R E C E N S I O N E

Recensione di Lucio Vecchio


Guidati dalla passione per l’esplorazione musicale, Sandia, gruppo con sede a Tel-Aviv (Israele), offre uno spirito giovane e moderno, attraverso una musica innovativa, che incorpora jazz, etnico, world, fusion e si rivolge ad un’ampia varietà di pubblico attraverso un mix speciale di groove, emozioni, melodie liriche e complessità.
La band ha vinto il primo premio all’ottava edizione (2023) del concorso internazionale – 7 Virtual Jazz Club, scelta da 38 giudici da tutto il mondo, con il brano Sabres e si appresta ad iniziare un nuovo tour nel nostro paese.
Dopo essersi esibiti in molti locali e festival in Israele e in Europa, il gruppo ha pubblicato l’album di debutto Sipur Layla per l’etichetta Emmaya Records. I membri condividono diversi background e influenze musicali, che spaziano dal jazz alla musica classica, all’hip-hop e altro ancora, caratterizzandosi come una delle nuove e più interessanti proposte sulla scena jazz mediorientale.

La band è composta da Dekel Epstein al Sassofono, Shauli Shoub al pianoforte, Jonathan Heruti al basso e Shany Dar alla batteria.
Devo confessare che la musica di questo gruppo mi ha molto incuriosito e per cercare di comprenderne meglio il significato mi sono dovuto appoggiare ad un traduttore online che mi trasponesse in italiano i titoli dei brani non conoscendo io l’ebraico. Ho scoperto con un certo divertimento che Sandia significa anguria mentre il titolo del disco Sipur Layla si potrebbe tradurre come storie o racconti della buona notte.
L’entrée del disco è affidata al brano Teomim (Gemelli). Il pianoforte intona una musichetta scherzosa che prende corpo quando arriva la ritmica. Il brano è variegato e sorprende per i suoi cambi di fronte passando da cadenze incalzanti ad atmosfere più rilassate in un continuo saliscendi. I gemelli che giocano e si ricorrono sono rappresentati dal pianoforte e dal sax che, con i cambi di ritmo citati, sembrano delineare l’andamento delle singole esistenze che si incontrano, si allontanano, si copiano e scherzano con il progressivo incedere della vita. Una sorta di dualismo e di contrapposizione tra due elementi che si completano.
Lo schema in parte si ripete in Colombia. Un inizio fulminate, uno stop riflessivo per poi proseguire con una sezione travolgente, coinvolgente, sensuale, liberatoria che si scioglie in un finale che richiama l’incipit e ci riporta a casa.
Il dualismo fra la spinta alla modernità e la ricerca continua delle proprie radici è alla base di Shorashim (Radici). Un brano che esplora il legame profondo tra l’individuo e la sua eredità culturale. La tensione emotiva è altissima, quasi angosciante, con il reef che si ripete in varie forme a ricordarci sempre da dove veniamo.
L’animo sembra rasserenarsi con l’avvento di Etz HaRimon (albero del melograno). Un brano languido trapuntato dalle note gravi del contrabbasso e dalla leggerezza del pianoforte. Il melograno ha un significato simbolico nella cultura ebraica, rappresenta abbondanza, fertilità e giustizia, perché si dice che abbia 613 semi che corrispondono ai 613 comandamenti della Torah. Il brano, ispirandosi al frutto, è la metafora di un viaggio profondo nell’anima, alla scoperta di sé stessi e delle proprie tradizioni.
Hasida (cicogna) in qualche modo ricorda la musica klezmer, complici le sonorità del sax soprano. Anche in questo brano ritroviamo un forte simbolismo. La cicogna, un uccello noto per i suoi lunghi viaggi e il legame con la migrazione, diventa metafora di un percorso di scoperta, di cambiamento e ancora una volta di ritorno alle origini. È un invito a riflettere sul nostro cammino nella vita, sempre in movimento, ma con un legame forte alle radici che ci definiscono.
Sabres (fico d’India) è un brano dolce e amaro così come il frutto da cui prende il nome: spinoso all’esterno ma dolce all’interno. Molte le suggestioni suggerite: il deserto, l’incedere ritmato delle carovane, la sabbia, il calore, la fatica. Il fico d’India, un frutto che cresce nelle terre calde e sopravvive in ambienti difficili, diventa il simbolo di una resistenza silenziosa ma forte, di una bellezza che si cela dietro l’apparenza dura e spinosa della vita. Un brano dal vago sentore arabeggiante che fonde la cultura mediorientale con la musica classica europea ed il jazz.
Del significato di Sipur Layla, la title track, abbiamo già detto. Con i Sandia sembra che il viaggio non debba mai finire. Il brano infatti è un racconto sospeso tra sogno e realtà, dove il mistero della notte si svela attraverso suoni evocativi e melodie ipnotiche con continui salti fra elementi di introspezione e di profondità emotiva in un viaggio sonoro appunto, in cui ogni nota sembra raccontare una storia segreta, nascosta nel silenzio della notte.
Hamsin (vento caldo) è un brano che cattura l’energia bruciante e l’intensità di un fenomeno naturale, il vento caldo e polveroso che attraversa le terre del Medio Oriente, portando con sé un senso di urgenza e trasformazione. Il termine Hamsin si riferisce a un vento che soffia dal deserto, creando un’atmosfera di calore estremo e tensione nell’aria, e il brano riflette perfettamente queste sensazioni attraverso sonorità forti, vibranti e travolgenti. Il pianoforte è martellante, ripetitivo, come il vortice che torna e ritorna, sempre uguale ma mai identico a sé stesso.
Si ritorna a respirare come dopo una lunga ed intensa corsa con Broken. Un brano che appunto sembra rompere il viaggio fin qui percorso e attraverso atmosfere languide, leggere, soffuse ci riporta a casa. Ma ai Sandia, come abbiamo detto, piace la commistione; ecco che ricompaiono le atmosfere mediorientali con le percussioni che ricordano l’incipit di alcuni brani di Carosone che con certe sonorità è nato e cresciuto.
Il disco si chiude con Navad (perdersi – allontanarsi) un brano della durata di oltre dodici minuti in cui i Sandia condensano tutta la loro musica. Un pezzo cangiante in cui si ritrova l’anima, il messaggio e tutta la libertà espressiva che questo gruppo porta in scena.

I Sandia, con questo lavoro, dimostrano di essere un gruppo che sa come mescolare sapientemente tradizione e sperimentazione: il risultato è un album che merita di essere ascoltato con attenzione anche se l’uso di scale pentatoniche e tempi dispari potrebbero renderlo poco fruibile da un pubblico non avvezzo a queste sonorità.

Tracklist:
01. Teomim (03:51)
02. Colombia (04:17)
03. Shorashim (04:34)
04. Etz Harimon (05:32)
05. Hasida (05:46)
06. Sabres (07:53)
07. Sipur Layla (07:21)
08. Hamsin (04:57)
09. Broken (07:14)

10. Navad (12:35)

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