quella degli Yoyo nel motore pulsante di Amorabilia, in primis Eugenio Merico che oltre a suonare in un paio di brani mi ha supportato anche da un punto di vista pratico ed organizzativo, come solo lui sa fare! E poi il basso e il contrabbasso di Andrea Cavalieri, il violino di Chiara Giacobbe, la voce di Daniela Tusa, gli strumenti etnici di Simone Lombardo e, infine, la nuova Yoyo chitarrista Marialuisa Ferraro.
Con undici composizioni poetiche che accompagnano le canzoni, come immagini il coinvolgimento del pubblico? Vuoi stimolare riflessioni o emozioni specifiche?
Che ognuno viva questa esperienza come meglio crede, in base alla propria sensibilità, con il grado più spontaneo di coinvolgimento. Io penso che le canzoni, una volta pubblicate o proposte live, non sono più di chi le ha scritte, ma ritornano nel mondo, mi piace pensare che si metta in moto un processo di restituzione: “hey non è più una mia canzone è vostra, fatela viaggiare, emozionatevi, amatela o odiatela, stropicciatela o donatela, proteggetela o dimenticatela, non importa cosa ne farete, l’importante è la relazione, è l’averci a che fare”. Le canzoni hanno un senso solo se vengono restituite.
Concludendo con La canzone delle distanze, sembri affrontare il tema del tormento e della distanza. È stato un riflesso degli anni pandemici o una riflessione più ampia sulle relazioni umane?
Entrambe le cose, è una canzone scoperta, senza protezione, a differenza delle altre forse più ferocemente intima. Anche in questo caso però non voglio in alcun modo influenzare chi la ascolterà con le sensazioni che sprigiona in me. Che faccia il suo viaggio, altrove e oltre le distanze, con il suo carico di emozioni e di speranza. “Ho dimenticato tutto, ma mi ricordo di te”.
Photo © Ivano A. Antonazzo


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